Cultura 

Urbanistica e architettura negli anni Sessanta. Quando costruirono la Genova di oggi

Dopo i bombardamenti bellici, la ricostruzione, facendo i conti non solo con le macerie, ma anche con le emergenze sociali, come quella della disoccupazione. Nella mostra Genova Sessanta che si è chiusa ieri nel Teatro del Falcone a Palazzo Reale un intero piano è stato dedicato proprio ad architettura e urbanistica. Il co curatore Jacopo Baccani, in un web documentario di oltre un’ora, racconta come è cambiata la città che ci è rimasta in eredità

Le vicende della città e della sua architettura negli anni Sessanta sono tratteggiate, in mostra e in catalogo, da Jacopo Baccani, Benedetto Besio e Gian Luca Porcile. 

Nel 1945 si contano i danni provocati dai bombardamenti subiti.

La città è profondamente segnata: quasi un terzo del patrimonio residenziale è inabitabile, 

le industrie danneggiate, il porto interamente da bonificare e in parte da ricostruire.

Inizia allora uno straordinario processo di ricostruzione che avrà il suo punto più alto negli anni sessanta.

Già a pochi mesi dalla Liberazione, l’Amministrazione Comunale traccia le linee fondamentali della viabilità e le direttive generali per la fabbricabilità, non solo per la zona centrale, ma per tutto il territorio urbano.

L’emergenza abitativa, particolarmente pressante, porta all’avvio dei piani INA Casa e nel contempo si lavora per il ripristino del sistema infrastrutturale, indispensabile alla ripresa dell’industria e del porto.

La ripresa industriale determina un imponente flusso migratorio soprattutto dalle regioni del meridione e genera una forte dinamica del settore costruzioni: dall’emergenza della ricostruzione, la città era entrata in una fase di crescente sviluppo. 

Il Piano Regolatore Generale del 1959, elaborato nella seconda metà degli anni ’50, assunse l’obiettivo di fondo di favorire in modo generalizzato la crescita residenziale: pur prevedendo la dimensione demografica teorica di poco più di 2.000.000 abitanti, consentiva in realtà volumetrie stimate per 8.000.000 di abitanti.

Negli anni sessanta si concretizzano le grandi infrastrutture – la Sopraelevata di De Miranda e il viadotto sul Polcevera di Morandi – pensate per attraversare la città – e si realizzano importanti opere pubbliche: il Palasport di Finzi, il Padiglione IRI alla Fiera Del Mare di Mangiarotti (oggi demolito), il Palazzo di Giustizia di Romano, Olcese e Zappa, i Musei Chiossone di Labò, Olcese e Grossi Bianchi, e Sant’Agostino di Albini e Helg. 

L’edilizia pubblica vede il proseguire dei progetti INA CASA: l’insediamento di Forte Quezzi, progettato da Daneri, Fuselli e altri, soprannominato il “Biscione”, spesso con intento denigratorio, nel corso degli anni ha conquistato una reputazione insperata, ed è oggi oggetto di visite da ogni parte del mondo.

Accanto al fervore quasi incontrollato della speculazione edilizia, che copriva la domanda di abitazioni a prezzi accessibili, iniziò ad affermarsi anche una cultura dell’abitare moderno che favorì un’edilizia privata di maggior qualità, ad opera di numerosi architetti attivi in città: tra gli altri Albini, Barsanti, Dasso, Fera, Gambacciani e Ciruzzi, Grossi Bianchi, Morozzo della Rocca, Oneto, Luigi Rizzo, Zanuso.

Nelle zone centrali si compiono i destini di Piccapietra e via Madre di Dio, già delineati dal “Piano Regolatore delle Aree Centrali” del 1932.

La città, avviata verso il milione di abitanti, è fiera del suo nuovo centro in Piccapietra, a cui dedica persino un posto di rilievo nelle cartoline turistiche. Nel nuovo quartiere si trovano ampie strade porticate, gallerie commerciali, sedi nazionali di grandi imprese quali Mira Lanza e Italimpianti, il nuovo Palazzo di Giustizia, banche, appartamenti di pregio, grandi magazzini come Rinascente e Coin, con prodigi tecnologici quali scale mobili e autosilos meccanizzati, che mai si erano visti in città prima di allora. 

Viceversa lo scenario prospettato negli anni ’30 per via Madre di Dio, una ariosa strada che tra palazzi porticati scende dolcemente da Piazza Dante a Corso Quadrio, allora punto di inizio della passeggiata a mare verso levante, viene stravolto dalle mutate condizioni introdotte dallo sviluppo portuale, dalla nascita del quartiere fieristico e dal nuovo carattere della viabilità costiera. Nel 1964 Konrad Wachsmann presenta il progetto, commissionato da Italsider, per una nuova sede direzionale proprio nell’area di piazza della Marina: nasce l’idea di una torre ad uffici che domina un nuovo waterfront. Il progetto, forse troppo avanzato, non viene realizzato, ma suscita un grande dibattito in città. Nel 1966 fu infine approvata la variante – realizzata a partire dagli anni ’70 – che accorpava i volumi sul lato est destinando a parco urbano la parte sotto le Mura, con esiti mai metabolizzati dalla città.

Quanto poi al centro antico, la consapevolezza della necessità di tutelare la città antica nel suo complesso matura proprio tra la fine degli anni ’50 e i primi ’60. 

Al termine “città vecchia”, che tendeva a connotare in termini negativi quelle parti della città, si sostituisce sempre più spesso il concetto di “centro storico” ad enfatizzare un valore culturale e monumentale complessivo e non legato a singoli edifici. Nel ’57 su proposta dell’architetto Romano si forma la Commissione Centro storico che si avvale dei migliori professionisti attivi in città: Albini, Daneri, Fera, Forno, Fuselli, Grossi Bianchi, Quaroni, Romano, con il contributo di  Caterina Marcenaro. 

Si apre così un dibattito che sfocerà, ad esempio, nel primo piano di Sarzano che, molti anni dopo, porterà nei vicoli la Facoltà di Architettura. 

Gli anni sessanta sono poi quelli della formazione per il giovane Renzo Piano che, già alla ricerca tenace di dimensione e riferimenti internazionali, mantiene con Genova il legame fisiologico che continuerà fino ad oggi; in mostra vengono illustrati i suoi primi esperimenti progettuali nel ponente genovese.

Nel 1968 si registra il massimo livello di popolazione nella storia della città: 848.000 abitanti; il decennio si chiude con i primi segnali di una flessione destinata a durare fino ad oggi.

E compaiono le prime traumatiche conseguenze di una crescita troppo impetuosa e poco attenta ai problemi ambientali; il crollo di via Digione, nel 1968, e l’alluvione, nel 1970, sono i segnali di avvio di una stagione ancora in corso.

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