Sgarbi contro i politici che si improvvisano critici: «La Falcidia leghista contro l’arte di Pesce»

Il post su Facebook del consigliere di Municipio contro la mostra dell’artista internazionale Gaetano Pesce e il like della consigliera Comunale Francesca Corso non sfuggono al critico d’arte, che ironizza: «Poveri Falcidia e seguaci, comunisti senza saperlo. Aspettiamo il loro giudizio anche su Evola, Magritte e Henry Moore». Nel frattempo anche l’assessore regionale Andrea Benveduti sente il bisogno di commentare sui social. L’assessore comunale leghista Paola Bordilli aveva espresso perplessità in giunta, dicendo di non conoscere l’artista. I vertici del partito prendono le distanze. Cosa c’è dietro l’improvvida alzata di scudi di un manipolo di seguaci genovesi di Alberto Da Giussano in direzione contraria anche alla politica del movimento di appartenenza che si dice «contento che ci siano occasioni di presenza di artisti internazionali in città e che l’attività dell’Amministrazione comunale sia proattiva nel fare tutto ciò che può essere fatto per portare persone a Genova per renderla vitale e interessante»?

Il critico d’arte, che tutto si può dire men che sia di sinistra, bacchetta l’ex presidente di Municipio e dipendente della Lega in Regione (che propone per una tessera Pd), oltre alla consigliera comunale leghista Francesca Corso (presidente della commissione Pari Opportunità che non pare aver compreso il messaggio delle opere di Pesce a favore delle donne) e certamente s’è perso la presa di posizione analoga a quella dei compagni di partito dell’assessore regionale leghista Andrea Benveduti, anche lui di quella parte della Lega che s’è scagliata contro la mostra della giunta Bucci, inaugurata anche dal presidente della Regione Giovanni Toti. Non la posizione di tutta la Lega né dei suoi vertici: Edoardo Rixi, leader ligure del Carroccio, ha messo un like sul post Fb con cui l’Assessore alla Cultura ha presentato la mostra del designer e artista spezzino ormai residente a New York e il commissario cittadino Alessio Piana ha detto chiaro e tondo che il giudizio di Falcidia è personale, non è quello del partito, che invece «è contento che ci siano occasioni di presenza di artisti internazionali in città e che l’attività dell’Amministrazione comunale sia proattiva nel fare tutto ciò che può essere fatto per portare persone a Genova per renderla vitale e interessante a più persone possibile». Allora perché una parte di leghisti s’è scagliata contro l’esposizione voluta e allestita dalla loro stessa compagine politica?

Nel suo articolo su “Il Quotidiano del Sud”, Vittorio Sgarbi non si limita a spiegare che Falcidia e Corso (ma il giudizio si può estendere anche a Benveduti, alla luce del suo post “non da esperto d’arte”, ma da assessore regionale sì) parlano da persone il cui giudizio è scevro non solo da ogni competenza e, diciamo noi, anche da ogni dovere di approfondimento consigliato dal ruolo prima di mettere le mani sul cellulare per esprimere un giudizio da eletti di un partito. No, Sgarbi gli spiega anche per filo e per segno come e perché hanno rimediato la brutta figura che va ad illustrare. Partendo dal fatto che «Falcidia – scrive il critico – ignora che Pesce è uno dei pochi artisti non raccomandati dalla sinistra, essendo contro il regime culturale che impone il pensiero unico cui si piega anche lui». Non si limita a scrivere che hanno fatto una ben misera figura volendo assurgere al ruolo di critico d’arte senza esserlo, ma passa a spiegare perché: ne esce una lezione di arte contemporanea tracciata con parole chiare che sgretolerebbe l’autostima politica di chiunque.

Sgarbi non è mai “soffice”. Può piacere o non piacere, ma non si può certo dire che il quel che comunica manchi la passione che a volte sfocia in veemenza verbale e che in tema di arte sia inoppugnabile. Così il carneade politico, consigliere di municipio genovese ed ex presidente silurato del parlamentino locale Renato Falcidia, non solo è assurto inaspettatamente a soggetto del titolo di un giornale che non si occupi specificamente di cronachetta genovese di quartiere, ma viene, insieme alla compagna di partito, la consigliere comunale Francesca Corso (in odore di prossima segretaria provinciale della Lega), messo alla gogna da uno dei più noti critici d’arte italiani e non solo per le critiche scomposte e acchiappaclick alla mostra del designer e artista di fama internazionale Gaetano Pesce voluta dal Comune di Genova e inaugurata anche dal presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. Benveduti da tempo è già in direzione ostinata e contraria rispetto al presidente della giunta sul green pass e il suo intervento di due righette sui social è sembrato a tanti proprio un voler dare addosso a Toti.

Siccome i tre sono eletti del Carroccio e quel che comunicano sui social ha rilevanza politica quantomeno comunale e, nel caso dell’assessore, regionale, chi non ha letto l’attacco come un semplice ammiccamento alla pancia dell’elettorato sovranista per captare quattro consensi tra chi al massimo può parlare del campionato di calcio con competenza “livello Bar Sport”, lo ha interpretato come una delle schermaglie in atto tra la Lega e i partiti del presidente Toti e del sindaco Marco Bucci. Insomma, la consueta corsa tra colpi bassi e gomitate alle preferenze elettorali nell’ambito della coalizione in vista delle elezioni, stavolta comunali. Che sia o non sia così (e se lo è stato non a nome del partito, ma a titolo personale, perché come abbiamo visto Rixi e Piana non condividono la loro posizione), nell’ansia di “comunicare contro” sui social, i tre non si sono premurati di capire cosa ne pensi il loro lider-maximo Matteo Salvini che pare apprezzi particolarmente l’arte di Pesce.

A questo si deve aggiungere un retroscena che spiega molto: al momento dell’approvazione della mostra da parte della giunta comunale, dice “radio Tursi”, l’assessore ai Grandi Eventi, la neoleghista Paola Bordilli (col Carroccio solo dalla candidatura alle ultime comunali, quando ha preso 280 voti e ha ottenuto d’emblée la poltrona in giunta, cosa che poco è piaciuta ai veterani della Lega), avrebbe tentato di mettersi di traverso, chiedendo chi fosse mai “questo” Pesce e ponendosi come “commisario politico” (si dice che accada non di rado, soprattutto quando in giunta non è presente il sindaco Bucci) e pretendendo di valutarne in prima persona il messaggio per vedere se fosse o non fosse conforme alla linea. Non è un mistero per nessuno che tra Bordilli e le altre due assessore della trimurti comunale del turismo (quella alla Cultura Barbara Grosso di Vince Genova e quella al Marketing Laura Gaggero di Fdi) non corra buon sangue e la presa di posizione sarebbe stata, sospettano i maligni, solo un tentativo di mettere una zeppa a un progetto altrui.

Il tam tam contro la mostra sarebbe, dunque, partito in una chat ristretta di partito, ma in maniera indipendente dai vertici. Piuttosto in quella rete di alleanze interne ondivaghe e intermittenti legate a scopi elettorali ed equilibri di potere interni che ammorberebbero “in crescendo” l’aria all’interno della Lega e avvelenerebbero i rapporti col resto della coalizione non tanto per la prossima sfida elettorale nel centrodestra (il che sarebbe anche comprensibile se non avesse coinvolto una grande occasione culturale e turistica per la città), ma per confronti personalistici che rischiano anche di compromettere i risultati della giunta intera, e quindi della maggioranza, per la città.

Chi è Gaetano Pesce? Non è superfluo, pare, ricordare che Gaetano Pesce non è esattamente un “signor nessuno”. Le sue opere sono parte delle collezioni di prestigiosi musei nazionali e internazionali come il Triennale Design Museum di Milano, il MoMa di New York, il Victoria e Albert Museum di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, il Canadian Center for Architecture in Montreal e il Metropolitan Museum in New York. Nel 2014 il museo MAXXI di Roma gli ha dedicato una grande esposizione: “Gaetano Pesce. Il tempo della diversità”. Tra pochi giorni, il Design Society di Shezen in Cina e la galleria Salon94, a New York, gli dedicheranno un’ampia retrospettiva.

Per sapere chi è Pesce, peraltro non occorre leggere i giornali specializzati o essere esperti di arte contemporanea. Basta leggere la cronaca che esula dai confini comunali genovesi, visto che dell’artista si è parlato negli ultimi anni in lungo e in largo nei giornali nazionali e sulle pagine locali di Milano, Firenze e Ferrara dove sono state allestite mostre dedicate al designer che hanno suscitato polemiche per lo più da parte delle femministe e, a Ferrara, della sinistra (con la difesa da parte delle politiche di destra), mentre a Milano, oltre che da “Non Una di Meno“, le critiche (soft, va detto, per lo più determinate dal fatto che la mostra era stata voluta dal sindaco di centrosinistra Giuseppe Sala) erano arrivate anche dal capogruppo meneghino della Lega Alessandro Morelli (oggi viceministro del governo Draghi) che si era limitato a definire le opere di Pesce «esagerate», ma senza polemizzare più di tanto proprio perché l’artista è considerato “di area”. Era intervenuto a difesa della mostra (con una poltrona Up gigante in piazza del Duomo) l’allora ministro per i Beni culturali, il pentastellato Alberto Bonisoli: «L’arte contemporanea deve essere un minimo provocatoria, altrimenti è arredamento», aveva detto. Insomma, anche sull’arte contemporanea la politica gioca a squadre “fluide”, a seconda di chi è il sindaco di turno.

A Firenze lo scontro, diretto, è stato tra Pesce e lo storico dell’arte, accademico e saggista italiano, rettore eletto dell’Università per Stranieri di Siena, l'”antileghista” Tomaso Montanari, che nel 2018 ha rifiutato la proposta di Luigi di Maio di entrare nella lista dei ministri presentata dal Movimento 5 Stelle, con la responsabilità dei Beni Culturali per indisponibilità ad un possibile governo con la Lega. Ha scritto la prefazione al libro di Antonello Caporale su Matteo Salvini “Il ministro della paura”. Nel giugno 2019 un brano tratto da un suo libro è stato una delle tracce della prima prova dell’esame di maturità. In quell’occasione Montanari fu criticato dal Salvini (che all’epoca era ministro) e da Vittorio Sgarbi per qualche suo giudizio negativo su due suoi celebri concittadini defunti: Franco Zeffirelli e Oriana Fallaci. Nell’agosto del 2021 vengono richieste da diversi esponenti politici le sue dimissioni da rettore e viene accusato di negazionismo per un articolo scritto su Il Fatto Quotidiano, nel quale sostiene che il giorno del ricordo per le foibe sarebbe una “falsificazione storica”.
In occasione della mostra fiorentina, l’opinion maker e accademico Montanari si chiedeva: «Chi è davvero conservatore? Chi usa Firenze come una quinta monumentale buona a sdoganare la qualunque o chi denuncia lo sciacallaggio intellettuale di questa stanchissima messa a reddito del nostro centro storico?». Rispondeva secco l’ottuagenario Pesce sulla rivista online specializzata Artribune «Affermare che nei luoghi storici il contemporaneo non può esistere è solo un’affermazione stupida, che non merita commenti e che può minare l’economia, la cultura e la buona immagine del nostro Paese». Si intravvede nella vicenda, un’opposizione “culturale”, ma di stampo nettamente politico.

Nel tourbillon di politica partitica e culturale nazionale giocate dai grossi calibri, si sono inseriti, inconsapevoli di tutto quello che stava alle spalle, i tre leghisti locali e gli eventuali soggetti connessi interessati a seminar zizzania. Tanto basterebbe per derubricare tutto a bega a chilometro zero, ma Sgarbi ci mette il carico: «L’arte non si giudica, se non rispetto alla sua incidenza storica – scrive -. L’arte si sente, perché sensibili, più delle persone comuni, sono gli artisti. E pochi sono intelligenti, e sensibili, come Gaetano Pesce. Poveri Falcidia e seguaci, comunisti senza saperlo. Aspettiamo il loro giudizio anche su Evola, Magritte e Henry Moore. E su tutta questa brutta arte degenerata». È il de profundis per quella politica locale che pretende di giocare senza conoscere le regole del gioco sul campo della cultura nazionale e internazionale. In un mondo perfetto, tanto dovrebbe bastare a tenere soggetti in causa lontani dai temi dell’arte e dalla cultura per un bel po’. Ma se fosse un mondo perfetto tutta questa vicenda non sarebbe nemmeno iniziata.

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