Oggi a Genova 

L’addio: Tasca: «Emanuele Galeppini è con noi». Il fratellino Eugenio: «Ti voglio bene per sempre» – VIDEO

La famiglia ha chiesto accesso agli atti e chiede l’autopsia prima della cremazione. A Roma è stato aperto un fascicolo per omicidio colposo e incendio colposo per i tragici fatti di Crans Montana, mentre in Svizzera proseguono gli accertamenti e le contestazioni ai gestori del locale

L’applauso, quasi liberatorio, è arrivato quando il feretro ha lasciato la chiesa di Sant’Antonio, a Boccadasse, attraversando il sagrato verso l’auto funebre aperta. Fino a quel momento la commozione era rimasta trattenuta, compressa dentro le due navate della “chiesa dei pescatori”, troppo piccole per accogliere tutte le persone accorse: parenti, amici, compagni, colleghi, rappresentanti delle istituzioni, stretti attorno a Edoardo e Beatrice, i genitori di Emanuele Galeppini, sedicenne genovese morto nell’incendio di Capodanno a Crans-Montana.

La celebrazione, durata circa un’ora, è stata officiata dall’arcivescovo di Genova monsignor Marco Tasca ed è arrivata dopo giorni di pellegrinaggio silenzioso: in molti, senza sosta, avevano reso omaggio al ragazzo nella camera ardente allestita nella chiesa dei Cappuccini all’interno dell’ospedale San Martino.

La parola dell’arcivescovo: lo smarrimento e la domanda che torna

Dal pulpito Tasca ha dato voce allo sconcerto collettivo: “La morte di Emanuele, di un giovane, degli altri giovani, ci lascia storditi, frastornati, increduli”. E ha subito indicato l’orizzonte umano di quella ferita: “Il primo pensiero è per Emanuele… penso all’interruzione dei sogni della sua vita, di ciò che amava di più, dei suoi progetti”, quindi alla famiglia – “penso ai suoi genitori… al fratello… i parenti, gli amici” – e infine alla comunità, perché “questa morte colpisce tutti… ci spinge a riflettere e a ricercare un senso nella perdita”.

Per raccontare questo smarrimento l’arcivescovo ha richiamato la domanda che riaffiora quando il dolore sembra intollerabile: “Signore, se Tu fossi stato qui”. Perché, ha osservato, “quando si soffre, si soffre molto” e a volte “ci si sente così soli” da avere perfino “la sensazione che Dio ci abbia lasciati soli”. È allora che risuona la risposta di Gesù nel Vangelo: “Io sono la risurrezione e la vita”.

Tasca ha insistito su un punto: “Gesù non dà… spiegazioni, ma assicura che la vita non è tolta ma trasformata e che un giorno ci ritroveremo tutti nella casa del Padre”. E ha aggiunto che “la fede non è un argomento consolatorio in mezzo alle tragedie della vita, ma è una certezza che Dio è con noi anche nei momenti in cui ci sentiamo soli”. Una certezza che, ha ricordato, è scritta anche nel nome: “Emanuele… significa Dio è con noi”. Per questo, ha detto, “Emanuele è con noi e Dio è con noi”.

Il silenzio, le lacrime di Gesù e la richiesta di verità

Entrando nel cuore del racconto evangelico, l’arcivescovo si è soffermato sul modo in cui Gesù affronta la morte: “La prima cosa che mi colpisce è il silenzio di Gesù… Dice pochissime parole, il silenzio”. E ha spiegato che “di fronte alla morte talvolta il silenzio può essere forse più eloquente delle parole”, perché “ci troviamo di fronte a un mistero” e le parole non bastano.

Poi la seconda immagine: “Si commosse profondamente e scoppiò in pianto”. Un passaggio, ha commentato Tasca, che mostra la compresenza di divino e umano: “Tutto questo coesiste con l’umanità, con la fragilità, con la debolezza”. E quindi l’affidamento: “Gesù è Dio, è uomo e con fiducia possiamo affidarci a Lui”.

Dentro quella fiducia, l’arcivescovo ha pronunciato anche una richiesta concreta: “Con fiducia chiediamo che la giustizia faccia il suo corso, che la verità emerga e venga fatta luce su eventi così tanto, tanto dolorosi”. E ha richiamato il senso del tempo appena vissuto dalla Chiesa: “Abbiamo appena chiuso per noi credenti il giubileo della speranza”. Per spiegare poi che “la speranza per noi cristiani non è soltanto ottimismo, ma è la certezza che il Signore ci accompagna in questa nostra vita”, anche se “qualche volta in maniera incomprensibile o faticosa da comprendere”. La preghiera conclusiva, attribuita a Sant’Agostino, ha consegnato alla chiesa un’immagine di continuità e vicinanza oltre la morte: “La morte… non è niente… Sono solamente passato dall’altra parte”.

I familiari: ricordi dal pulpito e l’abbraccio del fratellino

Al momento dei messaggi, la commozione dei familiari ha attraversato la chiesa. Hanno preso la parola la nonna, le zie, lo zio e anche il fratellino, Eugenio. Il bambino ha raccontato Emanuele come il suo riferimento quotidiano: un esempio, un amico, quello che “sapeva sempre cosa fare” e che, anche quando faceva finta di avere sempre ragione, restava il punto fermo. Ha detto che gli mancavano le risate, il tempo passato insieme e soprattutto il golf, ricordando anche le prese in giro affettuose. E, immaginandolo “lassù”, lo ha descritto come se continuasse a giocare ogni giorno, capace di infilare birdie ed eagle e magari qualche colpo perfetto in più. Prima di salutare, ha promesso che avrebbe continuato a giocare anche per lui, tenendolo con sé “per sempre”.

Le autorità e l’ultimo viaggio verso Staglieno

Tra le persone accorse attorno alla famiglia Galeppini c’erano diverse autorità: il presidente della Regione Liguria Marco Bucci, la sindaca Silvia Salis, il prefetto Cinzia Torraco. Terminata la celebrazione, il feretro è stato trasferito dagli uomini di A.Se.F. del Comune di Genova, a cui è stato affidato il servizio funebre, e portato al cimitero di Staglieno, dove resterà in attesa di ulteriori indicazioni dei familiari.

Gli sviluppi legali: accesso agli atti, autopsia e doppio fronte investigativo

Sul piano giudiziario, la famiglia – assistita dall’avvocato Alessandro Vaccaro – ha avviato i primi passi per ottenere chiarimenti completi su quanto accaduto. Il legale ha fatto sapere di avere chiesto l’accesso agli atti e di voler interloquire con il procuratore generale di Sion, in Svizzera; solo dopo, ha spiegato, verranno valutate le iniziative successive. Proprio in questa fase il corpo non è stato cremato: la decisione è legata alla possibilità che le autorità svizzere accolgano la richiesta di procedere con l’autopsia. In prospettiva, l’intenzione annunciata dalla difesa è anche quella di costituirsi parte civile quando si arriverà a un eventuale processo.

Intanto, in Italia la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta sull’incendio divampato nella notte di Capodanno in un bar della località sciistica svizzera, dove sono morte 40 persone, tra cui sei adolescenti italiani, compreso Emanuele. Da quanto trapela, i magistrati stanno valutando ipotesi di omicidio colposo e incendio colposo: in genere è infatti l’ufficio romano a occuparsi dei reati commessi all’estero che coinvolgono cittadini italiani.

Il bilancio dei feriti parla di 116 persone coinvolte, con 16 italiani; l’ospedale Niguarda di Milano ne sta seguendo 11, e per tre la prognosi è rimasta particolarmente delicata.

Sul versante svizzero, le ricostruzioni preliminari indicano che le fiamme potrebbero essere partite durante i festeggiamenti, con scintille usate insieme a bottiglie di champagne vicino alla schiuma isolante del soffitto, che avrebbe preso fuoco e propagato rapidamente l’incendio. Gli inquirenti hanno contestato a una coppia francese proprietaria del bar “Le Constellation” accuse legate a omicidio colposo e negligenza. È stata inoltre segnalata, nelle prime valutazioni, la criticità delle vie di fuga: uscite di emergenza ritenute insufficienti e troppo strette rispetto alla folla che cercava di mettersi in salvo.


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