Disabilità, a Genova cambia il modello: 122 persone accompagnate verso una vita più autonoma

Nel primo anno del progetto “Architetti sociali” sono stati definiti 68 progetti di vita. Una persona su quattro tra quelle coinvolte nel Sistema per le autonomie ha già raggiunto una forma di indipendenza abitativa

Non più prestazioni stabilite soltanto sulla base della disabilità, ma percorsi costruiti intorno ai desideri, alle capacità e alle scelte di ciascuna persona. È il cambio di prospettiva avviato a Genova con il progetto “Architetti sociali”, che nel primo anno di sperimentazione ha permesso al Comune di prendere in carico 122 persone con disabilità.

I primi risultati del nuovo modello sono stati presentati a Palazzo Ducale durante il convegno “Architetti sociali del Progetto di Vita”, alla presenza dell’assessora comunale al Welfare, alla Disabilità e ai Servizi sociali Cristina Lodi. Delle persone seguite, 68 dispongono già di un progetto di vita personalizzato, mentre il percorso dedicato all’autonomia abitativa ha coinvolto una parte significativa dei partecipanti. Tra le persone inserite nel Sistema per le autonomie, una su quattro ha già raggiunto un livello di indipendenza nella gestione della propria abitazione.
Il progetto supera l’impostazione tradizionale concentrata prevalentemente sull’assistenza e sulle limitazioni della persona. Il punto di partenza diventa ciò che ciascuno sa fare, desidera realizzare e considera importante per il proprio futuro. L’obiettivo è costruire risposte individuali che possano riguardare la casa, la formazione, il lavoro, le relazioni, la mobilità e la partecipazione alla vita della comunità.
Genova è entrata nella seconda fase della sperimentazione nazionale il 30 settembre 2025. Da quel momento il Comune, insieme all’Azienda sociosanitaria ligure 3 e all’Azienda sociosanitaria ligure 4, ha esteso all’intero territorio il Punto unico di accesso e le Unità di valutazione multidimensionale.
Il Punto unico rappresenta il primo riferimento per le persone con disabilità e per le loro famiglie. Le Unità di valutazione multidimensionale riuniscono invece diverse professionalità sociali e sanitarie con il compito di esaminare complessivamente bisogni, condizioni di vita, capacità, aspettative e sostegni disponibili. La valutazione non si limita quindi all’aspetto clinico, ma considera la persona all’interno della sua quotidianità e delle sue relazioni.
«I risultati del primo anno dimostrano che il cambiamento è già concreto», afferma Cristina Lodi. «Il dato più importante non è soltanto quello delle 68 persone che hanno già un progetto di vita, ma il metodo attraverso il quale siamo arrivati a questo risultato».
La costruzione dei progetti ha coinvolto direttamente le persone con disabilità, le famiglie, le associazioni, le cooperative sociali e i servizi sanitari. Un percorso condiviso ritenuto indispensabile per evitare che le decisioni vengano prese senza ascoltare chi dovrà poi viverne quotidianamente gli effetti.
Da gennaio sono state organizzate diverse giornate di confronto con le realtà attive nel campo della disabilità. Hanno partecipato quasi 70 tra associazioni, cooperative e reti informali di familiari. Il dialogo con le Consulte comunali e regionali ha portato alla sottoscrizione di un protocollo d’intesa basato sui sette grandi obiettivi del Piano d’azione triennale dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità.
Il lavoro entrerà in una nuova fase durante l’autunno, con l’avvio della programmazione e della progettazione condivise. Il Comune intende così coinvolgere il territorio non soltanto nell’esecuzione dei servizi, ma anche nella definizione delle priorità e delle modalità con cui utilizzare le risorse disponibili.
Parallelamente è stato promosso il Sistema per le autonomie del Comune di Genova, sviluppato con l’Azienda sociosanitaria ligure 3 e con alcune reti territoriali: il Progetto di Comunità Centro Storico, il Progetto Comunità QR Code Certosa-Campasso e “Insieme si può”. L’iniziativa è sostenuta da fondi regionali, dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e dal Fondo per le periferie inclusive.
Il percorso procede in maniera graduale. Può iniziare con attività laboratoriali e interventi di accompagnamento sociale e formativo, per arrivare alla gestione della casa, all’inserimento lavorativo e allo sviluppo di relazioni autonome. Non esiste quindi una soluzione identica per tutti: tempi e obiettivi vengono adattati alla storia e alle aspirazioni di ogni partecipante.
«Il passaggio dalla disabilità alla pro-abilità non è un esercizio lessicale», sottolinea Lodi. «Significa guardare a ogni persona partendo da ciò che può fare e da ciò che desidera, non da ciò che le manca».
Il principio richiamato è quello espresso dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità: «Nulla su di noi, senza di noi». Una formula che pone la partecipazione diretta delle persone interessate al centro delle decisioni e considera l’autonomia non come la semplice capacità di fare tutto da soli, ma come la possibilità di scegliere la propria vita disponendo dei sostegni necessari.
Per Cristina Lodi, il risultato raggiunto sul versante abitativo dimostra quanto possa essere efficace la collaborazione tra istituzioni, servizi sanitari, realtà sociali e famiglie. Il Comune punta ora a consolidare il modello e ad aumentare il numero delle persone coinvolte, rafforzando una politica che non si limiti a compensare le difficoltà, ma riconosca capacità, aspirazioni e diritto all’autodeterminazione.
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