Enti Pubblici e Politica Sindacale 

Il 6 febbraio i porti si fermano insieme: «I portuali non lavorano per la guerra», da Genova a Tangeri un’azione che non si vedeva da decenni

Il 6 febbraio 2026 una rete di sindacati e lavoratori portuali annuncia scioperi e presìdi in circa 21 grandi scali europei e del Mediterraneo. Usb: l’obiettivo dichiarato è tenere i porti fuori dai conflitti, contestare l’economia di guerra e il riarmo, chiedere lo stop alle spedizioni di armi verso i fronti aperti e respingere l’idea che la militarizzazione diventi il pretesto per nuove privatizzazioni e automazione

C’è una frase, scelta come slogan e come linea politica, che riassume la giornata del 6 febbraio 2026: «I portuali non lavorano per la guerra». È così che un fronte sindacale composito, con l’Unione Sindacale di Base in Italia insieme a organizzazioni della Grecia, dei Paesi Baschi, della Turchia e del Marocco, chiama una giornata internazionale di azione e lotta che punta a mettere in rete, nello stesso momento, presìdi e scioperi in circa ventuno tra i porti più importanti d’Europa e del Mediterraneo. L’idea, rivendicata nel comunicato che convoca l’iniziativa, è tornare a una forma di mobilitazione congiunta che “non si vedeva da decenni”, un gesto collettivo pensato per incidere proprio dove l’economia globale tocca terra: banchine, varchi, terminal, infrastrutture strategiche.

Le motivazioni indicate sono articolate ma legate da un filo unico, che è insieme etico e materiale. Da una parte c’è l’obiettivo dichiarato di fare dei porti luoghi di pace, sottraendoli a qualunque coinvolgimento diretto o indiretto nei conflitti, dall’altra c’è una lettura molto concreta degli effetti della “economia di guerra” sulla vita delle persone: salari, pensioni, diritti, condizioni di salute e sicurezza. Nel testo si chiede di bloccare le spedizioni di armi dai porti verso le aree di guerra e, nel quadro della crisi in Medio Oriente, viene invocato anche un embargo commerciale da parte dei governi e delle istituzioni locali. Accanto a questo, la chiamata del 6 febbraio si mette apertamente contro i piani di riarmo dell’Unione Europea e contro l’ipotesi, ritenuta imminente, di una militarizzazione dei porti e delle infrastrutture considerate strategiche, con un’ulteriore critica: il timore che il riarmo diventi l’alibi per accelerare privatizzazioni e automazione, scaricandone i costi su lavoratori e territori.

In Italia la giornata viene tradotta in una mappa di appuntamenti che attraversa il Paese da nord a sud e che ha l’ambizione di unire porti diversi per dimensione e vocazione sotto lo stesso messaggio. A Genova l’appuntamento è alle 18.30 al Varco San Benigno, mentre a Livorno ci si ritrova alle 17.30 in piazza 4 Mori; a Trieste la convocazione è per le 17.30 nell’area di riferimento dell’autorità portuale, in Cia K. Ludwig Von Bruck, e a Ravenna si parte alle 15.00 in via Antico Squero 31, davanti all’Autorità Portuale. Ancona si dà appuntamento alle 18.00 in piazza del Crocifisso, Civitavecchia alle 18.00 in piazza Pietro Guglielmotti, Salerno alle 17.00 al varco principale del porto; Bari scende in presidio alle 16.00 al Terminal Porto, Crotone alle 17.30 in piazza Marinai d’Italia, all’ingresso del porto; Palermo alle 16.30 al Varco Santa Lucia e Cagliari alle 17.00 in via Roma, lato porto. È una scansione di orari e luoghi che, letta nel suo insieme, prova a dare la misura dell’operazione: non una protesta isolata, ma un gesto coordinato che intende “fare notizia” proprio per la sua simultaneità.

La cornice internazionale è altrettanto centrale nella narrazione dei promotori. Tra i porti principali citati compaiono il Pireo e Elefsina, con appuntamento alle 10.30 ora locale davanti agli ingressi principali, Bilbao e Pasaia/San Sebastián con presìdi alle 10.00 nell’area portuale, Mersin con appuntamento alle 10.30 ora locale al terminal, mentre a Tangeri l’iniziativa è indicata alle 10.00 all’ingresso del porto, anche se viene segnalata come “da confermare” per l’allarme meteo che potrebbe portare alla chiusura dello scalo. A questa rete, secondo quanto riferito, si aggiungono adesioni e messaggi di sostegno da parte di realtà sindacali e federazioni internazionali del mondo portuale e dei trasporti, insieme a iniziative di solidarietà annunciate in altri porti europei attraverso gruppi indipendenti di lavoratori e movimenti sociali e politici, come Amburgo, dove viene descritta una manifestazione con più tappe dal primo pomeriggio fino al tardo pomeriggio, Brema con un presidio a metà giornata, e Marsiglia con una mobilitazione davanti all’ingresso dell’area commerciale di Fos-sur-Mer.

Usb allarga poi l’orizzonte oltre l’Europa, segnalando che la giornata del 6 febbraio starebbe raccogliendo molte adesioni soprattutto negli Stati Uniti e in Sud America, con un aggiornamento “in corso” nelle ore successive. Tra gli esempi vengono citati un sostegno da parte di un movimento contro le guerre guidate dagli Stati Uniti, attivo anche in Venezuela e Colombia, la solidarietà del sindacato Service Employees International Union Local 26 di Minneapolis, e un’iniziativa annunciata a Bogotá davanti all’ambasciata degli Stati Uniti. Viene inoltre riportata una manifestazione di vicinanza da parte di un sindacato dei lavoratori petroliferi del Brasile, a sottolineare l’idea che la mobilitazione portuale voglia parlare a un mondo del lavoro più ampio, toccato dagli stessi effetti economici e sociali.

Per seguire la giornata, il sindacato annuncia che dalle 17.30 del 6 febbraio sarà disponibile una diretta sui propri canali social, con interventi e contributi dalle piazze nazionali e internazionali. È un dettaglio che i promotori considerano parte integrante dell’iniziativa: rendere visibile, nello stesso momento, la rete delle banchine e delle città che si muovono insieme, trasformando presìdi e scioperi in un racconto collettivo capace di superare i confini dei singoli porti.

Nella chiusura, il tono del messaggio si fa programmatico: la giornata viene presentata come una dimostrazione che “si può concretamente fare qualcosa” contro guerre, aggressioni, saccheggi di risorse e contro gli effetti dell’economia di guerra, mettendo insieme sindacati di Paesi diversi. Non solo una data sul calendario, quindi, ma un primo punto di partenza che, nelle intenzioni degli organizzatori, può alzare il livello di mobilitazione e complicare i piani di chi, secondo loro, prova a scaricare il costo del riarmo su portuali e lavoratori. E la frase finale, quasi un impegno, torna a suonare come un messaggio in bottiglia lanciato da un molo all’altro: la solidarietà internazionale, per chi convoca il 6 febbraio, non è un ornamento del discorso, ma una parte essenziale del futuro.


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