La storia della bella Luigia che cadde da cavallo

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Di Black Giac

Villa Rosazza la si vede distintamente passando con il treno che arriva da ponente diretto a Principe. Situata all’altezza della zona di Dinegro è oggi sacrificata tra i palazzi, la ferrovia e il porto e difficilmente si riesce a cogliere il suo pregio architettonico nel bel mezzo del moderno e caotico groviglio di ferro e cemento che la circonda. Un tempo però non era così e davanti a villa Rosazza, sul verdeggiante spiazzo impreziosito da alcuni alberelli invece del traffico automobilistico di oggi si poteva osservare qualche raro passante: un contadino che con il suo mulo portava al mercato dell’Annunziata le sue verdure oppure una dama vestita di tutto punto accompagnata dalla servitù per una passeggiata all’aria aperta. Intorno al 1818 poteva capitare di incontrare una di queste signore molto eleganti con un cappello e un fitto velo a coprirgli il viso, nonostante ciò la donna era molto conosciuta e amata per il suo buon cuore e la grande intelligenza, compatita pure per la sua grande sfortuna: si trattava di Luigia Pallavicini che per anni nella sua età matura abitò nella villa. Il personaggio, almeno il nome, è universalmente noto a tutti gli italiani mediamente alfabetizzati del dopoguerra, di lei si sa certamente che una volta cadde da cavallo. L’informazione pervenuta dal titolo di una poesia di Ugo Foscolo ti si appiccicava alla memoria immediatamente e anche i più somari, a digiuno di classicismo e romanticismo, al nome di Ugo Foscolo avrebbero saputo riportare l’informazione sulla povera amazzone. Ma chi era Luigia Pallavicini e cosa accadde veramente? Siamo nel 1799 nei giorni dell’occupazione militare dell’esercito francese a Genova immediatamente alla vigilia di quel tragico assedio che portò tanto dolore alla città. Luigia nata nel 1772 da Angela Maschio e Antonio Maria Ferrari, un valente avvocato con lo studio nel centro di Genova a Soziglia, ha 28 anni. Dieci anni prima si è sposata o sarebbe meglio dire è stata fatta sposare con Domenico Pallavicini che già aveva superato i quarant’anni di età. Luigia è una di quelle persone che s’incontrano raramente: gentile e brillante, raffinata e intelligente. Nell’alta borghesia della città è considerata un astro nascente nella vita mondana dei bei palazzi genovesi. Immaginiamo Luigia assistere all’arrivo delle truppe francesi e tra le persone dell’alta società che i primi giorni dell’assedio cercano di esorcizzare la paura tra feste e balli. La immaginiamo lusingata dalla corte di qualche tenente napoleonico e immediatamente in sintonia con quel capitano rosso di capelli e dalla parola facile che risponde al nome di Ugo Foscolo. La immaginiamo divertita, impaurita magari attraversata da un po’ di tristezza per un matrimonio che non la soddisfa, probabilmente. Luigia è un’abile cavallerizza e viene a sapere che uno dei principali collaboratori di Andrè Massena il generale che avrà il compito di difendere Genova da austriaci e inglesi, il luogotenente Paolo Thiebault ha due cavalli che intende vendere, uno di questi è arabo e la donna desidererebbe cavalcarlo a tutti i costi. Così racconta il militare in una sua memoria da “Genova Segreta” di Giampiero Orselli e Stefano Roffo: “La signora Pallavicini, una delle più belle donne d’Italia e la migliore delle amazzoni, si affrettò a chiedermi di poterlo provare. Le scrissi subito che il cavallo era a sua disposizione, ma che a mio parere, nessuna donna, servendosi di una sella da signora, sarebbe stata in grado di cavalcarlo perché faceva salti e scarti continui ed era di una vivacità che non bastavano a calmarlo nemmeno un dodici o quindici leghe di cammino. La Pallavicini mi rispose ringraziandomi dei motivi che mi avevano indotto a scriverle ma aggiunse che non aveva paura di nessun cavallo.” Luigia così decide di provare il destriero. Dopo una lunga cavalcata nella zona denominata “il deserto” nell’area che va dalla “fossa a Calcinara” e finisce poco oltre lo scoglio di S. Andrea in prossimità di Cornigliano la donna cade. Non sono ben chiare le ragioni di questo incidente, si azzarda che perso il controllo della bestia Luigia abbia tentato di scendere dall’animale imbizzarrito gettandosi su un tratto di soffice erba verde, sta di fatto che andò a rovinare su delle rocce rischiando gravemente la vita e compromettendo per sempre il suo aspetto. La notizia ebbe una risonanza enorme e nell’alta società non solo genovese non si parlava d’altro che di questa disgrazia. Pur salva il volto di Luigia era orrendamente sfigurato con l’occhio sinistro orribilmente alterato e sporgente e parte della volta cranica venne sostituita da una calotta d’argento. Al suo capezzale accorsero in tanti e il mondo dei poeti, allora molto numeroso, decise di dedicare alla sfortunata giovane una serie di componimenti e tra questi vi fu, appunto, quello del Foscolo a noi tramandato. Ma la donna ebbe la capacità di riprendersi da quella immane tragedia: si risposò con Stefano Perrière console della legazione francese e andò ad abitare a casa Gazzo appunto presso villa Rosazza. Qui seppe riprendere gradualmente una vita intensa dal punto di vista intellettuale con un vasto gruppo di amici in prevalenza francesi. Intelligente e ironica sembra che abbia ispirato il personaggio di “Honorine” a Honorè de Balzac. La poesia di Foscolo ne rinverdì la fama e nei confronti del poeta, nonostante l’argomento dell’ode che fissò per sempre la sua disgrazia, ebbe sempre parole di amicizia e di affetto. In età avanzata riceveva giovani scolari e premiava con piccoli doni quelli che meglio sapevano interpretare i versi del componimento che Foscolo le aveva dedicato. Morì il 19 dicembre del 1841. Per tutti coloro che se lo sono sempre chiesto: non ci fu una relazione amorosa tra lei e il poeta, forse se non fosse caduta da cavallo visto che Foscolo l’aveva accompagnata magari qualcosa sarebbe potuto succedere ma in quei giorni il giovane capitano dell’esercito napoleonico era in tenera confidenza con Annetta Viani Roncioni e mirava intanto, componendo per lei amorevoli versi, a Isabella Roncioni.

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