Cronaca 

False fatture per 1,5 miliardi, la guardia di Finanza sequestra immobili di lusso, gioielli e conti correnti

L’indagine partita da un centro estetico senza magazzino né dipendenti ha portato a 192 denunce e a provvedimenti contro 22 imprenditori. Sigilli su otto proprietà di pregio, disponibilità finanziarie, orologi, borse e preziosi

Un centro estetico apparentemente privo delle strutture necessarie per commerciare abbigliamento sarebbe riuscito a fatturare vendite all’ingrosso per circa 20 milioni di euro. Da questa anomalia è partita una vasta indagine della guardia di Finanza di Savona, coordinata dalla Procura della Repubblica, che ha ricostruito un presunto sistema di documenti fiscali falsi esteso a 14 regioni.

I militari del Comando provinciale hanno eseguito i sequestri preventivi disposti dal giudice per le indagini preliminari nei confronti di 22 imprenditori, pr lo più di origine cinese, attivi soprattutto nel commercio all’ingrosso e al dettaglio di abbigliamento e bigiotteria. I provvedimenti, adottati anche per equivalente, riguardano beni e disponibilità per diversi milioni di euro.

L’inchiesta ha preso avvio durante un controllo fiscale in un’attività estetica di Albenga. Secondo gli investigatori, il titolare, pur non disponendo di un magazzino, di personale, di adeguati mezzi economici o di una reale organizzazione commerciale, avrebbe emesso fatture per forniture di vestiti destinate a 204 società italiane ed estere.

L’uomo è stato segnalato alla Procura per la presunta emissione di fatture relative a operazioni inesistenti e per l’occultamento o la distruzione della documentazione contabile. Le successive verifiche hanno portato alla denuncia di 192 persone, considerate dagli inquirenti utilizzatrici dei documenti falsi nelle proprie dichiarazioni fiscali o in quelle delle aziende riconducibili a loro.

Gli approfondimenti hanno compreso acquisizioni di documenti, esami dei conti bancari, perquisizioni personali, domiciliari e informatiche, oltre agli interrogatori. Dalle attività sarebbe emerso che numerose imprese inserivano in contabilità fatture provenienti non soltanto dall’attività di Albenga, ma anche da altri soggetti individuati come emittenti.

Molti documenti descrivevano le merci in maniera estremamente generica, usando indicazioni come “scarpe”, “bigiotteria” o “jeans”, senza precisare quantità, modelli e prezzi. Altre fatture indicavano massaggi e trattamenti per il corpo per importi considerati anomali e destinati a società impegnate nel commercio di prodotti, senza un collegamento evidente con quei servizi.

Secondo l’ipotesi investigativa, le aziende beneficiarie avrebbero ottenuto un doppio vantaggio. Da una parte avrebbero abbattuto il reddito imponibile e detratto indebitamente l’imposta sul valore aggiunto. Dall’altra avrebbero potuto acquistare la merce dal vero fornitore completamente “in nero”, per poi rivenderla a prezzi inferiori rispetto a quelli praticati dagli operatori regolari.

Il presunto meccanismo avrebbe quindi prodotto anche un’alterazione della concorrenza, consentendo alle imprese coinvolte di applicare condizioni difficilmente sostenibili da chi rispettava gli obblighi fiscali.

Le società raggiunte dai sequestri, considerate utilizzatrici sistematiche di fatture false, avrebbero generato tra il 2017 e il 2025 un volume d’affari di circa 700 milioni di euro. Il movimento complessivo attribuito a tutte le aziende segnalate raggiungerebbe invece un miliardo e mezzo.

Controlli fiscali mirati sono stati svolti anche nel Lazio, in Lombardia, in Piemonte e in Toscana. Allo stato delle indagini, la guardia di Finanza avrebbe contestato imponibili sottratti alle imposte dirette e all’imposta sul valore aggiunto per circa 116 milioni di euro.

Un altro elemento emerso riguarda l’utilizzo di prestanome. Diverse società sarebbero risultate formalmente intestate a persone prive di esperienza imprenditoriale e di disponibilità economiche adeguate. In alcuni casi gli intestatari avrebbero persino abitato all’interno dei capannoni delle aziende che, almeno sulla carta, amministravano.

L’analisi dei rapporti finanziari e i riscontri raccolti presso clienti e fornitori hanno permesso di individuare quelli che vengono ritenuti i reali gestori. Alcuni figuravano come semplici dipendenti, altri non comparivano formalmente nell’organizzazione societaria, pur avendo il controllo dei conti correnti e una conoscenza dettagliata degli affari aziendali.

Tra i casi ricostruiti figura quello di un quarantenne titolare di una decina di società, sui cui rapporti bancari sarebbero stati trovati circa sei milioni di euro. In un’altra situazione, automobili di lusso intestate a un’impresa formalmente amministrata da una donna non più presente in Italia dal 2022 sarebbero state utilizzate abitualmente da persone estranee alla società.

Gli investigatori hanno inoltre esaminato due catene di supermercati e grandi punti vendita, una nelle Marche e l’altra in Emilia-Romagna, intestate a soggetti che sarebbero stati privi di risorse e competenze per gestirle. Il controllo effettivo dei conti sarebbe stato esercitato da un altro uomo che, pur non avendo dichiarato redditi in Italia, possedeva immobili e automobili di lusso per oltre tre milioni di euro.

Sulla base degli elementi raccolti, il giudice per le indagini preliminari ha ritenuto presenti indizi relativi all’emissione e all’utilizzo di fatture false, disponendo i sequestri richiesti dalla Procura.

I provvedimenti hanno interessato oltre un milione di euro tra liquidità, azioni, quote societarie, fondi comuni e polizze assicurative. Sono stati sequestrati anche preziosi, gioielli, borse e orologi di marchi di alta gamma, stimati complessivamente in circa 500 mila euro.

Sotto sequestro sono finiti inoltre otto immobili di pregio per un valore superiore a sette milioni di euro. Tra questi figurano un appartamento nel complesso del “Bosco verticale” di Milano, una villa di 21 vani con piscina, sauna e centro benessere a Guidonia Montecelio, un attico con piscina nel quartiere Eur di Roma e un’abitazione di sette vani a Monte Sacro.

I provvedimenti riguardano anche un appartamento di dieci vani a Prato, un immobile nella zona di Loreto a Milano, un villino a Vigevano e un appartamento di otto vani a Reggio Emilia. I sequestri sono stati confermati dopo le impugnazioni presentate dagli indagati.

Al termine degli accertamenti, 105 partite dell’imposta sul valore aggiunto collegate alla presunta frode sono state segnalate all’Agenzia delle Entrate e chiuse d’ufficio. Molte sarebbero appartenute a società “apri e chiudi”, intestate a prestanome, prive di beni e magazzini e gravate da rilevanti debiti fiscali. Secondo l’indagine, la loro attività sarebbe stata finalizzata principalmente all’emissione di fatture false in cambio di denaro.


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