Amt, il piano di salvataggio finisce sotto accusa: «I tagli preparano una crisi ancora più grave»

Nove associazioni e comitati contestano il progetto di risanamento dell’Azienda Mobilità e Trasporti: secondo i firmatari, ridurre corse e personale farà perdere altri passeggeri, aumenterà il traffico privato e isolerà ulteriormente l’entroterra. La richiesta è di riscrivere completamente il piano, investire nel servizio e rinnovare la dirigenza aziendale

Il piano predisposto per salvare l’Azienda Mobilità e Trasporti rischia di produrre l’effetto opposto, aggravando la crisi economica dell’azienda e peggiorando la mobilità di Genova e dell’intera area metropolitana. È la dura posizione espressa in un comunicato congiunto dal World Wide Fund for Nature Genova Città Metropolitana, da Parents for Future, dal Comitato SiTram, dalla Rete Famiglie Senz’auto, dall’Associazione Amici di Ponte Carrega, dal Comitato Difesa Trasporti Valle Stura e Orba, dall’Associazione Utenti Trasporto Pubblico, dall’Ecoistituto Reggio Emilia Genova e dall’Associazione Pendolari Novesi.

Secondo le nove organizzazioni, la situazione attuale non sarebbe un’emergenza improvvisa, ma il risultato di problemi accumulati nel corso di molti anni e affrontati, di volta in volta, attraverso soluzioni temporanee, operazioni patrimoniali e nuovo indebitamento. Per i firmatari, il piano di risanamento oggi sul tavolo riproporrebbe la medesima impostazione: contenere nell’immediato i costi senza costruire una vera prospettiva di rilancio del trasporto pubblico.

Una crisi che arriva da lontano
Le associazioni ricostruiscono una storia iniziata ben prima delle amministrazioni più recenti. Ricordano che, durante la giunta guidata da Giuseppe Pericu, il Comune ricorse alla vendita delle dighe di sua proprietà per reperire risorse destinate all’azienda di trasporto. Da allora, sostengono, si sarebbero susseguite decisioni rivelatesi onerose o controproducenti.
Tra gli esempi indicati nel comunicato figura l’affidamento della manutenzione dei mezzi alle aziende costruttrici, una scelta che, secondo i firmatari, non avrebbe favorito il prolungamento della vita operativa degli autobus. Viene inoltre contestata la vendita della rimessa di Boccadasse, che avrebbe garantito liquidità nell’immediato ma costretto i mezzi impiegati sulle linee del Levante a compiere lunghi trasferimenti senza passeggeri.
Le organizzazioni citano anche il deterioramento dei filobus lunghi dodici metri lasciati all’aperto. A loro giudizio, quei veicoli avrebbero potuto essere venduti quando possedevano ancora un valore commerciale oppure mantenuti in servizio attraverso l’estensione della rete bifilare.
Sono valutazioni attribuite interamente alle associazioni firmatarie, secondo le quali il problema di fondo sarebbe stato la mancanza di una politica capace di assegnare al trasporto pubblico la priorità nelle scelte urbanistiche e nella gestione della mobilità cittadina.
Corse saltate, guasti e passeggeri perduti
Nel documento viene descritta una progressiva perdita di qualità del servizio, manifestatasi attraverso la riduzione delle frequenze, le corse saltate e i guasti dei mezzi durante il loro impiego sulle linee.
Secondo associazioni e comitati, mentre il trasporto pubblico perdeva affidabilità, le politiche urbanistiche e della mobilità continuavano a favorire l’utilizzo dell’automobile. Da questa combinazione sarebbe derivato un progressivo allontanamento dei cittadini dagli autobus, con una conseguente riduzione degli introiti ottenuti dalla vendita di biglietti e abbonamenti.
I firmatari sottolineano quello che definiscono un paradosso soltanto apparente: mentre Genova perdeva abitanti, aumentava il numero dei veicoli circolanti. Per le organizzazioni, questo andamento sarebbe precisamente una delle conseguenze delle politiche comunali adottate nel corso degli anni.
Nel comunicato viene formulata una critica particolarmente severa nei confronti delle amministrazioni guidate da Marco Bucci, con Pietro Piciocchi prima assessore al Bilancio e successivamente vicesindaco. Secondo le associazioni, i problemi finanziari sarebbero stati rinviati attraverso finanziamenti bancari, mancati pagamenti ai fornitori e operazioni contabili che avrebbero progressivamente esaurito le risorse disponibili, fino a rendere indispensabile un intervento pubblico urgente.
«Tagliare il servizio farà perdere ancora più passeggeri»
Il principale bersaglio della protesta è il piano di risanamento presentato dall’Azienda Mobilità e Trasporti. Le nove organizzazioni sostengono che il progetto non contenga una reale strategia per recuperare gli utenti perduti e migliorare l’attrattività del servizio.
Secondo il loro ragionamento, riducendo le corse e il personale si produrrebbero due conseguenze negative. La prima sarebbe un ulteriore calo dei passeggeri, con la conseguente diminuzione degli introiti tariffari. La seconda riguarderebbe i trasferimenti statali, collegati anche alla quantità di chilometri percorsi dai mezzi.
Il risparmio ottenuto nell’immediato, quindi, potrebbe essere accompagnato da una nuova contrazione delle entrate, rendendo necessario intervenire nuovamente sul servizio. È quella che i firmatari descrivono come una spirale destinata ad autoalimentarsi: meno corse, meno affidabilità, meno passeggeri, meno ricavi e nuovi tagli.
Le associazioni contestano anche quella che considerano una visione ormai superata dell’utenza. A loro giudizio, sarebbe sbagliato pensare che le persone utilizzino autobus e treni soltanto perché non possono permettersi un’automobile. Molti cittadini sceglierebbero il trasporto pubblico quando risulta frequente, affidabile e competitivo, mentre tornerebbero al mezzo privato quando il servizio non garantisce tempi e collegamenti adeguati.
I debiti verso i fornitori e il nodo degli Assi di forza
Un’altra criticità indicata nel comunicato riguarda il previsto pagamento soltanto parziale dei debiti maturati nei confronti dei fornitori. Secondo le organizzazioni, questa soluzione potrebbe rendere più difficile acquistare in futuro beni e servizi, indebolendo ulteriormente i rapporti dell’azienda con gli operatori economici.
Nel mirino finisce anche il progetto degli Assi di forza, giudicato dalle associazioni coerente con una strategia orientata alla riduzione complessiva del servizio. È una valutazione molto netta, che ribalta la presentazione degli Assi come strumento destinato a riorganizzare e potenziare la mobilità pubblica genovese.
Per i firmatari, la concentrazione delle risorse lungo alcune direttrici principali potrebbe essere accompagnata dall’indebolimento delle linee secondarie e di adduzione. Il rischio denunciato è che la nuova rete finisca per ridurre la capillarità del servizio, soprattutto nei quartieri collinari e nelle aree più difficili da raggiungere.
Il rischio di più automobili e più incidenti
Le conseguenze del piano, secondo associazioni e comitati, non sarebbero soltanto economiche. Un trasporto pubblico meno frequente e meno capillare spingerebbe altre persone a utilizzare automobili e motocicli, con un aumento della congestione, dell’inquinamento e della pressione sulle strade cittadine.
Nel comunicato viene sottolineato anche il possibile impatto sulla sicurezza stradale. I firmatari ritengono che l’aumento dei veicoli privati possa tradursi in un maggior numero di incidenti e vittime, aggravando una situazione che giudicano già particolarmente critica per Genova.
La contestazione, quindi, non riguarda soltanto i conti dell’azienda. Secondo le organizzazioni, il piano deve essere valutato per gli effetti complessivi che potrebbe produrre sull’ambiente, sulla qualità della vita, sui tempi degli spostamenti e sulla sicurezza delle persone.
L’entroterra teme un isolamento ancora maggiore
Particolare attenzione viene dedicata al servizio extraurbano e alle proteste sollevate dai sindaci dell’area metropolitana. Le associazioni definiscono comprensibili e fondate le preoccupazioni degli amministratori dei Comuni interni, dove il trasporto pubblico rappresenta spesso l’unica alternativa all’automobile.
Secondo i firmatari, il servizio nelle vallate sarebbe già oggi insufficiente. Ulteriori riduzioni delle corse rischierebbero di colpire soprattutto anziani, studenti, lavoratori e persone prive di un mezzo privato, rendendo più difficile raggiungere scuole, ospedali, uffici e luoghi di lavoro.
Le organizzazioni avvertono che il ridimensionamento dei collegamenti potrebbe accelerare lo spopolamento delle aree interne, ridurre la coesione territoriale e rendere ancora meno attrattivi i piccoli Comuni. Un risultato che, sottolineano, sarebbe in aperta contraddizione con gli impegni istituzionali dichiarati per sostenere l’entroterra.
La richiesta: riscrivere il piano e cambiare la dirigenza
La conclusione del documento non lascia spazio a mediazioni sull’impostazione attuale: secondo le nove organizzazioni, il piano deve essere completamente rivisto. La priorità dovrebbe essere il recupero dei passeggeri, da perseguire attraverso un servizio più affidabile, frequente e capillare, e non attraverso una contrazione dell’offerta.
I firmatari chiedono al Comune di Genova e alla Regione Liguria di assumere un impegno finanziario e politico per il potenziamento del trasporto pubblico. Sollecitano inoltre un completo ricambio della dirigenza dell’Azienda Mobilità e Trasporti, ritenuto necessario per accompagnare il cambiamento di strategia.
La proposta avanzata dalle associazioni parte da un principio opposto rispetto a quello che attribuiscono al piano di salvataggio: per risanare l’azienda non sarebbe sufficiente ridurne le spese, ma occorrerebbe renderla nuovamente utile e competitiva, convincendo una parte dei cittadini a lasciare l’automobile e tornare sui mezzi pubblici. Solo aumentando il numero degli utenti, sostengono, sarebbe possibile invertire la crisi economica dell’azienda e la spirale di mobilità insostenibile nella quale Genova e il suo entroterra rischiano di rimanere intrappolati.
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