Economia Lavoro 

Rider in protesta davanti al McDonald’s: «Paghe da fame e zero tutele», esplode anche a Genova il caso delivery

Una ventina di ciclofattorini ha occupato marciapiede e parte della strada davanti al locale per denunciare compensi bassissimi e condizioni di lavoro sempre più dure. La mobilitazione arriva mentre le inchieste su Glovo e Deliveroo hanno acceso i riflettori su paghe sotto la soglia di povertà, controllo algoritmico e rischio di sfruttamento lungo tutta la filiera

Nel pomeriggio davanti al McDonald’s di via XX Settembre, all’angolo con via Sofia Lomellini, il lavoro invisibile dei rider è diventato improvvisamente rumoroso, visibile, impossibile da ignorare. Un gruppo di circa venti rider ha dato vita a un presidio che ha bloccato il marciapiede e occupato in parte anche la carreggiata, attirando l’attenzione di clienti e passanti con slogan, volantini e una denuncia pubblica molto netta contro le condizioni in cui si svolge il lavoro nel food delivery. A trasformare la protesta in qualcosa di più di una semplice contestazione locale è il momento in cui arriva: proprio mentre le indagini milanesi stanno mettendo sotto pressione le grandi piattaforme del settore e, sempre più, anche le catene che da quel sistema traggono beneficio.

Chi ha partecipato al presidio ha raccontato una quotidianità fatta di corse continue, compensi variabili e diritti quasi inesistenti. Il punto sollevato dai rider è che dietro la comodità di un ordine recapitato in pochi minuti si reggerebbe un modello in cui il rischio resta quasi tutto sulle spalle di chi pedala. Nella loro denuncia tornano gli stessi temi che da mesi animano il confronto nazionale: consegne pagate pochi euro lordi, assenza di ferie e malattia, tempi di lavoro lunghissimi e una dipendenza di fatto dalle applicazioni che assegnano gli ordini e determinano tempi, priorità e possibilità di guadagno.

«Niente diritti? Niente consegne! – spiegano al sindacato Si Cobas -. Sciopero unitario dei rider di Just Eat, Glovo e Deliveroo a Genova, i lavoratori di Just Eat aspettano da mesi una risposta alle numerose richieste di incontro all’azienda e chiedono subito date certe per l’introduzione di un mezzo sostitutivo in caso di guasto o furto come avviene in altre città d’Italia; i rider di Glovo e Deliveroo protestano contro i bassi salari e le condizioni di sfruttamento che continuano anche dopo il commissariamento delle due aziende da parte del tribunale. Da giorni il S.I. Cobas ha chiesto un incontro all’assessore comunale a lavoro e mobilità Emilio Robotti e all’Autorità Portuale, dato che l’esasperazione dei lavoratori è alimentata anche dai problemi relativi all’accesso all’area portuale che registriamo da una settimana, ma nessuna delle controparti si è ancora degnata di risponderci… Lo sciopero di questa sera è solo il primo passo : i rider sono lavoratori della logistica e rivendicano diritti e dignità! Ogni peggioramento per chi lavora per una piattaforma, è un attacco a tutti i lavoratori del settore, ogni passo avanti, ogni vittoria grande o piccola che avremo sulle nostre richieste sarà un passo avanti per tutti. Lo stato di agitazione dei rider di Genova rimane aperto, vogliamo voce in capitolo sulle condizioni di lavoro e riconoscimento del sindacato scelto dai lavoratori ai tavoli di trattativa con aziende e istituzioni. Aumentano i prezzi della benzina, i più colpiti saranno proprio i rider che fanno le consegne con i loro motorini, organizziamoci per un lavoro più sicuro e salari più alti! Basta infortuni sul lavoro, basta precarietà, basta sfruttamento!
La lotta continua!».

Il caso, del resto, non si muove più soltanto sul terreno sindacale o politico. A Milano la Procura ha aperto un fronte pesantissimo sulle modalità con cui viene organizzato il lavoro dei rider. A febbraio 2026 la filiale italiana di Glovo, cioè Foodinho, è stata posta in controllo giudiziario in un’inchiesta coordinata dal pubblico ministero Paolo Storari, con l’accusa di sfruttamento lavorativo e intermediazione illecita. Secondo gli inquirenti, il sistema avrebbe coinvolto circa 40 mila rider in tutta Italia e in molti casi avrebbe prodotto compensi medi di circa 2,50 euro a consegna, ben al di sotto di una soglia ritenuta compatibile con un’esistenza dignitosa. Successivamente un giudice ha ordinato alla società di regolarizzare fino a 40 mila lavoratori, mantenendo l’attività sotto supervisione giudiziaria.

Pochi giorni dopo è toccato anche a Deliveroo Italy. Il 3 marzo il giudice per le indagini preliminari di Milano Roberto Crepaldi ha convalidato il controllo giudiziario disposto d’urgenza dalla Procura, in un fascicolo che riguarda circa 20 mila rider. Nelle carte si parla di paghe da 3, 4 o 5 euro a consegna, con redditi mensili attorno ai mille euro e redditi netti annui che, secondo il giudice, risultano inferiori ai parametri previsti dal contratto nazionale di lavoro e non in linea con quello che viene definito il “salario minimo costituzionale”. Sempre il giudice mette in evidenza un altro punto centrale: l’obbligo di restare connessi alla app per gran parte della giornata finirebbe di fatto per impedire a molti rider di svolgere altri lavori, accentuando una condizione di dipendenza economica e organizzativa.

È in questo contesto che la protesta di Genova assume un significato più largo. Il malessere espresso davanti al fast food di via XX non riguarda soltanto il rapporto tra rider e piattaforme, ma chiama in causa l’intera filiera, comprese le grandi catene della ristorazione e della distribuzione che affidano sempre più ordini al delivery. Nelle scorse settimane la Procura di Milano ha chiesto documenti anche a grandi marchi come McDonald’s, Burger King, Kfc ed Esselunga per verificare se i loro modelli organizzativi siano realmente in grado di prevenire forme di sfruttamento lungo la catena degli appalti e dei subappalti. È il segnale che l’inchiesta non vuole fermarsi alla superficie dell’app, ma risalire fino ai soggetti economici che alimentano il sistema delle consegne.

Il cuore dell’accusa dei magistrati milanesi è che il lavoro dei rider venga formalmente presentato come autonomo, ma nella pratica si sviluppi dentro una struttura rigidamente eterodiretta, con tempi, modalità e disponibilità scanditi dagli algoritmi. Non una semplice innovazione tecnologica, dunque, ma un meccanismo che, se usato in un certo modo, rischia di comprimere salari e diritti fino a spingere migliaia di persone sotto la soglia di povertà. Per questo il controllo giudiziario non è stato pensato come una misura per fermare l’attività delle aziende, ma come uno strumento per riportarla dentro un perimetro di legalità, facendo emergere violazioni contrattuali e imponendo un riequilibrio tra redditività d’impresa e tutela del lavoro.

Dentro questa cornice, il sit-in genovese racconta anche un cambio di clima. Fino a poco tempo fa i rider venivano spesso percepiti come una presenza marginale, quasi silenziosa, dispersa tra una consegna e l’altra. Adesso, invece, provano a stare al centro della scena e a farlo davanti ai simboli più evidenti dell’economia della consegna rapida. La scelta di protestare davanti a un McDonald’s non sembra casuale: significa spostare il discorso dal singolo contratto al modello complessivo che tiene insieme piattaforme digitali, grandi marchi del cibo veloce e consumatori abituati alla rapidità del servizio.

Resta da capire se questa pressione produrrà effetti anche fuori dalle aule giudiziarie. Le inchieste di Milano hanno già aperto una breccia, perché per la prima volta la questione del delivery non viene letta soltanto come una frontiera moderna del lavoro flessibile, ma come un possibile terreno di sfruttamento strutturale. E la protesta di oggi, pur con numeri limitati, porta a Genova lo stesso messaggio: dietro ogni zaino termico e ogni ordine consegnato in pochi minuti c’è un lavoro che chiede di essere riconosciuto non come servizio usa e getta, ma come attività con dignità, salario e tutele.

Foto di Luca Fazio


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