La triste storia del “Jolanda” e del “Mafalda” e di un comandante che affondò gridando “Viva l’Italia!”

La storia del “Principessa Jolanda” e del “Principessa Mafalda” è quella di due piroscafi che fecero sognare i nostri nonni e bisnonni di inizio secolo, di avventure esotiche e luoghi dove ricominciare la loro vita ma nello stesso tempo racchiude la tragedia di quei tempi gravidi di dolore quanto di tragiche velleità. Si tratta di storie dimenticate per lo più che in questo caso la ricostruzione di Massimo Minella con “Storie di navi e principesse che non fecero ritorno” (ed. De Ferrari) ci riporta, con lo stile asciutto e ritmato del giornalista, a una vivida rievocazione di due tragedie sia pure distanti l’una dall’altra e per diversi motivi.

I nomi sono quelli delle due figlie del re Vittorio Emanuele III e per il Lloyd italiano, impegnato allora nella corsa a costruire navi sempre più moderne e veloci per solcare l’oceano e portare dall’altra parte milioni di persone in cerca di una nuova vita, la scelta del nome è puro marketing alla ricerca della benevolenza del potere che non guasta mai. Le navi sono progettate con criteri e investimenti innovativi per l’epoca: lo spazio dedicato ai migranti viene ampliato per offrire condizioni umane anche a chi poteva a malapena permettersi il viaggio, docce, corrente elettrica, mensa. Ma non solo.

I piroscafi sono progettati con due eliche e una potenza maggiore rispetto ai predecessori. Insomma, la mattina del varo del “Principessa Iolanda” a Riva Trigoso ci sono molte ottime ragioni per essere entusiasti. Le maestranze si fregano le mani per il buon guadagno portato dai robusti investimenti, la compagnia rompendo ogni indugio e con incrollabile ottimismo pubblicizza i due piroscafi rappresentandoli già in navigazione. Il 22 settembre 1907 però, giorno del varo, la felicità che scorre tra la folla in riva al mare si raggela quando il piroscafo dopo la discesa in mare si piega da un lato e inopinatamente comincia con lentezza ad affondare. Si tratta di uno smacco enorme per i cantieri e per la tradizione di Riva Trigoso in fatto di vari. Emergono elementi nel corso dell’inchiesta successiva all’affondamento che lasciano perplessi. Francesco Tappani il capo cantiere, detto “l’ingegnere” ha grande esperienza ma dal punto di vista tecnico, evidentemente, qualche lacuna e per di più non è neppure ingegnere, il titolo arriva per una reverenza che si è conquistato in tanti anni di fatica. Secondo alcuni non sa neppure leggere e scrivere. Tra i velieri che ha sempre realizzato e i piroscafi, poi, c’è una bella differenza.

Jolanda

E’ così che l’anno successivo, il 22 ottobre 1908, quando il “Principessa Mafalda” scivola in mare corre un brivido tra la folla assiepata per assistere al varo. Andrà tutto bene e il piroscafo, moderno e confortevole per l’epoca, conquisterà il cuore e il portafoglio non solo dei poveri migranti ma anche del bel mondo internazionale. Allo scoppio della Grande Guerra il “Mafalda” viene ritirato dalla navigazione per sottrarlo al rischio di essere colpito da qualche siluro tedesco e funge da albergo di lusso per la regia marina nell’arsenale di Brindisi. Finito il conflitto quando si ritorna a navigare però la situazione è fortemente mutata. Nuove generazioni di navi solcano i mari e per quanto il “Mafalda” sia relativamente giovane è già obsoleto. Le sue caratteristiche di capienza, con il largo spazio agli immigrati non sono più adatte alle esigenze dei tempi L’Italia fascista non favorisce l’immigrazione e nello stesso tempo anche oltre oceano vengono varate norme restrittive rispetto all’immigrazione. La Navigazione Generale Italiana che ha assorbito il Lloyd comincia a far viaggiare intensamente il piroscafo senza dedicargli particolari cure di manutenzione visto che l’obiettivo è quello di radiarlo al più presto. Una scelta che sarà pagata a carissimo prezzo. L’11 ottobre del 1927 il “Principessa Mafalda” è pronto a partire per Rio de Janeiro dal porto di Genova.

Il comandante Simone Gulì, siciliano, da tre anni a bordo del piroscafo è contrariato: la sue enorme esperienza di mare gli dice che la sua nave non è in grado di sostenere la traversata dell’Atlantico, troppi cedimenti strutturali, troppi sinistri scricchiolii. Informa la compagnia e protesta, a bordo ci sono 1261 persone ma si calcolano anche molti “clandestini”. L’ordine che gli arriva è quello di partire. Sarà un viaggio drammatico e terribile, con diverse soste per riparare le strutture ormai fatiscenti del piroscafo sino al 25 ottobre quando con una schianto terribile si spezza l’albero che sorregge l’elica di sinistra squarciando la fiancata della nave che inizia a imbarcare acqua e affondare.

Mafalda2

Viene lanciato un SOS a cui rispondono diverse navi ma il fumo che si innalza dal “Principessa Mafalda” che è solo vapore trarrà in inganno e nessuno oserà avvicinarsi per paura di un’esplosione. Intanto a bordo è l’inferno: il comandante con il megafono in una mano e la pistola nell’altra tenta vanamente di portare ordine ma le ondate di panico si susseguono e diverse persone si suicidano per non fare la morte del topo.

Molti si lanciano in acqua e diventano preda degli squali, le scialuppe stracolme di persone si rovesciano. E’ una tragedia. Il comandante al termine delle convulse e caotiche operazioni di salvataggio decide di rimanere a bordo della sua nave affondando con lei. Secondo alcuni morì gridando “Viva l’Italia!.” Insieme a lui se ne vanno 319 persone per uno scandalo che verrà poi abilmente coperto dalla propaganda di regime. Una lezione che ci dice che l’avidità di denaro è eterna ma che forse un tempo c’erano anche uomini di un’altra tempra.

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