Alimentare Cosa fare a Genova 

Viaggio al Critical Wine della Buridda, un (tardo) pomeriggio tra bianchi spessi e rossi bestiali

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Di Diego Curcio

Su undici edizione del Critical Wine ne avrò perse al massimo tre. E ogni volta avevo una scusa validissima, con tanto di certificato medico e giustificazione firmata dai genitori. Anche perché lasciarsi scappare un appuntamento come questo, organizzato una volta all’anno al laboratorio sociale Buridda di corso Montegrappa (fino a due anni fa in via Bertani) equivale a perdersi uno degli eventi clou dell’autunno genovese. Non parlo solo del lato enogastronomico della faccenda – anche se la forza del Critical è soprattutto quella – ma soprattutto del contenuto sociale e culturale di una manifestazione come questa. Un’occasione, senza tanti giri di parole, per educare la gente a bere e a mangiare bene; ma anche un luogo in cui ascoltare le storie fantastiche di tutti quei piccoli e indomiti produttori di vino e cibo, che mettono davanti al profitto l’etica e il rispetto per la terra.

Quest’anno – domani è l’ultimo giorno e l’orario è dalle 13 alle 19 – i produttori presenti sono oltre 50 e rappresentano, grosso modo, quasi tutte le regioni italiane, da Nord a Sud. Come ho imparato in queste ultime edizione, per una presenza più ragionata e fruttuosa al Critical Wine, l’orario migliore per arrivare è il primo pomeriggio: quando la gente non è ancora molta – questa sera alle 19, mentre me ne andavo via col mio bel bottino, c’era una coda di almeno 150 persone davanti all’ingresso della Buridda – e si ha tutto il tempo, tra una degustazione e l’altra, di chiacchierare coi produttori e farsi raccontare le storie del vino. Anche l’edizione di quest’anno è divisa su due piani, più il cortile esterno, con gli stand che vendono la roba da mangiare. Fatto il “biglietto” – l’ingresso con calice costa 5 euro, mentre quello con calice e praticissima tracolla 7 – si salgono le scalette della porta principale e si viene catapultati subito nell’atrio del primo piano. A questo punto, se si vuole fare una buona scorta e non rischiare di ubriacarsi alla prima sala, occorre fare un ragionamento pratico ma dolorosissimo: interrogarsi sui propri gusti (rossi? bianchi? piemontesi? toscani? meridionali?) e cominciare a ispezionare i banchetti con penna e taccuino. L’acquisto immediato, anche se sull’onda del giustificatissimo entusiasmo, è assai sconsigliato, pena il trascinarsi per mezza giornata pesanti bottiglie di ottimo vino. E poi non è detto che il primo amore sia sempre quello giusto, soprattutto se si ha un budget da rispettare. Il viaggio poi è una vera e propria immersione dalla quale è difficile uscire senza dubbi e rimorsi: si parte dal Rossounito della Cascina Valli Unite di Alessandria, che produce anche un bianco “spessissimo” con uve Timorasso chiamato San Vito e si approda allegramente alle bottiglie de La Basia, un gruppo di viticoltori di Puegnago del Garda con vini super come La Botte Piena, La Moglie Ubriaca e l’Estate di San Martino, tutti prodotti con “uve raccolte e selezionate a mano”. Ma la lista – come detto sono una cinquantina i produttori presenti – potrebbe essere lunghissima: sempre al primo piano c’è uno dei piatti forti di ogni Critical che si rispetti: l’Amarone della Valpolicella prodotto dall’azienda Aldrighetti oppure, salendo le scale, i biodinamici del podere Borgaruccio di Pisa, tra bianchi che mescolano uve Trebbiano, Malvasia e San Colombano e rossi “bestiali” e più corposi. E poi c’è il Dogliani dell’azienda agricola Eraldo Revelli nelle Langhe che sperimenta vari tipi di dolcetto oppure un bianco atipico come il canavese Masnà de La Campore, fatto con uve giovani piemontesi. Insomma si potrebbe andare tranquillamente a occhi chiusi senza quasi mai sbagliare. Anche perché la degustazione, come detto, è solo una parte di questo intensissimo viaggio; i racconti che stanno dietro a ciascun vino sono l’altra faccia della medaglia e sono fondamentali per capirne meglio il gusto e la complessità di ciò che si sta bevendo. Parlando invece di “soldi”, i prezzi, naturalmente, variano molto, ma, a eccezione di alcune etichette particolari, si va mediamente dai 5 ai 9 euro a bottiglia: perché l’etica non riguarda solo il lavoro ma anche la vendita di ciò che si produce. Intorno alla struttura del’ex Magistero – dove oggi è ospitata la Buridda – ci sono poi, come detto, le bancarelle con le torte di verdure, i salumi, il miele, i formaggi e le crostate. Che non sono soltanto un ottimo modo per tamponare le degustazione del primo e del secondo piano, ma anche un altro universo di gusti e sapori unici.

Colonna sonora consigliata: “Gas food lodging” dei Green On Red

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