Cultura - 

Gardella e Genova, la lezione del Novecento che torna attuale: a Tursi un convegno su rigore, contesto e “modernità come misura”

Non un semplice tributo, ma un’immersione nel metodo di Ignazio Gardella e nel suo modo di progettare la Liguria: grande partecipazione a Palazzo Tursi per un pomeriggio di interventi e riflessioni che mette al centro la Facoltà di Architettura, Sarzano e San Silvestro, e rilancia una linea politica che parla di rigenerazione, qualità diffusa e rispetto profondo dei luoghi

Palazzo Tursi ha scelto di dedicare un pomeriggio non alla celebrazione di rito, ma a un ragionamento che intreccia urbanistica e cultura con un nome che, a Genova, continua a essere una bussola: Ignazio Gardella. Nel salone di rappresentanza si è tenuto oggi il convegno “Ignazio Gardella: progettare il paesaggio ligure”, appuntamento curato da Emanuele Piccardo e plug_in in collaborazione con la Fondazione Ordine Architetti di Genova e con il patrocinio di Comune di Genova, Archivio Storico Gardella e Docomomo Italia, per riportare al centro una figura che nel Novecento ha saputo incidere sul paesaggio urbano ligure con un’idea di progetto fatta di rigore, misura e rifiuto dell’ornamento superfluo, sempre dentro un dialogo serrato con il contesto e con la memoria stratificata della città.

Il convegno si è aperto con i saluti dell’assessore alla Cultura Giacomo Montanari, che ha legato l’attualità di Gardella alla sua capacità, rara, di far parlare l’antico senza trasformarlo in museo e di innestare il contemporaneo senza cancellare ciò che c’era. Il riferimento più immediato è quello del recupero di una porzione di centro storico, quella di Sarzano, devastata dalla guerra e per lungo tempo esposta al rischio di un rifacimento integrale che avrebbe potuto recidere la continuità con le preesistenze: nel racconto di Giacomo Montanari, l’intervento gardelliano resta un esempio di rispetto e di misura proprio perché non si limita a “riempire un vuoto”, ma ricuce una ferita mantenendo la città riconoscibile. Nello stesso solco viene richiamato il lavoro sul complesso di San Silvestro e sulla sede vescovile, considerato tra gli interventi più rispettosi del patrimonio monumentale genovese, e soprattutto l’edificio della Facoltà di Architettura dell’Università di Genova, indicato come una sintesi perfetta dell’idea gardelliana di architettura: un’opera pubblica capace di dialogare con territorio e tessuto storico, senza esibizionismi e senza mimetismi.

Dopo l’apertura, la giornata è entrata nel vivo con gli interventi programmati, costruiti per attraversare Gardella non solo come autore di “capolavori”, ma come metodo. Emanuele Piccardo, architetto e critico di architettura, ha guidato il filo conduttore dell’incontro, riportando l’attenzione su cosa significhi “progettare il paesaggio ligure” quando il paesaggio non è cartolina ma conflitto di pendenze, densità, spazi compressi tra mare e monti, e quando la città è fatta di strati che pretendono ascolto prima della matita. Andrea Vergano, architetto e urbanista, ha spostato lo sguardo sulla dimensione urbana, sul modo in cui Gardella leggeva e ricomponeva la città, mentre Simona Gabrielli, presidente della Fondazione Ordine Architetti di Genova e curatrice, a suo tempo, della sezione genovese della mostra “Ignazio Gardella architetto. Costruire le modernità” allestita nel 2006 a Palazzo Ducale, ha rilanciato un tema che oggi torna centrale: l’attualità del suo messaggio. Nel ragionamento di Simona Gabrielli, l’idea di Genova come città stratificata, dove ogni progetto nasce dal confronto con la morfologia urbana e con la memoria dei luoghi, non è un’eredità da mettere sotto vetro, ma una chiave per discutere il rapporto tra architettura contemporanea e contesto, proprio ora che le città rischiano spesso di inseguire immagini più che esperienze.

Le conclusioni sono state affidate all’assessora comunale all’Urbanistica Francesca Coppola, che ha scelto un registro netto: chiudere un evento su Gardella, ha spiegato, non significa archiviare un capitolo, ma portare fuori, nelle scelte quotidiane, uno sguardo e una responsabilità. Nella sua lettura, Gardella continua a parlare perché ricorda una lezione insieme semplice e difficile: la modernità non è un effetto speciale, è una misura, è sobrietà, è rigore, è rispetto del contesto e attenzione concreta al modo in cui le persone vivono gli spazi. E da quella lezione Francesca Coppola ha fatto discendere una linea politica dichiarata, che punta a rigenerare prima di espandere, a prendersi cura dei quartieri più a lungo trascurati e ad alzare la qualità dei progetti non solo nei luoghi “vetrina” ma ovunque, perché la dignità dello spazio, ha sostenuto, è un diritto di tutte e di tutti.

Il convegno ha ripercorso anche il profilo biografico e professionale dell’architetto, ingegnere e designer Ignazio Gardella, nato a Milano ma di origini genovesi e legato alla città per tutta la carriera, anche attraverso una tradizione familiare di architetti che rimanda all’Ottocento e alla figura di Carlo Barabino. In questo legame si innesta uno dei passaggi più significativi ricordati nel corso dell’incontro: il Piano Particolareggiato di San Donato e San Silvestro del 1969, rimasto in larga parte sulla carta ma decisivo per l’idea di ridisegnare una porzione antichissima del centro storico, quella del castrum romano, coincidente con l’area destinata all’insediamento universitario. Da quel percorso nasce, come esito più visibile e concreto, la Facoltà di Architettura realizzata tra il 1975 e il 1989, edificio che ha contribuito a innescare un processo di recupero non solo architettonico ma anche sociale, restituendo identità a un pezzo di città e costruendo un legame forte tra università e tessuto urbano.

Più in generale, dalla giornata è emersa un’immagine di Gardella come costruttore di “parti di città” capaci di entrare nel tessuto esistente senza distruggerlo, facendosi accettare come se fossero sempre state lì. È un tratto che a Genova si legge nei progetti richiamati, ma che nel convegno viene esteso anche ad altre esperienze fuori città, come le case per impiegati della Borsalino ad Alessandria, e alla riviera ligure, con i Piani di Invrea ad Arenzano, dove l’urbanistica e l’architettura delle residenze per vacanze diventano un esercizio di equilibrio tra costruito, materia e paesaggio, dentro una Liguria complessa e compressa che non perdona superficialità.

Nel racconto di oggi, insomma, Ignazio Gardella non è stato solo un nome “da manuale” o un autore da celebrare perché insignito nel 1955 del Premio Olivetti per l’Architettura, ma un metodo da rimettere in circolo: un invito a progettare senza rumore, a far dialogare antico e contemporaneo, a cercare qualità come esperienza e non come immagine. E forse è proprio qui la ragione della grande partecipazione registrata a Tursi: perché, in una città che deve scegliere come trasformarsi, l’idea di modernità come misura suona meno come nostalgia e più come una necessità urgente.


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