Oggi a Genova 

Museo Nazionale dell’Emigrazione e Lanterna aperti solo tre giorni la settimana. Il movimento “Mi Riconosci?”: «La cultura non può essere il bancomat dei tagli»

Alle spalle ci sono anni di crisi strutturale di risorse, progettualità e visione sul patrimonio culturale genovese di cui bisogna cominciare a parlare, perché Genova (dove per anni hanno gestito i consulenti dell’allora sindaco Bucci e – in tempi delle vacche grasse del PNRR e di forti investimenti – le risorse sono state ampiamente negate agli interventi sul patrimonio) è scomparsa dai radar della cultura nazionale. E intanto nell’unica mostra (di nuovo di arte contemporanea, la più nicchia delle nicchie) attualmente aperta a Palazzo Ducale espone un maxi scroto appeso al soffitto. E senza che nessuno alzi un sopracciglio, perché è una delle tante proposte “invisibili” che qualcuno definisce “di nicchia”. Ma con le nicchie, che pure ci possono stare, non si costruisce la cultura di una città se manca tutto il resto

Il patrimonio culturale di Genova è poco accessibile anche nei mesi estivi, proprio quando potrebbe rappresentare un volano di identità e sviluppo anche turistico. A lanciare l’allarme è il movimento nazionale “Mi Riconosci?”, che denuncia la drastica riduzione degli orari di apertura del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana (MEI), alla commenda, aperto al pubblico solo tre giorni a settimana — sabato, domenica e lunedì — e con il personale temporaneamente ricollocato altrove.

Alla base della decisione ci sono le gravi difficoltà di bilancio del Comune di Genova, che ha annunciato un disavanzo di circa 50 milioni di euro. Una comunicazione ufficiale del presidente della Fondazione MEI, Paolo Masini, parla apertamente di una “imprevista chiusura emergenziale” dovuta ai tagli al bilancio comunale. Ma a volerla dire tutta, l’ottima programmazione allestita dalla compianta Leila Maiocco si era dissolta da tempo e, più in generale, i problemi per la cultura genovese sono cominciati molto prima. A fronte dell’istanza identitaria portata avanti dalla giunta Bucci, che ha suonato la grancassa delle tradizioni anche istituendo la “Festa della Bandiera”, non c’è stato un impegno per rendere accessibili i luoghi della storia e della cultura. Il museo di Sant’Agostino è chiuso da tempo (anche se il centrodestra nelle campagne elettorali per la Regione e il Comune lo dava per aperto, mentre è aperta solo una (bella) mostra con alcuni dei reperti nella chiesa-auditorium di Sant’Agostino), con i lavori ancora da fare. Non va meglio alla Lanterna, simbolo identitario della città e faro operativo più alto del Mediterraneo. Anche in pieno luglio, resterà accessibile solo tre giorni a settimana — dal venerdì alla domenica — dalle 10 alle 18. Lo stesso Complesso Monumentale è stato chiuso più volte nei mesi invernali, con aperture limitate fino a metà giugno, nonostante il prestigioso riconoscimento di “Faro dell’anno 2024” conferito dall’IALA, organismo tecnico internazionale per la segnalazione marittima.

Dal 2025 il Complesso Monumentale è gestito dall’Istituzione Mu.MA. La gestione della Lanterna di Genova, inclusi il parco, il museo e la passeggiata, è passata dal Demanio al Comune di Genova alla fine del 2017. Resta militare la sommità, con la luce di segnalazione navale. La Lanterna era stata resa visitabile negli anni duemila dal presidente dell’Associazione di volontariato Porta Soprana, Agostino Dario Caviglia, a cui recentemente è stata intitolata una piazzetta del centro storico proprio per la sua azione di apertura al pubblico di Casa di Colombo, Porta Siberia (ora inglobate nel Porto Antico e sede da troppo tempo di una mostra di copie di reperti egizi del tutto incongruente con la cultura cittadina e di consistenza più didattica che culturale) e delle torri di Porta Soprana (ora chiuse al pubblico). La gestione delle visite, che pure funzionavano perfettamente, fu inspiegabilmente sottratta all’associazione e passata alla Fondazione Muvita, in seguito andata in liquidazione e, quindi, passata al Mu.MA come il MEI. Ma le difficoltà gestionali e le ricadute occupazionali sollevano preoccupazioni profonde.
«Indebolire le attività di questi luoghi significa non solo mortificare il lavoro culturale, ma anche compromettere la memoria collettiva e il ruolo culturale della città», denuncia “Mi Riconosci?”, movimento che dal 2015 si batte per la dignità del lavoro culturale e una riforma del settore.

Il movimento chiede al Comune di Genova e al Ministero della Cultura di intervenire con urgenza:
«Occorre garantire la piena riapertura del museo, dare certezze ai lavoratori e smettere di trattare la cultura come voce sacrificabile del bilancio, invece che come bene comune».

In una città che vanta simboli unici al mondo, da un faro che illumina il Mediterraneo a un museo che racconta il viaggio e la memoria degli italiani all’estero, la fruibilità culturale non può essere relegata a tre giorni la settimana.

Lanterna e MEI (Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana): due simboli culturali di Genova, sono dunque due realtà profondamente diverse ma oggi accomunate da una situazione critica. Entrambi, nel cuore dell’estate 2025, risultano aperti al pubblico solo tre giorni a settimana. E per motivi che vanno dalla scarsità di risorse economiche ai problemi gestionali, si rischia di compromettere la fruibilità del patrimonio culturale cittadino.

La riduzione delle giornate di apertura è solo la punta dell’iceberg. Dietro questi tagli si cela una annosa crisi strutturale di risorse, progettualità e visione sul patrimonio culturale genovese. Senza un cambio di rotta, i luoghi che custodiscono l’identità storica della città rischiano di diventare simboli svuotati, chiusi e dimenticati. A Palazzo Ducale (per fortuna sulla soglia del cambio di governance) ha appena chiuso la personale temporanea di un artista vivente, Giorgio Griffa, che quest’anno ha occupato gli spazi solitamente dedicati alle grandi mostre che, per statuto della Fondazione per la Cultura, devono – dovrebbero – avere ricadute sulla città. A chiusura non sono stati resi noti i dati delle visite e sarebbe interessante averli “ripuliti” da quelli degli eventi e dai biglietti gratuiti, per capire quanti hanno pagato davvero per vedere la mostra e capire quali siano state le ricadute sulla città. Attualmente, in piena stagione turistica, al Ducale è in corso una sola esposizione, ancora di arte contemporanea, che tra le altre cose espone un maxi scroto appeso al soffitto. A questo, in ambito cittadino, si aggiunge l’abuso e la consunzione del tema dei Rolli, usati anche come strumento per lanciare i divulgatori scientifici e la formazione a loro dedicata.

Ci sta che in un momento così critico per il bilancio qualcuno pensi che la cultura possa passare momentaneamente in secondo piano, ma è un sentiero pericoloso per la città, dopo anni di mostre curate o co-curate da soggetti commerciali, sacrificata e banalizzata sull’altare delle “tradizioni” e della propaganda “popolare” (basti ricordare lo sciamare dei ragazzetti nei palazzi dei Rolli.musei di Strada Nuova per carnevale), tanto che si sono persi completamente ogni direzione e rilevanza. Bisogna cominciare a parlarne. Subito. Anche se ad alcuni può sembrare l’ultimo dei problemi. Perché non è così.

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