Cronaca 

Parricidio di San Biagio, la Cassazione chiude il caso: carcere per i fratelli Scalamandrè

Definitive le condanne per Alessio e Simone, che nel 2020 uccisero il padre Pasquale in Valpolcevera: 12 anni al maggiore, 6 anni e 2 mesi al minore. In primo grado la condanna era stata, rispettivamente, di 21 e 14 anni. Riconosciuto ai ragazzi il forte stress accumulato in un contesto familiare violento

La vicenda giudiziaria dei fratelli Alessio e Simone Scalamandrè si chiude con una sentenza definitiva della Corte di Cassazione: i due giovani, oggi 33 e 25 anni, andranno in carcere per l’omicidio del padre Pasquale, avvenuto il 10 agosto 2020 nell’abitazione di famiglia a San Biagio, in Valpolcevera.

I giudici della Suprema Corte hanno respinto l’ultimo ricorso presentato dai legali, rendendo così irrevocabili le condanne stabilite nel giudizio di rinvio: 12 anni di reclusione per Alessio e 6 anni e 2 mesi per Simone. In primo grado le pene erano state molto più alte, pari rispettivamente a 21 e 14 anni.

A determinare la drastica riduzione è stato il riconoscimento, già indicato un anno fa dalla stessa Cassazione, del “forte stress” accumulato dai due figli a causa dei “reiterati comportamenti ingiusti” del padre. Un quadro familiare descritto come altamente conflittuale, segnato da violenze tali da portare la madre a lasciare la casa e trasferirsi in Sardegna pur di allontanarsi da quella situazione.

La Suprema Corte ha tenuto conto anche del fatto che entrambi i giovani fossero incensurati e che l’omicidio sia maturato all’interno di un contesto definito “tossico” sul piano relazionale e familiare. Elementi che, pur senza cancellare la responsabilità penale, sono stati ritenuti fondamentali per ridimensionare l’entità della pena rispetto al primo processo.

Per Alessio, che ha già scontato cinque anni agli arresti domiciliari, si aprono ora le porte del carcere, ma la difesa potrà chiedere l’accesso a misure alternative compatibili con il tempo già trascorso in detenzione domiciliare. Simone, che finora non era mai stato in carcere, dovrà invece iniziare l’espiazione della pena in istituto penitenziario.

Con la decisione della Cassazione, la vicenda giudiziaria del parricidio di San Biagio si chiude definitivamente sul piano penale, lasciando però sullo sfondo la fotografia di una famiglia segnata da anni di violenze e conflitti che la giustizia ha riconosciuto come elemento determinante nel valutare le responsabilità dei due fratelli.

Il delitto: 10 agosto 2020, San Biagio

La sera del 10 agosto 2020, nell’appartamento di famiglia a San Biagio, in Valpolcevera, Alessio e Simone Scalamandrè uccidono il padre Pasquale.
L’uomo, 63 anni, viene colpito ripetutamente con un coltello nella casa dove i due fratelli vivevano con lui; la madre da tempo si era trasferita in Sardegna per sfuggire a un clima familiare descritto dagli stessi ragazzi come insostenibile, segnato da violenze e umiliazioni reiterate.

Subito dopo l’aggressione i figli chiamano i soccorsi e non negano le proprie responsabilità. Fin dall’inizio la difesa imposta la linea sul contesto di lungo maltrattamento domestico e sul crollo emotivo che avrebbe portato all’esplosione di violenza.

Primo grado: Corte d’Assise di Genova (febbraio 2022)

Nel febbraio 2022 la Corte d’Assise di Genova pronuncia la prima sentenza:

  • Alessio viene condannato a 21 anni di reclusione
  • Simone a 14 anni

I giudici qualificano il fatto come omicidio volontario, escludendo la legittima difesa e l’eccesso colposo, ma riconoscendo comunque alcune attenuanti legate al contesto familiare e all’assenza di precedenti penali.

Secondo la ricostruzione accolta in questo grado, i maltrattamenti del padre sono un elemento di sfondo importante ma non bastano, da soli, a giustificare una riduzione drastica della pena.

Primo appello: conferma sostanziale delle condanne

La sentenza viene impugnata e il caso passa alla Corte d’Assise d’appello di Genova.
In appello le condanne vengono sostanzialmente confermate: i giudici ribadiscono l’impianto accusatorio, riconoscendo il clima di violenza domestica ma ritenendo prevalenti la gravità del fatto, il numero dei colpi inferti e la volontarietà dell’azione.

Per i fratelli, in questa fase, cambia poco: restano condanne molto alte, con solo ritocchi non decisivi sul computo degli anni di carcere.

Prima Cassazione: giugno 2024, “va ricalcolata la pena”

Il punto di svolta arriva con la prima pronuncia della Corte di Cassazione.
Nel 2024 la Cassazione annulla la sentenza di appello, ma solo sulla quantificazione della pena:

  • conferma la responsabilità per omicidio
  • chiede però ai giudici di merito una nuova valutazione delle attenuanti, perché non è stato adeguatamente considerato il “forte stress” emotivo accumulato dai figli, sottoposti per anni ai comportamenti violenti e ingiusti del padre.

La Suprema Corte sottolinea che le violenze domestiche, il clima familiare definito “tossico” e la figura del padre come soggetto aggressivo e dominante sono fatti ormai accertati e devono entrare con maggior peso nel bilanciamento tra attenuanti e aggravanti.

Per questo viene disposto un processo d’appello-bis, questa volta davanti alla Corte d’Assise d’appello di Milano, competente dopo l’annullamento.

Appello-bis a Milano: pene ridotte (giugno 2025)

Nel giugno 2025 la Corte d’Assise d’appello di Milano ricalcola le pene come chiesto dalla Cassazione. In questo secondo appello:

  • ad Alessio vengono inflitti 12 anni di reclusione
  • a Simone 6 anni e 2 mesi

I giudici milanesi riconoscono un peso molto più forte alle attenuanti:

  • il lungo periodo di violenze e vessazioni subite dal padre
  • lo stress accumulato nel contesto familiare
  • la giovane età e l’assenza di precedenti
  • il fatto che i fratelli non abbiano mai negato la propria responsabilità e abbiano collaborato.

Resta ferma l’imputazione di omicidio volontario, ma viene considerato che i ragazzi abbiano agito in una situazione emotiva e psicologica pesantemente deformata da anni di maltrattamenti.

Seconda Cassazione: novembre 2025, sentenza definitiva

Contro la decisione di Milano vengono presentati nuovi ricorsi:

  • la difesa chiede un’ulteriore riduzione delle pene
  • la Procura generale contesta invece l’eccessiva mitezza della nuova condanna.

Nel novembre 2025 la Corte di Cassazione respinge tutti i ricorsi e rende definitive le pene:

  • 12 anni per Alessio
  • 6 anni e 2 mesi per Simone

La Suprema Corte conferma che:

  • l’omicidio non è coperto da legittima difesa
  • ma il contesto di grave e prolungata violenza domestica, il forte stress e la pressione psicologica sui figli giustificano un forte ridimensionamento della risposta punitiva, rispetto alle condanne originarie di 21 e 14 anni.

La situazione attuale dei fratelli

Con la sentenza definitiva:

  • Alessio Scalamandrè, che ha già trascorso circa cinque anni agli arresti domiciliari, dovrà entrare in carcere ma potrà chiedere misure alternative in esecuzione di pena, proprio in considerazione del lungo periodo già scontato e della condotta.
  • Simone Scalamandrè, più giovane e finora mai detenuto in carcere, dovrà cominciare a espiare la sua pena in istituto penitenziario, salvo eventuali future misure di comunità o alternative concesse dal tribunale di sorveglianza.

Il significato della vicenda dal punto di vista giuridico

La storia giudiziaria dei fratelli Scalamandrè è esemplare per almeno due aspetti:

  1. Responsabilità confermata, ma contesto decisivo sulla pena
    Tutti i giudici, dal primo grado alla Cassazione, hanno sempre confermato la responsabilità per omicidio volontario: non c’è mai stata assoluzione né riconoscimento di legittima difesa.
    Ciò che è cambiato, e profondamente, è il peso attribuito al contesto familiare: dalla prima condanna molto severa si è arrivati, dopo l’intervento della Cassazione, a riconoscere che anni di maltrattamenti e violenze possono incidere in modo decisivo sul grado di colpevolezza e, quindi, sulla durata della pena.
  2. Il ruolo della Cassazione come correttore del “bilanciamento”
    La Suprema Corte non ha riscritto i fatti, ma ha giudicato insufficiente il modo in cui, a Genova, erano state valutate le attenuanti legate allo stress e alla storia di violenze.
    Ha imposto un nuovo giudizio che tenesse realmente conto di questi elementi, aprendo la strada alla forte riduzione della pena decisa a Milano e poi confermata definitivamente nel 2025.

In sintesi: la vicenda non cancella la gravità dell’omicidio, ma riconosce in via definitiva che Alessio e Simone hanno agito dentro una situazione familiare devastante, che ha inciso in modo determinante sulla loro responsabilità e, soprattutto, sulla misura della pena.


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