Tosse, tanti applausi per il Prometeo cyberpunk di Conte

Grande prova di Gianmaria Martini ed Enrico Campanati

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Di Diego Curcio

“Promoteoedio” – in scena al Teatro della Tosse di Genova fino al 31 ottobre prossimo in prima nazionale – chiude la trilogia sul potere del regista Emanuele Conte, dopo i successi di “Antigone” e “Caligola”. E lo fa decisamente nel migliore dei modi, rappresentando, probabilmente, il culmine creativo di questa triade di spettacoli. Nei panni di Prometeo, incatenato a una rupe da Zeus perché colpevole di aver donato il fuoco agli uomini, c’è l’ottimo Gianmaria Martini, che già aveva interpretato Caligola la scorsa stagione e che, con il Teatro della Tosse, ha un rapporto di collaborazione molto intenso. Ma oltre a lui è tutto il cast di attori in scena a dare forza alla rappresentazione. Enrico Campanati, che interpreta il messaggero Ermes giunto da Prometeo per convincerlo a rivelare a Zeus il suo fosco destino in cambio della libertà, è come sempre un fuoriclasse, un campione del nostro teatro, che non delude mai. E poi ci sono Alessia Pellegrino e la sua straziante e intensa interpretazione di Io, sedotta dal padre degli dei e destinata a una vita di fughe e sofferenze nei panni di una giovenca, in attesa di partorire colui che metterà fine al regno di Zeus; Pietro Fabbri, un’altra sicurezza in forza alla Tosse, nel doppio ruolo del carceriere Cratos e del titano Oceano e infine Andrea Di Casa, che interpreta sia il dio Efesto sia il coro delle oceanine, che veglia su Prometeo. Ma se i protagonisti in carne e ossa del dramma sono la spina dorsale di questo “Prometeoedio”, un ruolo fondamentale lo rivestono, senza dubbio, anche la scenografia e i costumi. Lo spettacolo infatti si apre su uno scenario cyberpunk, dall’impatto molto forte, con la canzone “Baby faced” di Lydia Lunch a squarciare il silenzio in sala. Una scena divisa su due piani, con gli attori che su muovono tra scale, fredde impalcature di tubi innocenti e grate di metallo. Un inferno di ferro e oscurità, dove il tempo è scandito dal rumore sordo che producono i tubi innocenti, ogni volta che una donna incappucciata li colpisce con una spada. Per tutto lo spettacolo Prometeo è incatenato e sospeso al centro della struttura, con addosso solo un paio di slip neri e le braccia, la gambe e il petto coperti di striature. Il protagonista, interpretato da Gianmaria Martini, ricorda un po’ un Gesù Cristo ateo, che si ribella al padre degli dei, ma anche un guerrigliero tutto d’un pezzo (non a caso l’attore ha detto di essersi ispirato a Che Guevara) che sacrifica se stesso per un fine più grande: in questo caso donare la conoscenza all’umanità e scalzare il tiranno dal suo trono. E proprio gli uomini, assenti dalla scena ma veri e propri protagonisti dei dialoghi dei personaggi, rappresentano il convitato di pietra di questa tragedia. Perché il potere – altra parola fondamentale dello spettacolo – che Prometeo ha donato ai mortali è la chiave di volta per la loro emancipazione. In contrapposizione c’è anche un altro tipo di potere, quello di Zeus che al momento è al suo apice e quindi, per forza di cose, è destinato a tramontare. Egli ha vinto la sua battaglia contro il padre Crono che divorava i figli per non essere scalzato dal suo trono, ma subirà la stessa sorte, senza poterci fare nulla. Ed è proprio questo a mettergli paura. Lo stesso Prometeo, incatenato e condannato a dolori atroci, sa che il destino ribalterà la sua situazione di sofferenza e lo dimostra nel dialogo bellissimo con Ermes-Campanati. In quel momento lo spettatore si trova di fronte a una rappresentazione scenica estremamente suggestiva del concetto di libertà: Prometeo è incatenato e ferito, ma non ha barriere e sbarre davanti a sé perché il suo orizzonte è lungo e la sua battaglia appena iniziata; il messaggero di Zeus, invece, apparentemente libero da catena e sofferenze, si muove dietro una spessa grata di ferro, che rappresenta la sua “prigione” interiore, di servo del potere dominante. Conte in questo spettacolo parla della centralità dell’uomo, dei grandi ideali che possono costare il martirio e la sofferenza, ma anche del ruolo della donna nella società, che, come insegna la vicenda di Io, spesso non è padrona del proprio corpo e del proprio destino. Dal punto di vista visivo lo spettacolo mostra una certa cura per i particolari, soprattutto nei costumi: ne è un esempio il mantello di Oceano, con la sua lunga coda di plastica bianca e azzurra che ricorda che la spuma del mare e che attraversa tutto il centro della platea. Come detto in precedenza Martini, in questo Prometeo in cartellone alla Tosse, offre una grande prova d’attore, mettendosi completamente al servizio delle intuizioni di Conte. Fisicamente fa quasi parte della scena, anzi la domina, riuscendo a tenere il palco in modo impeccabile e convincente. Al termine del debutto di ieri gli attori e il regista sono stati accolti dal pubblico lunghi e calorosi applausi.

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