Imprese artigiane senza eredi, in Liguria quasi settemila titolari hanno superato i 70 anni

La CNA lancia l’allarme sul ricambio generazionale: nell’ultimo decennio le attività guidate da giovani liguri sono diminuite del 20,1%
Il futuro di migliaia di attività economiche rischia di fermarsi sulla soglia della pensione dei loro titolari. In Liguria sono 6.885 gli imprenditori individuali con almeno 70 anni, pari all’8,3% del totale. Nello stesso tempo diminuisce rapidamente il numero dei giovani disponibili a rilevare aziende, botteghe e competenze costruite in decenni di lavoro.

A fotografare il fenomeno è il dossier CNA “Imprese senza ricambio”, che analizza l’invecchiamento della classe imprenditoriale e la contrazione delle attività giovanili nelle province e nei principali settori produttivi.
In Liguria, nell’arco di dieci anni, la quota degli imprenditori con più di 70 anni è cresciuta di due punti percentuali. Ancora più preoccupante è l’andamento delle imprese giovanili: dalle 14.660 registrate nel 2014 si è passati alle 11.712 del 2024. In termini assoluti sono scomparse 2.948 attività, con una flessione del 20,1%.
La tendenza ligure si inserisce in un quadro nazionale altrettanto complesso. Nel giugno 2025 i titolari di imprese individuali con almeno 70 anni erano 314.824, il 10,7% del totale. Dieci anni prima erano 290.328 e rappresentavano l’8,9%. Gli imprenditori anziani sono quindi aumentati di quasi 25mila unità, nonostante la contemporanea diminuzione del numero complessivo delle imprese individuali.
Dall’altro lato si restringe la base dei potenziali successori. Tra il 2015 e il 2026 la popolazione italiana compresa tra i 20 e i 39 anni è diminuita di circa 1,4 milioni di persone, quasi il 10%. Tra il 2014 e il 2024 sono inoltre scomparse più di 153mila imprese giovanili, con una contrazione del 24%.
Il rischio più grave emerge nei comparti nei quali l’età media dei titolari aumenta mentre arretra la presenza dei giovani. Manifattura, costruzioni e commercio sono tra i settori maggiormente esposti, con la possibilità che alla chiusura delle aziende si accompagni la perdita definitiva di mestieri, professionalità e conoscenze difficili da ricostruire.
«Il passaggio generazionale è una delle grandi questioni di politica industriale che l’Italia deve affrontare», afferma Gianluca Gattini, presidente di CNA Liguria. «Quando un’impresa chiude perché non trova qualcuno disposto a continuarla, non perdiamo soltanto un’attività economica, ma anche competenze, professionalità, rapporti con clienti e fornitori e un patrimonio sviluppato in decenni di lavoro».
Secondo Gattini, il problema non può essere ridotto a una semplice successione familiare. Servono strumenti capaci di mettere in contatto gli imprenditori intenzionati a lasciare l’attività con persone interessate a subentrare, accompagnando il trasferimento delle competenze e facilitando l’accesso al credito. Tra le misure indicate figurano incentivi fiscali e finanziari, sostegno ai workers buyout e interventi per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo imprenditoriale.
«Particolare attenzione deve essere riservata all’artigianato e alle piccole imprese, che rappresentano oltre l’80% del tessuto imprenditoriale», sottolinea Barbara Banchero, segretaria di CNA Liguria. Il valore di queste attività, osserva Banchero, dipende in larga misura dalle capacità di chi conduce l’azienda e del personale. La carenza di figure professionali, ormai diffusa in numerosi comparti, rischia quindi di provocare la scomparsa di mestieri e produzioni tradizionali.
A livello nazionale, l’agricoltura è il settore con la maggiore concentrazione di titolari anziani: oltre 160mila hanno almeno 70 anni, il 28,3% del totale. Nel commercio se ne contano quasi 59mila, nelle costruzioni più di 19mila e nel manifatturiero oltre 18mila. Seguono le altre attività di servizio, con circa 14mila titolari, e l’alloggio e la ristorazione, con più di 12.600.
La ritirata dell’imprenditoria giovanile è particolarmente pesante nelle costruzioni, che in dieci anni hanno perso quasi 40mila attività guidate da giovani, pari al 38,7%. Nel commercio la riduzione supera le 66mila imprese, il 36,2%, mentre l’industria registra oltre 14mila attività in meno, con una flessione del 35,9%. Nel turismo il calo raggiunge il 18,3%, corrispondente a più di 11mila aziende.
Una dinamica differente emerge nei servizi alle imprese, dove le attività giovanili sono cresciute del 3,5%, mentre agricoltura e pesca sono rimaste sostanzialmente stabili. Il cambiamento mostra come i nuovi imprenditori si stiano orientando verso settori diversi da quelli tradizionali, lasciando aperta una domanda sempre più urgente: chi raccoglierà il testimone delle aziende ancora sane quando gli attuali titolari decideranno di fermarsi?
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