Cronaca 

Guadagni online grazie a Pornhub e OnlyFans, dichiarazioni dimenticate. Nei guai content creator che non ha dichiarato guadagni per 150mila euro

Ripartono le verifiche della guardia di Finanza sui compensi incassati attraverso piattaforme social e servizi online a pagamento per adulti. Nel corso di un controllo fiscale su una “digital content creator” attiva su più canali, sarebbero emersi ricavi non dichiarati tra il 2021 e il 2024 per oltre 150.000 euro, con contestazioni di natura amministrativa

Le Fiamme Gialle tornano a stringere la rete sui guadagni generati online da chi produce contenuti multimediali e li monetizza attraverso abbonamenti, acquisti singoli e compensi riconosciuti dalle piattaforme. È questo il contesto dell’ultima attività annunciata dalla guardia di Finanza, che ha ripreso i controlli nei confronti di soggetti che percepiscono entrate grazie alla pubblicazione di contenuti su note piattaforme social e su popolari siti di intrattenimento per adulti.

La verifica: attività continuativa su più piattaforme e ricavi non dichiarati

Nel caso oggetto di accertamento, la Tenenza di Cairo Montenotte ha svolto una verifica fiscale nei confronti di una persona fisica che operava come digital content creator su più servizi online. L’attività, secondo quanto ricostruito, si sarebbe sviluppata in modo abituale su piattaforme come Instagram, Internet Movie Database, Pornhub e OnlyFans, con numerosi filmati e video in cui la stessa risultava protagonista, resi disponibili a pagamento.

Gli approfondimenti, condotti anche attraverso l’analisi di fonti aperte, avrebbero fatto emergere un elemento centrale: i compensi percepiti non sarebbero stati dichiarati al Fisco. Le somme, secondo l’impostazione della verifica, rientrerebbero nella categoria dei redditi di lavoro autonomo prevista dall’articolo 53 del Testo unico delle imposte sui redditi.

Foto, filmati e video caricati in rete: quanto avrebbe fruttato l’attività

L’attività contestata viene descritta come un lavoro strutturato: realizzazione di filmati, foto e video, seguita dal caricamento su internet e dalla successiva condivisione pubblica a pagamento. Una modalità di monetizzazione ormai consolidata nel mondo digitale, che però – sul piano fiscale – richiede inquadramento, tracciabilità e corretta dichiarazione dei ricavi.

Nel periodo tra il 2021 e il 2024, sempre secondo gli esiti degli accertamenti, questa produzione avrebbe generato oltre 150.000 euro di ricavi. Da qui, la contestazione di violazioni di carattere amministrativo legate all’omessa o infedele presentazione delle dichiarazioni annuali ai fini delle imposte dirette.

Da dove arrivavano i soldi: abbonamenti, contenuti singoli e pagamenti delle piattaforme

Uno dei passaggi più rilevanti dell’attività di controllo riguarda la ricostruzione dei flussi economici. Gli accertamenti, svolti anche con indagini bancarie, avrebbero evidenziato che gli introiti non dichiarati derivavano principalmente da:

  • compensi connessi all’acquisto di abbonamenti da parte di utenti privati;
  • pagamenti per l’acquisto di singoli contenuti (foto, video e materiali digitali);
  • bonifici effettuati dalle società proprietarie di alcune piattaforme per l’utilizzo dei diritti di immagine.

In altre parole, un mix di microtransazioni e corrispettivi periodici che, sommati nel tempo, possono trasformarsi in cifre rilevanti e, proprio per questo, diventare oggetto di attenzione da parte dell’amministrazione finanziaria.

Perché questi controlli aumentano: il “lavoro digitale” è reddito a tutti gli effetti

Il punto, per chi opera online, è spesso lo stesso: l’idea che la monetizzazione attraverso internet sia un’attività “leggera” o informale, quando invece – se svolta con continuità e con introiti regolari – viene trattata come un vero lavoro, con relativi obblighi fiscali. E quando i pagamenti passano da piattaforme, utenti e bonifici internazionali, la tracciabilità può diventare anche più semplice attraverso incroci documentali e movimenti bancari.

L’intervento della guardia di Finanza, spiegano dal Corpo, si inserisce in una più ampia azione di tutela della legalità economica e di contrasto all’evasione fiscale, fenomeno che altera la concorrenza e incide sul corretto utilizzo delle risorse.

L’effetto “segnale”: chi incassa online è sotto la lente

L’operazione, al di là del singolo caso, manda un messaggio chiaro: i guadagni generati da contenuti digitali non sono “extra” invisibili, ma possono essere ricondotti a categorie reddituali precise. E con l’aumento dei creator che monetizzano tra social, abbonamenti e contenuti premium, i controlli tendono a seguire lo stesso percorso: ricostruzione della presenza online, analisi dei flussi e verifica della coerenza tra entrate reali e quanto dichiarato.

In sostanza, il mondo digitale continua a crescere, ma anche le maglie dei controlli diventano più strette: chi trasforma like, abbonamenti e visualizzazioni in denaro è chiamato a trattare quell’attività per ciò che è, un lavoro con regole e responsabilità.

In copertina: foto di repertorio


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