Cultura - 

Toirano virale, ma non è una “nuova scoperta”: le impronte del canide diventano un caso grazie alle analisi hi-tech – VIDEO

Un video della divulgatrice “Archeomilla” riporta sotto gli occhi del grande pubblico dei social la Grotta della Basura: le orme di canide erano note da decenni, ma oggi le tecniche digitali e lo studio sistematico di tutte le tracce ricostruiscono con dettaglio sorprendente l’esplorazione di un piccolo gruppo di sapiens, bambini compresi, avvenuta circa 14.400 anni fa

Le grotte di Toirano, in provincia di Savona, sono finite improvvisamente dentro il frullatore (per una volta positivo) dei social per una storia che, a sentirla raccontare in certi post, sembrerebbe appena emersa dal nulla: “nuove” impronte di canidi. Eppure chi quelle grotte le conosce davvero, o ci è entrato almeno una volta, lo sa: non si tratta di una rivelazione dell’ultima ora. Il punto non è l’esistenza delle orme, ma ciò che oggi si riesce a leggere dentro quelle orme e, soprattutto, dentro l’intero mosaico di tracce lasciate nell’argilla. È qui che sta la differenza tra il chiacchiericcio e la ricerca: non il sensazionalismo di un ritrovamento “fresco”, ma la capacità di trasformare segni antichi in una ricostruzione credibile, misurabile, verificabile.

A fare da ponte tra il pubblico e la complessità scientifica è Archeomilla, nome d’arte di Camilla, archeologa professionista e divulgatrice attiva dal 2020 su YouTube, Instagram, Facebook e TikTok. Il suo profilo, costruito su un approccio rigoroso e accessibile, parte da una formazione accademica solida e da esperienze sul campo e punta a un obiettivo chiaro: togliere terreno alla disinformazione, riportando i fatti alla loro scala reale. Il video, realizzato in collaborazione con la Regione Liguria, è anche un esempio di promozione turistica fatta con intelligenza: non la cartolina urlata, ma un racconto che invita a visitare un luogo spiegandone il valore, senza scorciatoie, puntando a visitatori consapevoli.

Nel filmato lo spettatore viene accompagnato nella Grotta della Basura, una cavità che conserva una delle testimonianze più antiche e suggestive della relazione fra esseri umani e canidi. Circa 14.400 anni fa un piccolo gruppo di sapiens entrò nella grotta insieme a un animale e lasciò nell’argilla un vero “verbale” di movimento: passi, soste, direzioni, esitazioni, gesti. È un tipo di prova rarissima, perché il rapporto millenario tra uomo e cane è facile da evocare, difficilissimo da documentare in modo diretto. Qui, invece, la terra ha fatto da archivio.

La storia della scoperta e delle prime ricerche aiuta a capire perché oggi si parli di “novità” quando, in realtà, la novità è un’altra. Le prime indagini nell’atrio della grotta risalgono alla fine dell’Ottocento con Don Niccolò Morelli; poi la svolta arriva nel 1950, quando alcuni giovani del posto forzano un passaggio e svelano lo sviluppo ipogeo, tra ossa di orso delle caverne e tracce umane. La soprintendenza invia l’archeologa Virginia Chiappella, che intuisce subito il doppio valore del sito, paleontologico e archeologico: non solo resti animali, ma impronte, carboni, strisciate digitali, grumi d’argilla sulle pareti. È qui che entra la parte amara del racconto: l’ondata di visite incontrollate dell’epoca danneggia e cancella molte informazioni. Si salvano soprattutto le tracce più protette, quelle concrezionate o sommerse e quelle vicine alle pareti, difficili da raggiungere.

Quando Archeomilla affronta la questione delle “orme del canide”, spiega che non è la scoperta ad essere nuova, ma la lettura. Dal 2014 è in corso un progetto di ricerca multidisciplinare che incrocia geoarcheologia, paleontologia, archeobotanica e soprattutto icnologia, lo studio delle impronte. Le datazioni su carboni collocano la presenza umana tra 14.700 e 14.000 anni fa e chiudono definitivamente la porta ad alcune vecchie interpretazioni fantasiose del secolo scorso, quando qualcuno arrivò perfino a ipotizzare scenari neandertaliani e riti di iniziazione: l’archeologia, qui, ha fatto quello che dovrebbe fare sempre, cioè togliere poesia alle ipotesi comode e restituire solidità alle ipotesi sostenibili.

Il salto di qualità sta nelle tecniche moderne. Le tracce vengono analizzate sul posto con un approccio quasi forense, seguendo schemi anatomici precisi, e poi “tradotte” in digitale con modelli 3D ad alta definizione, attraverso fotogrammetria e laser scanner. È così che le orme umane, finora identificate a centinaia, vengono raggruppate in cinque individui distinti: un bambino di circa 3 anni, uno di circa 6, un preadolescente tra 8 e 11, un subadulto e un adulto. Dell’adulto si ricostruisce con certezza il sesso, maschile; e altri dettagli, come la sindatilia rilevata nelle impronte di due giovani, suggeriscono una parentela e un passaggio genetico lungo linea maschile, rendendo plausibile che fossero fratelli. Non sono “effetti speciali”: sono indizi minuti, che diventano significativi proprio perché misurati e confrontati.

Accanto ai cinque umani compare il sesto protagonista. Le analisi indicano un singolo canide di grossa taglia, attorno ai 39 chili, alto circa 69 centimetri al garrese e lungo circa 108. Cane o lupo, forse già addomesticato: la dimensione consente entrambe le ipotesi, ma ciò che pesa davvero è la relazione stretta con il gruppo, resa evidente dalla contemporaneità delle piste e dalle sovrapposizioni tra impronte umane e animali. Non un animale “passato di lì” in un altro momento, ma un compagno di percorso.

Da qui il racconto prende ritmo e diventa quasi una scena in movimento. Il gruppo avanza nel cunicolo principale in fila, vicino alla parete, in un atteggiamento prudente tipico di chi si muove al buio in un luogo sconosciuto. Si fa luce con torce ricavate da rami resinosi, facili da trasportare e ravvivare. In un punto la volta si abbassa e costringe tutti a procedere a carponi, lasciando le impronte di mani e ginocchia: un unicum a livello mondiale, tanto raro quanto eloquente. Alcuni dettagli anatomici, come ginocchia nude, vengono letti come indizio di un’esplorazione in stagione calda. Le impronte dei piedi nudi, unite a particolari come l’alluce valgo nell’adulto, portano a ipotizzare che quell’uomo usasse calzature abitualmente e se le sia tolte per non rovinarle o per avere più presa sul fango.

C’è poi un passaggio che rende tutto incredibilmente umano: a un certo punto il gruppo si ferma abbastanza a lungo perché il bambino più piccolo si sieda e giochi con ciò che ha intorno, argilla, sassi, ossa di orso. È un frammento di vita congelato in un gesto qualsiasi, che proprio per questo attraversa millenni senza perdere comprensibilità. Poi il gruppo attraversa un laghetto, lascia orme profonde sul fondo, arriva nella “Sala dei Misteri” e qui le tracce cambiano natura: carboni, strisciate, segni sulle pareti, grumi d’argilla, un reticolo tracciato a più mani su una formazione calcarea dall’aspetto zoomorfo. Non si tratta più soltanto di camminare: sembra emergere un’azione, una scelta, forse un significato che oggi possiamo intuire solo in parte. Anche sulla via del ritorno restano segni: alcuni oscuri, altri più leggibili, come una freccia verso l’alto associata a figure la cui interpretazione rimane discussa e prudente.

Il senso dell’operazione, e del successo del video, sta tutto qui: la Grotta della Basura non è “la grotta della nuova impronta”, ma una pagina di storia materiale che oggi diventa leggibile grazie a strumenti capaci di ricostruire persone, movimenti, relazioni e tempi. E in un’epoca in cui basta una parola gridata per fabbricare una “scoperta”, il fatto che a riportare ordine sia una divulgatrice con approccio scientifico – e non l’ennesimo post acchiappa-like – è forse la notizia migliore: perché fa bene alla ricerca, fa bene ai luoghi, e fa bene anche a un turismo che, quando è di qualità, comincia sempre da una cosa semplice: capire dove si sta andando.


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