“Liguria Gate”, nell’inchiesta le promesse elettorali mantenute e tradite e il peso sulle elezioni del “portafoglio” di voti dei gruppi rietini e calabresi

Cene elettorali, un turbine di nomi di candidati poi eletti, promesse di posti di lavoro e di lavori edili per le aziende. Ma anche promesse disattese, numeri di telefono bannati per non ricevere le chiamate di chi pretendeva che ai voti forniti facesse riscontro il mantenimento delle promesse. E due dei politici oggi indagati a vario titolo che sapevano che era in corso un’inchiesta: sono stati avvertiti da una talpa o hanno inventato tutto per non mantenere le promesse?

Oltre ai 10 colpiti da misure cautelari di diversa natura e a vario titolo, nel “Liguria Gate” altre quindici persone sono indagate ed elencate nella stessa ordinanza. Un’altra decina sarebbe indagata, ma inserita in altri provvedimenti.

I quindici indagati citati nell’ordinanza che stabilisce le misure cautelari sono Santo Inturri, Ivana Catarinolo, Giovanni Di Carlo, Francesco Cornicelli, Biagio Zambitto, Giuseppe Soldano, Alessandro Cartosio, Francesco Ania, Filippo Ania, Carmelo Griffo, Giovanni Ferroni, Elisabetta Pinna. Molti di questi fanno riferimento alla comunità di Riesi (o, comunque, della Sicilia) a Genova e in Liguria. Poi ci sono tre politici eletti nelle liste di Toti in Comune e in Regione.
Due i consiglieri regionali indagati nell’ambito dell’ordinanza che ha portato in carcere Polo Emilio Signorini (all’epoca dei fatti, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale) e ai domiciliari il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti e il suo capo di gabinetto Matteo Cozzani. Sono Stefano Anzalone (eletto come consigliere “arancione” e poi confluito nel gruppo misto) e Domenico “Mimmo” Cianci, che è anche presidente della commissione Ambiente e Territorio, di cui è membro anche Anzalone, Quest’ultimo è inserito in ben 6 commissioni, tra le quali quella antimafia.
Le attività investigative, secondo l’ordinanza del Gip Paola Faggioni, hanno permesso di accertare come Anzalone, per ottenere i voti della numerosa comunità riesina dimorante a Genova, abbia promesso posti di lavoro «per li tramite dei fratelli Testa ed almeno in un caso direttamente – agli elettori». Inoltre, sempre secondo l’ordinanza, avrebbe «altresì personalmente sostenuto spese a beneficio dei fratelli Testa circostanze comprovanti i pregressi accordi illeciti intercorsi tra il candidato e gli elettori riesini rappresentati dai fratelli Testa». Ai due fratelli, gemelli, nati a Caltanisetta ma residenti in Lombardia, ora gravati della misura di obbligo di dimora, è stata contestata la circostanza aggravante di cui all’art. 416 bis. 1 del c.p., che tratta delle associazioni mafiose (in particolare a Cosa Nostra e, in particolare, al clan Cammarata del mandamento di Riesi, con proiezione nella nostra città), non contestata, invece, ad Anzalone, che per questo non è gravato di misure cautelari.
Nelle intercettazioni telefoniche si legge di cene elettorali a cui hanno partecipato componenti della comunità riesina a Genova. Nel corso di una telefonata, nel corso della quale Anzalone chiede a Italo Maurizio Testa se una cena sarà allestita, il siciliano lo invita a portare i suoi “santini”, in quanto «quello che ci interessa a noi, da buoni siciliani, è quelli che devono scrivere la preferenza poi tutto il resto a noi, non ce ne frega un cazzo!». In una telefonata del 22 settembre 2020, parlando con un’altra persona, Testa dice: «(…) sai quanto ha speso Anzalone per me? … 1.100 euro fra dieci notti più diciamo qualche mangiata perché tante siamo stati con altri …. Voglio dire almeno se li è ripagati».
Secondo l’ordinanza firmata dal gip Paola Faggioni, l’avvenuta concretizzazione dello scambio corruttivo-elettorale si evidenzierebbe anche grazie ad altre conversazioni intercettate, da cui si evince il risentimento di Testa per li comportamento di Anzalone che «dopo le elezioni non ha inteso proseguire i rapporti con i fratelli riesini». Italo Maurizio Testa lamenta anche che Anzalone avrebbe bloccato il suo numero di telefono: «Mi dà subito occupato, quindi mi ha bannato» dice.
Come già emerso, nel corso delle attività di reperimento dei voti presso la comunità riesina di Genova, i fratelli Testa si erano relazionati anche con Umberto Lo Grasso, oggi consigliere comunale della Lista Toti, subentrato il 12 dicembre scorso al posto della dimissionaria Tiziana Lazzari.
Lo Grasso viene spesso nominato dai conterranei fratelli Testa col soprannome “Pupillo” ed è considerato vicino ad Anzalone, alla cui campagna elettorale sta lavorando. Quando Anzalone viene eletto, i fratelli Testa cercano di ottenere quanto era stato promesso loro, ma Anzalone li blocca al telefono e quando questi vengono a Genova per incontrare Matteo Cozzani (il capo di gabinetto del presidente della Regione Giovanni Toti, ora ai domiciliari) vengono avvicinati da Lo Grasso che gli consiglia di non usare il telefono perché sarebbero in corso indagini. L’intercettazione ambientale: «vedi che stanno indagando, non fate nomi e non parlate al telefono… Stanno indagando» dice l’attuale consigliere comunale. Italo Maurizio Testa risponde: «Sì lo so, non ti preoccupare. L’ho stutato». “Stutato” in dialetto siciliano significa “spento”. Lo Grasso ricorda ancora ai fratelli Testa che è in corso un’indagine attraverso un’altra attuale indagata, Ivana Catarinolo, anche lei nativa di Riesi. Lo Grasso è indagato per favoreggiamento per aver avvertito i fratelli testa dell’inchiesta. Ai fratelli Testa, l’atteggiamento di “Pupillo” non piace, tanto che dicono di voler far convergere le preferenze verso candidati che rispondano di più, un uomo e una donna, sempre nelle fila di Cambiamo.
Ora si fa avanti l’ipotesi di una talpa: come faceva Lo Grasso a sapere che erano in corso indagini? Anzalone è un ex poliziotto. Lo ha saputo nell’ambiente da qualcuno che glielo ha rivelato? Oppure, semplicemente, non volendo onorare quanto promesso in cambio dei voti, ha inventato l’inchiesta (che in realtà c’era) per non onorare le promesse coi fratelli Testa?
Gli investigatori hanno anche “pesato” il risultato elettorale di diversi candidati nominati nelle intercettazioni tra quelli che avrebbero ricevuto voti dai rietini, la cui comunità fa perno sul quartiere di Certosa. Hanno tutti ottenuto, lì, percentuali molto più alte rispetto al resto del territorio in cui erano candidati, ma, tra tutti, emerge il risultato di Anzalone che a fronte di una media generale del 2,70% ha ottenuto in quel quartiere l’11,54% delle preferenze.
Per quando riguarda il consigliere regionale di Cambiamo Domenico “Mimmo” Cianci, gli investigatori ipotizzano, anche sulla base di intercettazioni, che abbia accordi per ottenere voti anche da personaggi ritenuti affiliati alla ‘ndrangheta calabrese, promettendo in cambio lavori per i condomini da lui amministrati (il suo studio ha sede a Rapallo) e posti di lavoro. Dalle intercettazioni si comprende che in qualche caso ha cercato di onorare la promessa (una delle persone a cui offre un’occasione di impiego rifiuta la proposta perché troppo lontana dalla sua residenza (abita nel Tigullio e il lavoro sarebbe stato a Pegli, per cui gliene viene offerto un’altro), mentre in un altro caso la persona che gli ricorda di averlo fatto votare gli rinfaccia il mancato mantenimento dell’impegno arrivando anche a insultarlo. Di fatto, Cianci di voti ne prende parecchi, tanto da arrivare terzo degli eletti di “Cambiano” in consiglio comunale. Nelle conversazioni intercettate alcune delle persone, oggi indagate, che fanno capo al gruppo di Riesi (quindi i siciliani) e che appoggiano altri candidati sottolineano che «i calabresi sono forti». Il 22 settembre 2020, Italo Maurizio Testa, commentando con Vincenza Sciacchitano l’ottimo risultato elettorale del Cianci, le rivela: «Sai perché? Questo ha tirato fuori tanti soldi. E poi i calabresi sono molto uniti, più uniti di noi».
Sono state intercettate anche alcune conversazioni che, secondo gli investigatori, provano i contatti di Cianci con l’ambiente calabrese e, in particolare, con Luigi Mamone, ritenuto terminale ligure della ‘ndrina Raso-Gullace-Albanese, poi deceduto nel 2021. In un’intercettazione, Mamone si dice in grado di esercitare un forte ascendente sul politico, al punto da poterne “pilotare” le scelte. Tra gli indagati del “Liguria gate” ci sono anche Francesco e Filippo Ania, padre e figlio di origine siciliana. I due, in un’intercettazione, dicono a Mamone di aver votato con la famiglia l’attuale consigliere regionale e di aver mandato anche la foto della scheda, ma di non aver ricevuto quanto pattuito, cioè lavori nei condomini. Mamone risponde: «io con Mimmo vi posso dire che. per me. potete dire che è un fanfarone… a me m’ha da… tutto quello che voglio mi dà» e poi: «se io vado da Cianci e ci dico – Cianci io voglio fare dei lavori qui – me ne da quanto ne voglio, ve lo dico io, ve lo dico io che me ne da quanto ne voglio”, anche in ragione dell’aiuto datogli in occasione delle elezioni: «”io l’ho aiutato…l’ho aiutato anche nelle elezioni, io l’ho aiutato…».


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