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Landini a Cornigliano per Guido Rossa: «La democrazia si difende rimettendo al centro il lavoro. E lo Stato deve metterci la faccia sull’ex Ilva» – VIDEO

Alla commemorazione nello stabilimento di Cornigliano, il segretario generale della Cgil lega memoria e attualità: “La crisi della democrazia coincide con precarietà e svalorizzazione del lavoro”. Sull’ex Ilva chiede un intervento diretto di governo e Stato per garantire continuità produttiva senza tagli occupazionali. Denuncia l’emergenza salari e propone una riforma fiscale che «tassi la ricchezza»: contributo di solidarietà dell’1% sulle grandi ricchezze per finanziare sanità, investimenti e stipendi. Critica la corsa alle armi e avverte: «Quando la guerra cresce, la democrazia è a rischio»

Alla ex Ilva di Cornigliano, nel giorno in cui Genova ricorda Guido Rossa, la commemorazione diventa un discorso politico sul presente: precarietà, salari, guerra, e il futuro della fabbrica. Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, parte da una domanda che non è retorica ma un avvertimento: Qual è il momento storico del nostro Paese?. E la risposta la lega a un filo diretto tra lavoro e democrazia.

Per Landini, la democrazia italiana non è nata “nonostante” il conflitto sociale, ma anche grazie al ruolo decisivo del mondo del lavoro e della classe operaia. E aggiunge un passaggio che suona come un’analisi del tempo presente: la crisi democratica che stiamo vivendo, sostiene, coincide con l’aumento della precarietà, dello sfruttamento e della svalorizzazione del lavoro. “Oggi non è solo ricordare Guido Rossa e il suo sacrificio – dice – ma avere presente che per rafforzare davvero la democrazia c’è bisogno di rimettere al centro il lavoro, i diritti nel lavoro e la centralità della persona”.

Ex Ilva, Landini: “Siderurgia strategica, serve lo Stato in prima persona”

Il discorso, però, non resta astratto: si svolge dentro una fabbrica che, per il sindacato, ha ancora il futuro “da scrivere”. Landini lo dice chiaramente: Cornigliano è un impianto che vede a rischio la propria prospettiva, nonostante “l’importante grande battaglia” fatta dai lavoratori e dalla città nei mesi scorsi. È qui che lancia la sua richiesta: un intervento diretto di governo e Stato.

La tesi è netta: se un Paese vuole restare industriale, la siderurgia è strategica. Dopo “errori vari” degli ultimi anni, afferma, “oggi è il momento che ci sia una presenza e un intervento diretto del governo e dello Stato per poter dare una prospettiva vera a questa attività”. E non basta una continuità “di facciata”: la continuità produttiva deve poggiare su progetti industriali seri e investimenti seri, con un ruolo pubblico che si assuma responsabilità e credibilità.

Landini non si sbilancia su indiscrezioni e trattative che circolano in questi giorni: “Non abbiamo nessuna sensazione né nessuna notizia”, dice, aggiungendo però la condizione per credere a qualunque prospettiva: lo Stato “ci metta la faccia” e garantisca un progetto industriale che non preveda tagli occupazionali ma un rilancio vero delle attività.

“Questione salariale grande come una casa”: contratti, redistribuzione e fisco

Dal futuro della fabbrica, Landini allarga lo sguardo al Paese e al tema che, secondo lui, è ormai sotto gli occhi di tutti: “Esiste una questione salariale nel nostro Paese grande come una casa”. La strada principale, ribadisce, è il rinnovo dei contratti per aumentare i salari. Ma aggiunge subito che non basta: serve redistribuzione della ricchezza e una riforma fiscale profonda.

La fotografia che traccia è questa: una concentrazione di ricchezza in poche mani “che non ha precedenti”, mentre cresce la povertà anche tra chi lavora. Da qui la proposta: tassare non il lavoro dipendente e i pensionati, ma la ricchezza e le rendite. “Bisogna cominciare a tassare la ricchezza, la rendita finanziaria, la rendita immobiliare: lì ci sono i miliardi da andare a prendere per fare poi gli investimenti”.

E insiste sul fatto che la questione salariale non riguarda solo la busta paga: è legata a servizi pubblici che non reggono più. Se la sanità si paga di tasca propria e il trasporto pubblico non funziona, dice, la gente non arriva a fine mese anche se lavora. Il punto, per Landini, è un cambiamento netto delle politiche economiche e sociali, con un intervento che ridia ai giovani prospettiva e riduca livelli di precarietà che definisce “non più accettabili”.

Il contributo di solidarietà: “1% sulle grandi ricchezze per finanziare sanità, investimenti e salari”

Nel ragionamento sulla redistribuzione, Landini richiama una proposta già avanzata dal sindacato: introdurre un contributo di solidarietà sulle grandi ricchezze. Porta anche un numero per spiegare la scala del tema: in Italia, afferma, ci sarebbero 500 mila persone con un reddito netto annuo oltre i due milioni di euro. Da qui l’idea: un contributo dell’1% che, secondo Landini, potrebbe generare oltre 25 miliardi, più dell’intera manovra di bilancio del governo, risorse da destinare a sanità, politiche industriali e aumento dei salari.

A rafforzare la critica, cita un dato fiscale degli ultimi anni: la tassazione sui profitti sarebbe scesa dal 33 al 24%, mentre quella su lavoro dipendente e pensionati sarebbe aumentata. È, secondo lui, il segno di una scelta politica precisa che ha spostato il peso su chi vive di stipendio.

“Il mercato da solo è un disastro” e l’ombra della guerra

Landini lega poi tutto a un contesto internazionale che, a suo dire, sta peggiorando la qualità democratica ovunque. Richiama gli Stati Uniti e l’idea che a comandare siano i miliardari, e dice apertamente che questa dinamica va messa in discussione: non è rivendicazione “oratoria”, ma necessità di nuove politiche sociali e industriali da portare nei luoghi di lavoro e nel Paese.

Il passaggio più allarmato riguarda la guerra. “Quando c’è la guerra la democrazia è a rischio sempre”, afferma, collegando la crisi dei salari anche agli effetti dell’inflazione e ai costi sociali generati dai conflitti. E denuncia una scelta della politica economica: nella manovra finanziaria, sostiene, gli unici investimenti pubblici previsti nei prossimi tre anni sarebbero sulle armi. Un’impostazione che, nella sua lettura, sottrae risorse a sanità, welfare e sviluppo.

“Più del 50% non vota”: la crisi di rappresentanza e il legame con chi sta peggio

Infine Landini tocca un nervo scoperto della democrazia italiana: l’astensione. Quando in un Paese più del 50% non va a votare, dice, significa che molte persone non si sentono rappresentate. E aggiunge un dettaglio sociale: chi non vota di più sono quelli che stanno peggio, non quelli che stanno meglio.

Per Landini, la risposta è una sola: la democrazia si difende praticandola, e oggi ricordare Guido Rossa significa ricordare che la difesa della democrazia è stata – e deve tornare a essere – il mondo del lavoro e il movimento operaio. Il compito, conclude, è fermare la spirale di violenza e di logica autoritaria che sta incrinando le istituzioni democratiche, a partire dalla necessità di fermare la pericolosa logica di guerra che considera un danno per il lavoro e per la democrazia.

Un discorso che, nel giorno di Guido Rossa, non si limita alla memoria: usa la memoria come lente per dire che, senza lavoro stabile, salari dignitosi e uno Stato capace di assumersi responsabilità industriali e sociali, la democrazia non si consuma in un giorno. Si svuota lentamente.


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