«Sparano ai civili negli Stati Uniti»: Salis nel Giorno della Memoria lancia l’allarme: «Il pericolo è vicino, il fascismo è un bullo»

Alla cerimonia del Giorno della Memoria a Palazzo Ducale, la sindaca Silvia Salis ha intrecciato passato e presente con un discorso duro e diretto: ringraziamenti ad Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti e a Gilberto Salmoni, condanna dell’antisemitismo, accusa all’indifferenza come terreno fertile dei totalitarismi e un appello ai giovani. Tra i passaggi più forti l’allerta su ciò che accade negli Stati Uniti: «Anche qui stiamo delegando a una forza di polizia la sicurezza e la protezione da un nemico immaginario»

Nel Salone di Palazzo Ducale, nel Giorno della Memoria, Silvia Salis sceglie un registro netto, senza giri di parole, e lo fa rivolgendosi soprattutto a chi in sala ha l’età in cui le parole possono diventare anticorpi: studenti, ragazze e ragazzi, perfino “bambini giovanissimi”. È un discorso che parte dai ringraziamenti e finisce come un avvertimento, una chiamata alla responsabilità civile, con un’idea ripetuta più volte sotto forme diverse: la memoria non è un rito, è uno strumento di difesa. E serve adesso.

“Voglio ringraziare Aned… un abbraccio affettuoso a Gilberto”
L’apertura è tutta nel segno della gratitudine e dei simboli, con un riferimento immediato ai protagonisti della giornata e al legame tra istituzioni e testimonianza.
“Voglio ringraziare Aned, dare un abbraccio affettuoso nuovamente al Gilberto, al quale ieri ho avuto l’onore di consegnare il grifo e voglio ringraziare il dottor Scurati per essere qui. È un onore avere una voce così autorevole e così profonda su un tema che oggi trattiamo, a volte lo trattiamo con distanza”.
Salis mette insieme tre piani: la città che riconosce una vita di testimonianza (Gilberto Salmoni, genovese superstite dell’Olocausto e testimone attivo della Shoah), l’associazionismo della memoria (Aned, Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti) e la parola pubblica. Poi sposta subito il baricentro su ciò che accade quando la storia viene percepita come “lontana”.
Auschwitz non è “lontano”: “non è lontana da questo Paese”
Qui la sindaca stringe la cornice del Giorno della Memoria: non come commemorazione astratta, ma come specchio nazionale.
“Il 27 gennaio abbiamo visto nella storia aprirsi i cancelli di Auschwitz. Pensiamo che sia una cosa lontana da noi, ma non è lontana da questo Paese. Questo Paese nel 1938 ha approvato le leggi razziali, che erano le paladine dell’antisemitismo”.
Il bersaglio è l’idea comoda della distanza: “successe altrove”, “riguarda un altro tempo”, “non ci riguarda”. Salis la smonta con una frase secca: “non è lontana da questo Paese”. E lega quella responsabilità storica al presente:
“Un sentimento orribile che vediamo riaffiorare i giorni nostri e che non possiamo che condannare con tutta la forza che abbiamo”.
Il punto chiave: “il fascismo è nato dall’indifferenza”
Il cuore politico e pedagogico del discorso arriva quando Salis decide a chi parlare: “Oggi vedo tante ragazze, tanti ragazzi e devo dire anche dei bambini giovanissimi. È proprio a voi che voglio parlare”. E rovescia un luogo comune.
“Spesso si pensa che il fascismo sia nato dalla violenza, ma non è nato dalla violenza, si è nutrito di violenza. È nato dall’indifferenza, che è un sentimento ancora più pericoloso”.
Indifferenza come origine, violenza come alimento. Poi spiega il meccanismo: girarsi dall’altra parte, accettare la violenza come “protezione”, sentirsi “sicuri” perché qualcuno indica un nemico e promette “ci penso io”.
“È nato da involtarsi dall’altra parte, dall’accettare la violenza come protezione, il sentirsi sicuri da chi ti dice che c’è un nemico dal quale devi essere difeso e ti dice ci penso io, ad affidare la tua libertà, a delegare alla violenza le tue libertà personali”.
E avverte: “Credo che questo sia un momento internazionale nel quale non possiamo che pensare che il pericolo è vicino”.
Iran e l’allerta sugli Stati Uniti: “sparano a dei civili”
Salis sceglie di non confinare la Memoria nel passato. La usa per guardare il presente e lo fa con esempi che, nel suo discorso, diventano segnali d’allarme.
“Ragazze e ragazze della vostra età in Iran che muoiono nelle strade solo perché vogliono fare la vita che fate voi, vogliono avere le libertà di base”.
Poi sposta la lente sugli Stati Uniti, dicendo che proprio lì il segnale deve “allarmare” perché riguarda “la più grande democrazia del mondo”.
“Non vorrei arrivare però all’Iran, in questi giorni penso che sia sotto gli occhi di tutti che nelle strade della più grande democrazia del mondo, gli Stati Uniti, sparano a dei civili”.
La domanda che pone è diretta: “Sparano perché?”. E risponde collegando tutto al tema della “delega” di libertà e sicurezza, quando viene costruito un nemico da cui difendersi.
“Perché anche qui stiamo delegando a una forza di polizia la sicurezza e la protezione da un nemico immaginario… Credo che questo non solo ci debba spaventare, ma ci debba allarmare”.
Quindi il punto politico: “Giornate come queste, ragazzi, servono a sviluppare gli anticorpi”.
“Il fascismo non è finito”: le nuove forme, la stessa logica
Salis insiste: il fascismo non è solo un capitolo chiuso, ma una postura che può riemergere.
“Il fascismo è un atteggiamento politico e mentale del potere, non è finito, rinasce, riesiste, è nella vita di tutti i giorni”.
E avverte sulla normalizzazione: “Si incontrano persone fasciste che non sanno di esserlo, ci sono politici fascisti che pensano di non esserlo, ci sono Paesi fascisti che si vantano di essere democratici”. Da qui l’appello a chi porta avanti un’idea “progressista” di città e società:
“È importante… aiutare chi è più giovane a sviluppare gli anticorpi per riconoscere le nuove forme di fascismo che mutano, che cambiano, però hanno solo un elemento in comune, che è la violenza e la prevaricazione”.
La definizione che spiazza: “il fascismo è un bullo”
Poi Salis cambia linguaggio, soprattutto per i più piccoli: niente concetti astratti, ma un’immagine immediata.
“Come si fa a spiegarvi cos’è il fascismo? Non è facile, però dovete capirlo fin da piccoli, perché il fascismo è un bullo, è un bullo”.
E rincara: “Il fascista è un bullo che se la prende con un più debole, i fascisti sono tanti che se la prendono con i pochi… sono dei vigliacchi perché saccaniscono sempre su chi ha meno forza di loro”.
Quindi trasforma la teoria in scelta quotidiana: cosa fai quando qualcuno è preso di mira?
“Quando vedete un vostro compagno di classe che è attaccato da qualcuno più forte o da più persone e lei o lui è da solo, dovete scegliere di non essere fascisti, dovete scegliere di aiutarlo o d’aiutarla, di stare dalla sua parte”.
“Noi lo combattiamo con la cultura”: contro la semplificazione
Se l’indifferenza è l’ingresso, per Salis la cultura è l’antidoto. Non come ornamento, ma come argine alla banalizzazione e alla semplificazione.
“Noi lo combattiamo con la cultura. La cultura serve a non banalizzare, a non creare un pensiero populista, ma soprattutto la cultura serve a non semplificare”.
E torna sul meccanismo che descrive come ricorrente: “il più forte contro il più debole”, “la sicurezza contro il caos”, “ci penso io” che, passo dopo passo, erode libertà e diritti.
“Il fascismo si nutre sempre… di semplificazione, del più forte contro il più debole, della sicurezza contro il caos, del ci penso io e ti proteggo e giorno dopo giorno perdi tutte le libertà”.
“La storia fa curve veloci all’indietro”
Altro passaggio centrale: l’idea che il progresso non sia garantito.
“Si pensa che la storia sia una linea retta verso il progresso. Non è una linea retta verso il progresso. La storia fa delle curve anche molto veloci all’indietro e regredisce in modo istantaneo senza neanche rendersene conto”.
E invita a “cercare le foto” di società che, in poco tempo, sono state ribaltate da regimi totalitari:
“Vedrete delle ragazze in minigonna che andavano all’università… i regimi totalitari fanno questo. Improvvisamente ti levano tutta la libertà”.
Donne colpite per prime, città aperta, e la chiusura sulla “nuova geografia internazionale”
Salis lega poi la regressione ai diritti delle donne: “Guarda caso, le donne sono sempre quelle colpite per prima”. E conclude rivendicando una visione di città: “una città aperta, una città accogliente dove tutti devono essere visti e dove non esiste uno più forte. Dove quello più forte difende i più deboli”.
Infine chiude con una citazione attribuita al premier canadese Mark Carney, chiamando in causa un equilibrio globale diverso:
“Non possiamo più affidarci all’idea delle super potenze arroganti che gestiscono il mondo e schiacciano i più deboli… Dobbiamo pensare a una nuova geografia internazionale”.
E la frase finale riporta tutto al senso del Giorno della Memoria:
“In questa geografia internazionale credo che la memoria e gli anticorpi verso ogni tipo di fascismo siano fondamentali… verso un mondo dove i più deboli hanno voce e non vengono schiacciati”.
Se non volete perdere le notizie seguite il nostro sito GenovaQuotidiana il nostro canale Bluesky, la nostra pagina X e la nostra pagina Facebook (ma tenete conto che Facebook sta cancellando in modo arbitrario molti dei nostri post quindi lì non trovate tutto). E iscrivetevi al canale Whatsapp dove vengono postate solo le notizie principali



Devi effettuare l'accesso per postare un commento.