Ponte Morandi, Edoardo Rixi: «Un’ora prima ero su quel ponte, avrei potuto essere la 44ª vittima»

Nell’ottavo anniversario della tragedia, il viceministro ai Trasporti Edoardo Rixi richiama le responsabilità di istituzioni e concessionari: «Se non si fanno lavori e manutenzione, le tragedie possono accadere». E chiede che il processo arrivi alla sentenza definitiva «il prima possibile»

«Un’ora prima mi trovavo su quel ponte e avrei potuto essere la 44ª vittima». Otto anni dopo il crollo del Ponte Morandi, Edoardo Rixi affida anche a un ricordo personale il suo intervento alla commemorazione delle 43 persone morte il 14 agosto 2018. Oggi viceministro ai Trasporti, presente in rappresentanza del Governo, Rixi ha parlato prima di tutto come genovese e come uomo che quel viadotto lo percorreva abitualmente.

«Faccio parte di quella comunità genovese, di quella comunità che viaggiava su quel ponte, su cui io stesso un’ora prima mi trovavo e su cui sarei potuto essere la 44ª vittima», ha detto rivolgendosi ai familiari, alla sindaca Silvia Salis, al presidente della Regione Marco Bucci, alle autorità civili, militari e religiose e a tutti i presenti alla Radura della Memoria.

Un’esperienza che, secondo il viceministro, impone soprattutto una riflessione sulla responsabilità di chi amministra. «Fermarsi e riflettere almeno una volta all’anno» significa interrogarsi sulle conseguenze che può avere l’irresponsabilità di chi occupa incarichi istituzionali. E significa anche accettare di compiere scelte difficili, magari impopolari, quando sono necessarie per garantire infrastrutture sicure.
Il messaggio è netto: la sicurezza, per il viceministro, deve venire prima della ricerca del consenso immediato. Un amministratore deve essere disposto anche a «perdere consenso» pur di assicurare che strade, ponti, autostrade e ferrovie siano mantenuti e gestiti «in maniera prudente, razionale e assolutamente sicura».
Il 14 agosto 2018, ha ricordato, Genova non perse soltanto un ponte. «Perse madri, figli, fratelli, mogli, mariti», persone che attraversavano la città per andare al lavoro o in vacanza e che provenivano da luoghi, culture e religioni differenti. Quarantatré vite cancellate da una tragedia «che non poteva essere, che non doveva essere e che nessuno avrebbe mai pensato si potesse verificare».
Edoardo Rixi ha ricordato anche i minuti immediatamente successivi al crollo e il proprio arrivo nella zona del disastro, insieme ai vigili del fuoco, alla Protezione civile e ai volontari. Ha ripercorso le operazioni disperate per raggiungere chi era rimasto intrappolato tra le macerie e i mezzi sospesi sulle parti della struttura ancora in piedi. «A tutta questa gente va il mio massimo rispetto e la mia massima gratitudine».
Ma la commemorazione, secondo il viceministro, non può limitarsi al dolore e al ricordo. Deve servire da monito permanente. «Questo luogo del ricordo deve ricordare a tutti che se le amministrazioni pubbliche non fanno il loro dovere, se i concessionari autostradali non fanno il loro dovere, se non vengono fatti i lavori e la manutenzione, le tragedie possono avvenire».
Un’affermazione che Rixi ha esteso all’intero sistema infrastrutturale nazionale: autostrade, viabilità statale e ferrovie. «Ovunque può esserci una tragedia se non c’è la perizia di chi gestisce le cose e lo fa con ragione, raziocinio e con un profondo rispetto dei beni che lo Stato gli consegna e mette a disposizione».
Il viceministro ha quindi rivendicato il cambio di impostazione avvenuto negli anni successivi al crollo. Ha ricordato la revisione delle linee sulle manutenzioni di strade e autostrade avviata nel 2022, il rafforzamento dell’attività di controllo e gli investimenti destinati a recuperare una rete infrastrutturale che, secondo il viceministro per troppo tempo aveva visto la manutenzione passare in secondo piano.
«In questi anni abbiamo creato grossi disagi al traffico autostradale, al traffico statale, al traffico ferroviario, ma mai come oggi abbiamo investito in manutenzioni e in lavori per mettere in efficienza una rete che, ahimè, da trent’anni non guardava le manutenzioni ma guardava solo i nuovi investimenti». Poi l’affondo: «O meglio, qualcuno, come sta uscendo dagli atti del processo, non guardava neanche gli investimenti».
Proprio al processo sul crollo del Ponte Morandi è stato dedicato un altro passaggio dell’intervento. Edoardo Rixi ha ringraziato la magistratura per il lavoro svolto e ha chiesto che il percorso giudiziario possa arrivare alla conclusione definitiva senza tempi eccessivamente lunghi. «Con il massimo rispetto chiedo che si vada a chiudere il processo fino al terzo grado il prima possibile», ha detto, spiegando che il «senso di giustizia impone di avere una sentenza definitiva in tempo ragionevolmente breve».
La giustizia, però, non può sostituire la prevenzione. Il punto centrale del suo ragionamento è proprio questo: «Il politico deve prevenire, deve capire quando deve intervenire prima che succedano» le tragedie. Intervenire dopo, per Rixi, «non è più sufficiente».
Il viceministro ha quindi attaccato una politica troppo condizionata dal consenso immediato e dalla comunicazione sui social network. In una società che guarda continuamente a Facebook e Instagram, ha spiegato, programmare manutenzioni capaci di creare disagi oggi ma di garantire sicurezza domani diventa più difficile. «Pensare di fare opere e manutenzioni che oggi ti fanno perdere voti e ti creano disagio ma che serviranno alle prossime generazioni, perché i nostri figli e i nostri nipoti possano viaggiare sicuri sulle strade del Paese, è un elemento che nella società di oggi fa fatica a essere digerito».
Ma è esattamente questo, secondo il viceministro, il compito delle istituzioni: guardare oltre la convenienza del momento. «Il dovere del Paese è pensare prima al benessere dei cittadini che all’autoconservazione della specie».
Otto anni dopo, quindi, il Ponte Morandi resta per il viceministro una lezione che non riguarda soltanto Genova. Riguarda chi governa oggi e chi governerà domani, chi amministra infrastrutture pubbliche e chi le gestisce in concessione. «Chi governa non deve mai più lasciare le cose decadere perché è più facile non lavorare, non fare le cose e non impegnarsi».
La Radura della Memoria dovrebbe diventare, secondo Edoardo Rixi, un luogo da conoscere anche per chi in futuro sarà chiamato a occuparsi di infrastrutture. Un luogo che ricordi una verità semplice e terribile: le tragedie non arrivano sempre senza segnali e la responsabilità delle istituzioni è riuscire a intervenire prima.
«Il tempo può attenuare il rumore, ma non deve attenuare il senso di responsabilità», ha concluso. Perché, otto anni dopo il 14 agosto 2018, ricordare le 43 vittime significa soprattutto impedire che un’altra tragedia possa essere spiegata, ancora una volta, soltanto il giorno dopo.
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