Oggi a Genova 

Le nuove povertà, l’assedio dei turisti nella città vecchia per qualche spicciolo è la cartina di tornasole del disagio e il campanello d’allarme di nuovi scenari di ancora più ampio degrado

Dietro al fastidio per la questua insistente che raggiunge livelli da stalking (la più lieve tra le conseguenze dell’attuale situazione), un profondo disagio economico e sociale, le tossicodipendenze, la totale incapacità di gestire l’immigrazione limitandosi a proclami xenofobi, una galassia di miseria che è alla base anche dei problemi di vivibilità su cui il nuovo sistema di controllo dell’area del centro storico non riesce ad incidere, perché non può farlo, non può farlo come unica contromisura. Spadarotto (Associazione via del Campo e Caruggi) rilancia: «Serve una risposta sanitaria e sociale. Subito»

I turisti che dalla stazione Principe attraversano la zona ovest del centro storico per raggiungere il Porto Antico e quelli che si inoltrano nel dedalo dei vicoli sulla scorta delle mai dimenticate canzoni di De Andrè vengono sempre più di frequente presi d’assalto dai questuanti.

Soprattutto (ma non solo) ragazzi stranieri che chiedono spiccioli all’umanità festosa che si inoltra curiosa nel centro storico per vedere di persona quel che resta della zona capitale genovese della mala d’altri tempi che operava tra ali di negozi aperti e graziose ammiccanti: spaccio e degrado.

Ora che ci sono più saracinesche abbassate che botteghe aperte, ora che le trans (ai tempi delle foto di Lisetta Carmi si sarebbe detto “i travestiti”) del ghetto sono più pochi e tutti in là con gli anni e il loro attento presidio del territorio che contribuiva alla sicurezza è meno forte, ora che la prostituzione femminile si esercita per lo più via web o, come racconta la cronaca, in certi centri massaggi dislocati in tutta la città, quello che una volta sembrava malaffare appare addirittura come una sorta di folclore degno persino di una certa malintesa nostalgia.

Quello che resta, anzi, che è tornato perché per un paio di decenni era diventato quasi invisibile, è la schiera di fantasmi, persone tossicodipendenti in astinenza, in cerca della dose, crack o eroina, quest’ultima – non si capisce bene per quale motivo – tornata prepotentemente tra le sostanze predilette. Perché a lungo è stata usata per lo più come abbattente degli effetti della cocaina, mentre ora è di nuovo siringa in vena.

Un esercito di “zombie” si aggira tra le mura medioevali dei palazzi. Non alla ricerca dei pusher, che quelli si trovano a ogni angolo, a ogni metro, ma di qualcuno da rapinare, magari un altro tossicodipendente che ha già acquistato o che ha in tasca il denaro per comprare.

Così nascono frequenti aggressioni e zuffe. C’è chi fruga per rubare nelle auto dei turisti, chi porta via le valigie nei bagagliai dei pullman a lunga percorrenza in sosta per caricare i viaggiatori, chi si dedica al borseggio sui bus, dove vengono scambiate anche soldi e dosi. Non solo per conquistare gli spicci per comprare la droga (per una dose di crack bastano cinque euro), ma anche, più banalmente, per mangiare.

Perché l’esercito di fantasmi che si aggira, magari col coltello in tasca, non è fatto solo di tossicodipendenti, ma anche di gente che, banalmente, ha fame, tanta fame. È il frutto di una legge sull’immigrazione totalmente inadeguata che anno dopo anno costruisce meticolosamente il degrado, anche per sfruttarlo politicamente. Non è che si limiti a non favorire l’inclusione, è che proprio la impedisce e getta tanti immigrati nelle mani della criminalità, abbagliati dalla necessità prima che dal sogno di diventare ricchi vendendo gocce di morte in bustina o in pallina. Fenomeni di degrado a corollario sono le persone che fanno i loro bisogni per strada e i bivacchi. Nei giorni scorsi il Comitato di Quartiere di via Rubattino ha diffuso sui social anche le immagini della consumazione di rapporti sessuali tra una prostituta e un cliente, appoggiati sulle auto posteggiate, probabilmente il “pagamento in natura” di una dose.

I “falchi” gridano ossessivamente il mantra “rimandateli a casa loro”. Senza rendersi conto che le emigrazioni per fame, storicamente, nessuno è mai riuscito a fermarle, dai barbari che si sono spostati nei territori romani ai mongoli di Gengis Khan. E siccome chi non fa i conti col passato è costretto a riviverlo, e siccome i paesi occidentali hanno fatto nei secoli e nel tempo recente più danni della grandine (prima col colonialismo armato, poi con quello economico) ai paesi d’origine, sarebbe naturale e saggio pensare a come si può minimizzare il rischio.

E invece no: la società viene lasciata nell’illusione che basterebbe rimpatriare tutti (cosa che, con grande evidenza, nemmeno il governo di destra riesce a fare, anche per ragioni diplomatiche e qualche volta sovranazionali) per vivere tranquilli con i soli delinquenti nostrani. È un “sogno” consegnato ai semplici più aggressivi e che fino ad ora, con grande evidenza, ha portato solo al peggioramento delle condizioni reali di vivibilità.

Il fenomeno della questua molesta, in netta escalation tra Principe e via San Lorenzo, particolarmente aggressiva in via Pré, via Gramsci e via San Luca, non è che è la punta dell’iceberg.

La testimonianza di un turista

Un turista ha scritto a GenovaQuotidiana raccontando di un ragazzo centroafricano, magro magro, emaciato, segnato dalla fame e presumibilmente dal consumo di sostanze psicotrope, che lo ha seguito dalla scalinata che sale dalla piazza dello Statuto alla fine di via Pré, fino a via delle Fontane dove si è rifugiato nella sede dell’anagrafe.

«Chiedeva cinque euro (giusto il costo della pallina di crack n. d. r.) – racconta Marco –. Non era violento, non ha tentato di rapinarmi. Era solo molto insistente. Mi si parava davanti continuando a ripetere “cinque euro, cinque euro, fame, fame”, e se io lo superavo mi rincorreva. Alcuni connazionali hanno cercato di farlo desistere ripetendomi di non chiamare la polizia. Forse per evitare che le divise disturbassero ben altri “affari” che si svolgono sul territorio. Quando mi sono infilato nell’anagrafe, che è chiusa – immagino per evitare ingressi sgraditi – e ho dovuto suonare per farmi aprire, e ho preso in mano il telefono, da fuori mi dicevano “no polizia, no polizia”. Poi si sono allontanati velocemente, sia il ragazzo magro vestito di nero sia quelli che cercavano di farlo desistere. Hanno temuto che chiamassi il 112. In tutto il percorso non ho incontrato né polizia, né carabinieri, né polizia locale».

Chiaro che scene così allontanano qualsiasi turista e, quando finiscono sui social, non sono certo un bel biglietto da visita per la città. Ma questo è il meno.

“Il più” è rappresentato dalle condizioni di vita dei residenti, di tutta la povera gente ingabbiata nel ruolo di “invisibile”, senza identità, senza reddito, senza diritti, senza la possibilità di scegliere una strada diversa. E anche di tutti i clienti, spesso italiani, della pletora di pusher che occupa ormai ogni angolo.

Molto dovrebbe fare lo Stato smettendo di procedere per slogan e approntando una vera risposta sociale per l’accoglienza, ma qualcosa possono fare anche le istituzioni locali. Ed è quello che chiedono i cittadini.

Non è solo una banale questione di immagine

Episodi come quello raccontatoci dal turista non solo allontanano i visitatori, ma rappresentano un duro colpo anche per i residenti. La vera emergenza resta la vita quotidiana di chi abita nel centro storico, tra degrado, insicurezza e invisibilità sociale. Secondo i residenti, la nuova organizzazione ha migliorato la situazione sul fronte degli assembramenti, ma tutto il resto è tale e quale a prima, se non addirittura peggiorato. E questo, semplicemente, perché problemi di questo tipo non si possono risolvere solo con i “muscoli”.

I muscoli non bastano

Un appello accorato alle istituzioni per chiedere interventi urgenti sul degrado che da tempo colpisce alcune aree del centro storico. A lanciarlo è Christian Spadarotto, portavoce dell’associazione Via del Campo e Carruggi, che in una lettera indirizzata alle autorità fotografa la difficile realtà quotidiana di quartieri come la Darsena, Pré “bassa”, il Ghetto, Campo, Sottoripa e Maddalena.

Nonostante l’impegno quotidiano delle forze dell’ordine, la situazione, pur essendo leggermente migliorata, resta comunque molto precaria in termini di vivibilità e percezione della sicurezza – scrive Spadarotto –. Assistiamo quotidianamente a risse, furti, auto in sosta con vetri fatti a pezzi durante la notte, consumo di qualsiasi tipo di droghe ad ogni ora del giorno e della notte.”

Secondo il portavoce, “il malcontento generale inizia ad essere diffuso e condiviso dalla maggior parte degli abitanti e dei commercianti”, i quali attendevano segnali più rapidi di cambiamento. Tra i nodi più gravi, la questione igienica: “Le condizioni igieniche di alcuni quartieri sono imbarazzanti”.

Il tema centrale resta quello delle dipendenze. “La maggior parte del disagio è sviluppato dai consumatori di sostanze; non è una questione di classifiche ma di priorità. E siamo assolutamente convinti che questa tipologia di utenza non possa e non debba essere gestita esclusivamente dall’operato delle forze dell’ordine”.

Durante l’ultima assemblea pubblica, ricorda Spadarotto, erano state avanzate tre richieste principali: “Condizioni di vivibilità accettabili per cittadini e commercianti, contrasto allo spaccio e presa in carico delle persone con dipendenze”. Ma, sottolinea, “rispetto a questo ultimo punto non è stato fatto nulla di proporzionato alle dimensioni del fenomeno”.

Da qui la proposta: realizzare strutture idonee e dedicate, “abbastanza vicine al centro storico ma sufficientemente distanti dalle aree abitative”, in grado di accogliere i consumatori con servizi medici, docce, monitoraggio sanitario e una maggiore facilità di intervento per ambulanze e forze dell’ordine.

Con lo spirito di condivisione costruttiva e convinto di riuscire a raggiungere un auspicato miglioramento generale mi rivolgo nuovamente a Voi – scrive il portavoce dell’Associazione alle autorità – in qualità di portavoce di tantissime realtà del territorio, Civ, Comitati, Associazioni o semplici cittadini”.

Un nuovo appello, dunque, che punta a riaccendere i riflettori su una situazione che, a detta di chi vive e lavora in quei quartieri, non può più attendere risposte concrete.


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