diritti e sociale 

Tradizionalisti contro l’organizzazione dei moderatori di Tasca. Don Giacomo: «Qualche notte ho pianto. Ma oggi la fatica è condivisa. Abbiamo paura solo di chi lancia parole come pietre e poi si nasconde»

Un tempo c’era un prete per ogni parrocchia. Oggi non è più così. Da qui è partita la riflessione che ha portato il vescovo, Monsignor Marco Tasca, insieme al Consiglio episcopale, a pensare a una nuova organizzazione del territorio diocesano con alcune équipe pastorali formate da un prete “moderatore”, un diacono e alcuni laici. Ma ai tradizionalisti questo non sta bene e gli attacchi si sprecano, spesso “sotterranei”, anonimi, striscianti più che diretti. Uno di questi moderatori è proprio monsignor Giacomo Martino, che guida quattro parrocchie e risponde all’attacco verbalmente violento, ma anonimo, pubblicato su un sito

Una lettera anonima firmata da un presunto sacerdote della diocesi di Genova, pubblicata sul blog cattolico tradizionalista “Duc in Altum”, ha suscitato un acceso dibattito all’interno della comunità ecclesiale. A prendere parola in modo diretto, pubblico e argomentato è don Giacomo Martino — conosciuto in città semplicemente come don Giacomo — parroco di Oregina, moderatore di quattro parrocchie (e cinque chiese), responsabile genovese di Migrantes (organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana che si occupa dell’assistenza e del sostegno dei migranti, sia italiani che stranieri, attraverso attività di tipo religioso, sociale e culturale), pastore del carcere di Pontedecimo.

I tradizionalisti sono una parte minoritaria di cattolici che professano la dottrina e prassi della Chiesa cattolica in una forma in uso prima del Concilio Vaticano II.

Nel testo diffuso sul blog, il presunto sacerdote denunciava uno “smantellamento” della diocesi sotto la guida del vescovo Marco Tasca, parlando di “auto-dissolvimento”, “svuotamento del ruolo del sacerdote”, “ideologie catto-progressiste” e accusando l’equipe sinodale di promuovere un “programma sociale politicamente corretto” a scapito della fede.

Don Giacomo risponde punto per punto, ma lo fa a partire da una scelta di fondo: la luce, contro l’anonimato. “Chi ama la Chiesa si assume la responsabilità delle proprie parole”, scrive. “Le lettere anonime sono come granate lanciate in una stanza affollata, poi ci si gira e si va via. Non è così che si costruisce la comunione. Non è così che si vive il Vangelo”. Per cominciare, lui ci mette la faccia.

“Sì, è un tempo difficile. Ma è anche tempo di profezia”

Nel suo lungo e articolato intervento, don Giacomo non nega le difficoltà: “Le nostre comunità sono stanche, fragili, spesso disorientate. Ma questa non è solo crisi. È anche profezia che si compie.” E cita Papa Benedetto XVI: “La Chiesa del futuro diventerà piccola… più povera e più vera”. “È questo tempo che stiamo vivendo”, aggiunge, “non lo stiamo subendo. Lo stiamo abitando. Con Fede.”

“Sono parroco e moderatore, e non mi nascondo”

Martino rivendica con trasparenza il suo ruolo e la scelta di mettersi in gioco: “Sono uno dei parroci moderatori di questa diocesi. Un termine che non esiste nel diritto canonico? È vero. Ma esistono le persone, le comunità, le fragilità che serviamo. Io sono parroco delle quattro parrocchie di Oregina, e da lì non scappo.”

“La Fraternità di Oregina è povera, ma viva”

Don Giacomo descrive la sua realtà pastorale con concretezza e passione: 120 pasti settimanali ai senzatetto, un emporio solidale, un dormitorio invernale, un centro d’ascolto, la visita agli anziani e una preghiera costante. “Non è una strategia ‘politicamente corretta’. È Vangelo messo in pratica.”

“La comunione non è melensa. È evangelica”

“Non sono sempre d’accordo con il mio vescovo. Ma il mio essere Chiesa non dipende dal mio umore. La comunione è scelta adulta, coraggiosa, evangelica. Chi oggi lavora contro il vescovo è già fuori dal Vangelo.”

“Ecologismo, inclusione, parità non sono il problema”

Il sacerdote respinge anche l’idea che temi come inclusione e giustizia sociale siano “contro” il Vangelo: “Gesù ha lavato i piedi. Ha abbracciato gli esclusi. Ha toccato i lebbrosi. Ha messo l’umanità al centro. Questo è Vangelo.”

“La fatica non ci fa paura. L’anonimato sì.”

In chiusura, don Giacomo si apre anche a una confessione personale: “Qualche notte ho pianto. Ma oggi la fatica è condivisa. Abbiamo paura solo di chi lancia parole come pietre e poi si nasconde.”

E conclude con un messaggio di speranza, facendo sue le parole del vescovo Tasca: “Prendiamoci il lusso di sbagliare. Ma quando si sbaglia per amore, non si sbaglia mai.”

Una risposta netta, coraggiosa e aperta, che rilancia con forza la visione di una Chiesa “più povera e più vera”, radicata nel Vangelo e impegnata ogni giorno nel servizio, nella comunione e nell’annuncio.

Infine, don Giacomo si rivolge direttamente all’anonimo “collega”

Lettera a un fratello sconosciuto

Caro fratello,
non so chi tu sia, e proprio per questo ti chiamo così: fratello. Fratello nella fede e fratello nel sacerdozio.

La tua lettera, pur restando anonima, ha toccato corde profonde. Non posso negarlo: all’inizio mi sono arrabbiato. Non tanto per ciò che hai scritto, ma per il modo in cui l’hai fatto. L’anonimato è una ferita: ci priva del volto, dello sguardo, della possibilità di ascoltarci davvero. È come parlare a una porta chiusa.

Ma oggi, da questa parte della porta, io ci sono. E ci resto.
Non ho giudicato nessuno, perché nessuno si è palesato. Ma da questo momento, ti voglio dire una cosa chiara, semplice e vera: se sei un prete, se sei un uomo in difficoltà, io ti voglio ascoltare. Senza difendermi. Senza ribattere. Con le mani vuote e il cuore spalancato.

Ho le mie fatiche, tante. A volte ho pianto, di notte, per la stanchezza e le critiche.
Ma se vuoi, possiamo piangere insieme.
Non per compatirci, ma per condividere un peso. E magari lasciarlo un po’ ai piedi della croce.
Forse resteremo con idee diverse.
Va bene così.
Ma almeno ci saremo guardati negli occhi da fratelli, non da voci nell’ombra.

Se vuoi incontrarmi, anche segretamente, io ci sono.
Ti offrirò un caffè. O magari una pizza: perché, vedi, forse sarei anche bravo a fare il pizzaiolo… ma non così bravo a fare il prete.
Eppure eccomi qui, a fare del mio meglio, con i miei limiti, per amare la Chiesa e chi ne fa parte. Anche te.

Ti aspetto, fratello.
Quando vuoi.
Nel frattempo, prego per te e ti chiedo di pregare per me.

Con fraternità vera,
don Giacomo Martino


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