Sul Financial Times Genova tra rilancio e nodi irrisolti: il “modello” dei cantieri inciampa su fondi, servizi e scelte contestate

Nell’articolo del prestigioso quotidiano economico la ricostruzione dopo il Morandi diventa simbolo di efficienza, ma si sottolinea che la città resta piena di contraddizioni: grandi progetti avviati e incompiuti, finanziamenti da trovare, carruggi in parte ripuliti ma con negozi vuoti, infrastrutture che non avanzano e una nuova amministrazione che ha deciso più attenzione per il sociale e sta decidendo cosa confermare, cambiare o fermare

“Genova riuscirà a surclassare Milano?”. Questo il titolo. Genova torna sotto i riflettori internazionali, ma il racconto del Financial Times firmato da Emma Bird non è un’ode alla rinascita: è una radiografia delle contraddizioni che accompagnano il rilancio della città dopo il crollo del ponte Morandi. La ricostruzione rapida del nuovo ponte San Giorgio è diventata un simbolo di efficienza – il “modello Genova” – ma sette anni dopo la domanda resta aperta: la città riuscirà a trasformare la spinta dei cantieri in una ripartenza stabile, o rischia di rimanere sospesa tra promesse e incompiute?

L’articolo parte dalla ferita del 14 agosto 2018, quando il Morandi crollò causando 43 vittime e sconvolgendo la Val Polcevera. Quella tragedia, scrive Bird, ha costretto Genova a guardarsi allo specchio: una città dal passato glorioso, compressa tra mare e monti, ma scivolata per decenni in un declino industriale e demografico, spesso descritta come “bella ma ferma”. La ricostruzione del ponte – progettato da Renzo Piano – ha dato un segnale di reazione. Ma è proprio da qui che emergono le tensioni: la velocità dimostrata su un’opera simbolo non garantisce automaticamente una rigenerazione diffusa e duratura.
Renzo Piano, nel pezzo, insiste su un’idea chiave: a Genova non si costruisce “inventando”, si deve “ascoltare” la città, lavorare con attenzione su ciò che già esiste. È una filosofia coerente con una geografia che non lascia margini di espansione e rende la rigenerazione quasi obbligata. Eppure, questa stessa necessità si scontra con la complessità di una trasformazione che tocca porto, infrastrutture, quartieri e servizi: non un unico progetto, ma una somma di cantieri e decisioni che richiedono tempo, risorse e continuità amministrativa.
Il Financial Times mette in fila le due anime politiche che stanno segnando la fase recente. Da un lato l’era di Marco Bucci, sindaco-manager (ormai presidente della Regione Liguria) che rivendica investimenti miliardari e una stagione di grandi opere, presentata come prova che Genova sa “fare”. Dall’altro l’arrivo della sindaca Silvia Salis, che promette continuità, ma orientata in modo più sociale: meno narrazione da record e più attenzione alla vita quotidiana. Ed è qui che le contraddizioni diventano ancora più esplicite: Salis riconosce che alcuni progetti non possono andare avanti “come se niente fosse” e parla apertamente di un problema di finanziamenti che non sarebbe stato detto con chiarezza. Sul Cerchio Rosso – l’anello ciclopedonale simbolo della rigenerazione in Val Polcevera – conferma l’esistenza di una prima fase appaltata, ma ammette che i fondi vanno trovati e che alcune parti potrebbero dover essere cambiate.
Accanto a Piano, l’articolo dà spazio anche alla visione di Stefano Boeri, che interpreta la Val Polcevera come un laboratorio europeo di urbanistica sostenibile: un parco con alberi, percorsi ciclabili, energia pulita, un memoriale che sia anche ricucitura urbana. Boeri, però, non propone una bacchetta magica: sostiene che Genova non si ripara “con un gesto”, bisogna lavorare sulle cicatrici. Una frase che nel pezzo suona come monito, perché il rischio è che la città si affidi a simboli e rendering senza chiudere davvero il conto con i suoi problemi strutturali.
Le contraddizioni emergono anche nei luoghi: i carruggi tra via Garibaldi e il porto vengono descritti “ripuliti e riasfaltati”, ma con molte vetrine ancora vuote. La bellezza, da sola, non ricrea economia e comunità. Anche per questo Salis insiste sull’urgenza di servizi: una popolazione tra le più anziane d’Europa richiede assistenza, welfare di prossimità, politiche per giovani famiglie, non solo infrastrutture. In parallelo, la sindaca attacca un nervo scoperto: da anni si parla di trasporto pubblico, ma “in otto anni non è stato inaugurato un solo metro di nuova metropolitana”. Salis attacca il ritardo infrastrutturale della città e definisce la situazione “inaccettabile”. In questo contesto l’articolo cita anche lo stop alla Skymetro, progetto da centinaia di milioni previsto in Val Bisagno, bloccato sotto la nuova amministrazione (per le difficoltà progettuali e la contestazione dei cittadini n. d. r.). È un’altra contraddizione centrale del racconto: la città che si propone come efficiente nei cantieri simbolici fatica a far avanzare le infrastrutture che incidono davvero sulla vita quotidiana.
Sul futuro, Bird individua una scommessa che può cambiare il destino urbano più di qualsiasi waterfront: l’alta velocità verso Milano. Il completamento slitta al 2030, ma la promessa è un viaggio sotto l’ora. È qui che Genova potrebbe agganciarsi alla ricchezza milanese offrendo qualcosa che Milano non ha: il mare e una qualità della vita percepita come più accessibile. Renzo Piano parla di una “rete di città” europee connesse, dove lavorare in una e vivere in un’altra diventa normale.
Ma anche questa prospettiva porta nuove tensioni. L’articolo segnala l’interesse crescente di investitori e acquirenti, l’arrivo di grandi marchi immobiliari e prezzi in aumento nelle zone più pregiate, mentre restano aree più accessibili e una città che rischia di diventare “di passaggio”. In altre parole: la visibilità può portare opportunità, ma anche squilibri, soprattutto se i benefici non si traducono in servizi e lavoro stabile.
Il filo che unisce tutto è un dilemma: Genova sta tornando visibile e sta cambiando, ma deve dimostrare che velocità e qualità della vita possono convivere, che la rigenerazione non è solo un elenco di cantieri e che l’efficienza non può esistere a intermittenza, legata alle emergenze o ai progetti simbolo. La rinascita, conclude Bird, è reale ma cauta: una città in movimento, ancora piena di nodi da sciogliere.
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