I ristoratori aprono e inaugurano la stagione del “me ne frego delle leggi”

Capitanati dallo chef stellato Ivano Ricchebono, alcuni ristoratori liguri, anche a Genova, hanno trasgredito l’ordinanza del ministro della salute Roberto Speranza che discende del decreto del Governo che divide le zone in fasce a seconda del numero dei contagiati e di altri parametri introdotti per la tutela della salute pubblica. La Liguria è appena salita in fascia arancione perché sono, appunto, aumentati i contagi

Prima le multe per le canalizzazioni cancellate (a metà, solo quelle non ancora pagate) “a furor di popolo”, poi le deliberate e pubblicizzate trasgressioni alle leggi che riguardano la salute pubblica da parte di alcuni ristoratori. A Genova sta succedendo qualcosa di pericoloso per la democrazia. Anche perché a “rivoltarsi” alla legalità non sono più solo quattro terrapiattisti e due negazionisti no vax e/o no mask.
La speranza è che, almeno stavolta, la legge sia fatta rispettare e che le sanzioni arrivino, perché altrimenti domani ognuno di noi potrà decidere una legge a caso da non rispettare perché gli conviene e poco importa se questo mancato rispetto farà danno ad altri. Le leggi sono, fino dall’antichità, fino da quelle religiose (come i Dieci comandamenti), l’unico modo per mantenere la convivenza civile ed evitare che i prepotenti prevalgano sui deboli.

Intendiamoci, non sarebbe stato drammatico se il divieto fosse scattato qualche ora più tardi, dopo il pranzo di oggi, alla luce del fatto che è arrivato quando già i ristoratori avevano fatto gli ordini della merce. Probabilmente il nuovo governo ha “tenuto” proprio per evitare precedenti. Come negare, poi, altrimenti, l’apertura delle piste da sci nel fine settimana o quello delle sale da gioco in concomitanza di un incontro “di cartello”? Bene ha fatto, comunque, Giovanni Toti, presidente della regione Liguria, a chiedere fino all’ultimo la riapertura. Magari non per la zona più vicina al confine francese, che proprio per la vicinanza con la Francia subisce una maggiore virulenza del virus. Si sarebbe anche potuto inventare (in ragione del fatto che la decisione sul passaggio in fascia arancione è arrivata solo dopo i dati settimanali diffusi venerdì, e non poteva essere altrimenti) qualche regola aggiuntiva, come l’ammissione ai tavoli di coppie o persone conviventi. Non è stato fatto e i ristoratori hanno dovuto gettare via la merce acquistata. Con un po’ di buonsenso si potevano salvare capra e cavoli per un solo pranzo e solo nelle zone arancioni.

La lettera di Speranza a Toti spiega i motivi del no. Ricorda che la situazione dell’epidemia è peggiorata, sia nella regione sia nell’Italia intera e che i <segnali di controtendenza nell’evoluzione epidemiologica che potrebbero preludere a un nuovo rapido aumento diffuso di casi (e di morti n. d. r.) nelle prossime settimane qualora non venissero rigorosamente rafforzate/innalzate misure di mitigazione sia a livello nazionale sua a livello regionale. In alcuni contesti, un nuovo rapido aumento nel numero di casi potrebbe rapidamente portare ad un sovraccarico dei servizi sanitari in quanto si inserirebbe in un contesto in cui l’incidenza di base è ancora molto elevata e sono ancora molte le persone ricoverate per Covid-19 in area critica>. Non bisogna dimenticare che in condizioni di saturazione degli ospedali per il Coronavirus vengono meno anche tutte le cure per tutte o quasi le altre malattie e che l’aumento dei morti nei picchi epidemici non è soltanto direttamente conseguenza del virus, ma anche alle mancate cure e alla mancata prevenzione che, giocoforza, sono mancate.
Speranza sottolinea anche come la richiesta di aprire i locali a mezzogiorno nella giornata di oggi <oltre a non essere formalmente compatibile con la citata disposizione (il dpcm del 14 gennaio che stabilisce le fasce di rischio e i divieti conseguenti ndr) non appare coerente con il quadro epidemiologico rappresentato dal monitoraggio del 12 febbraio ed, invero, sarebbe in contrasto con il principio di massima cautela che deve ispirare ogni intervento a tutela della salute pubblica>.

Oggi, Elisa Arduino, moglie dello chef stellato Ivano Ricchebono, presso il loro ristorante, “The Cook”, aperto in barba alle disposizioni per la tutela della salute pubblica, ha dichiarato <Si parla di disobbedienza civile, ma io penso di essere nella piena obbedienza della Costituzione che all’articolo 1 dice che la Repubblica italiana, non dimentichiamolo, è fondata sul lavoro, e noi non stiamo né rubando né facendo nulla di male Noi siamo nel diritto che è un diritto sacrosanto e va sopra qualsiasi diritto che va sopra a qualsiasi a qualsiasi dpcm ci possa essere inflitto. Questo è un principio che va interiorizzato da molti di noi ristoratori che ora sono arrabbiati e però questa rabbia non la devono esporre in piazza, devono essere centrati>.

Il marito, invece, continua ad invitare a manifestazioni di piazza. Addirittura lo fa precettando i fornitori in una maniera che non ci appare molto “serena” nei loro confronti.

In realtà, alle manifestazioni di piazza partecipano di solito appena quattro gatti, solitamente non sindacalizzati. Ma il malumore della categoria è forte, tanto che Alessandro Cavo, presidente di Fipe Confcommercio Liguria, si è discostato dalla linea tenuta fino ad oggi dall’associazione madre che ha sempre chiesto ristori più consistenti, ma non certo regole meno tutelanti della salute pubblica. Il comunicato di venerdì scorso era firmato dalla Confcommercio regionale, non da quella genovese. Oggi sull’associazione ci sono pressioni fortissime e il rischio è quello di perdere molti iscritti. Nella “svolta” di Alessandro Cavo, Ricchebono potrebbe aver avuto un ruolo non secondario: il suo ristorante genovese si chiama, infatti, “The Cook al Cavo” ed è stato da lui rilevato proprio dall’attuale presidente regionale Fipe.

Al netto di tutto questo, l’allineamento di Cavo e Fipe e della Confcommercio regionale mette l’associazione in una brutta posizione nei confronti di un governo che non è più quello distante politicamente, ma quello, di unità nazionale, a cui partecipa l’area politica solitamente più vicina, quella del centrodestra.

La Costituzione non è di gomma

La disobbedienza alla legge, però, è inaccettabile. Rispetto a quanto dichiarato da Elisa Arduino, corre l’obbligo di precisare che la Costituzione, all’articolo 32, dice anche <La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività>.
Ancora più forte il richiamo dell’articolo 3 della Costituzione stessa: <Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona>. E da ciò discende che il diritto alla vita è incondizionato, inderogabile ed indisponibile. Vero è che la anche la crisi può causare morti e peggiori condizioni di vita e che l’equilibrio è difficilissimo da tenere. Ma è altrettanto vero che il diritto alla vita non può non stare sopra a tutto. La costituzione non è di gomma, da adattare alle proprie convenienze. È una questione di civiltà.

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