In evidenza 

Il piano di Bucci per il centro storico: anche ostelli per scout negli edifici degradati

La sfida più grande dopo il ponte Genova San Giorgio: cambiare il destino della città vecchia. Ristrutturazioni finanziate col “recovery fund”, col 10 per cento per gli istituti di credito coperto per garanzia da una grande realtà (anche) genovese

Gli americani la chiamano “vision”. Un’idea, un progetto, una visone d’insieme da mettere in pratica, appunto, che traguarda a un risultato a cui nessuno prima aveva osato immaginare. L’ultima intuizione risale agli anni tra il ’70 e l’80 e fu quella di piazzare la Facoltà di architettura sulla collina di Castello, recuperando un’area distrutta dalle macerie. Tutto il resto è venuto di conseguenza. L’idea di Bucci è in qualche modo simile: portare frequentazioni sane nelle aree più degradate e quindi favorire la ristrutturazione. Cambiare completamente il clima, perché il degrado non si cancella coi pattuglioni. Con quelli lo si sposta in situazioni di emergenza, quando è assolutamente necessario, ma il risultato è temporaneo e non fa altro che scaricare i problemi un po’ più in là. La soluzione definitiva, a medio e lungo termine, è risanare, come è successo a Sarzano. Ma non basta, bisogna anche che ci sia una “locomotiva” per la zona. È per questo che a Sarzano, grazie ad Architettura, ha funzionato e a Pre’ no. Gli edifici di edilizia pubblica ristrutturati non bastano. Allora Bucci, che non ragiona secondo le categorie del maniman, tira fuori al coniglio dal cilindro: non sarà facile, ci sarà da fare carte con la Sovrintendenza, ma alcuni edifici in rovina possono diventare ostelli scout. Questo movimenterà, oltre al turismo, tutta un’economia legata allo scoutismo che fa già la fortuna di molte aree in tutto il mondo. Uno degli edifici a cui Bucci pensa è il civico 12 di via Pre’, un rudere ormai praticamente svuotato all’interno e impalcato da anni, protagonista di una brutta storia di burocrazia tutta genovese. Sotto potete legge un articolo del 2016. Nel frattempo la situazione non è affatto migliorata.

Torna il tema del diradamento, che però è tutt’altro che scontato. Ci hanno provato in tanti. Dopo la guerra tutti i vecchi quartieri, in gran parte bombardati, dovevano essere rasi al suolo come Piccapietra e come via Madre di Dio. Per fortuna il sindaco Fulvio Cerofolini fermò lo scempio. Nel 1977 fu approvato il piano regolatore redatto da Ignazio Gardella che destinava la facoltà di Architettura a Sarzano. Il primo lotto fu edificato solo nel 1986. La riedizione del piano regolatore generale del 1980 incaricherà tra gli altri Renzo Piano, Giancarlo De Carlo, Ludovico Barbiano di Belgiojoso e ancora Ignazio Gardella, di progettare altrettante aree del centro. De Carlo si occupò del recupero della Darsena come primo tassello del recupero di Pré mentre Piano ripropose al Molo il laboratorio sperimentato a Otranto per l’Unesco (1979, ripreso nel 1980 a Burano), espressione di un suo “ingenuo” e quasi banale programma teso a coniugare partecipazione e tarda utopia tecnologica. I progetti pilota e i relativi architetti, compreso quello di Piano, erano 6, per le varie zone del centro storico.

Quasi tutti gli edifici della città vecchia sono pluricentenari e per questo vincolati. A rilanciare il diradamento provarono gli assessori del pentapartito delle giunte ante 1992, con nessun successo. Se ne parlò anche quando sindaco era Marta Vincenzi. In qualche caso, come adesso, si parlava di creare piazzette e recuperare spazi aperti. In altri casi si parlava di demolire e ricostruire. Non se n’è mai fatto nulla proprio perché, rudere o non rudere, non si possono demolire palazzi del ‘500, magari superfetazioni di edifici ancora più antichi.

In via Prè non c’è solo l’ospitale per i crociati noto a tutti come “Commenda”. Ce n’erano almeno tre e uno era stato recuperato dai proprietari qualche lustro fa, prima che decidessero di cederlo in affitto a diversi stranieri in successione che ne fecero, nel tempo, un panificio e un supermercato. I restauri restituirono colonne in pietra del promontorio della Lanterna e arcate in mattoni. Molti degli edifici, sotto mani e mani di intonaco, sono così, con i tetti in canniccio supportati da alberi di velieri in disuso utilizzati come travi. Nella foto uno dei pali recuperato con la sua decorazione originale ed esposto in un edificio di via al Ponte Calvi.

Una partita difficile, insomma. Bucci dice di aver mutuato l’idea da Renzo Piano, quella di “costruire sul costruito”. Certo è di grande impatto la sua idea sul recupero degli edifici. Alcuni proprietari ne hanno decine, addirittura centinaia tra bassi e appartamenti. Gran parte di quel patrimonio viene solo sfruttato, senza ristrutturazioni da anni, spesso trasformato in case dormitorio. La chiave sta nel far capire ai proprietari che possono ristrutturare quasi gratis e, a quel punto, affittare a persone che facciano vivere il quartiere. <Interverremo su edifici abbandonati, da espropriare, e parleremo con i privati che vogliono ricostruirli da parte loro – dice Bucci -. Dal 110% e con quello che ci aspettiamo dal recovery fund, noi daremo la possibilità anche ai privati di rimettere a posto le proprietà>, praticamente senza cavare un quattrino dal portafogli. Certo, resta il problema degli appartamenti frammentati tra decine di eredi, spesso residenti persino all’estero. Esiste un’agenzia specializzata nella gestione di immobili di questo tipo. La maggior parte del patrimonio abitativo, però, è in mano a un manipolo di proprietari, tra cui alcune note famiglie genovesi. Si spera che, se in tutti questi anni non lo hanno fatto per la città, si impegnino almeno per la loro tasca: potranno avere case nuove da affittare nel migliore dei modi. Nei vicoli ci sono anche interi palazzi di fatto abbandonati, due sono nell’ex ghetto ebraico e sono una bomba a orologeria per questioni igienicosanitarie e di sicurezza, intese come safety e come security. Bucci ha dato mandato di rintracciare tutti gli amministratori per riuscire a raggiungere i proprietari.

Per il recupero delle piazze, Bucci pensa al “modello Giardini Luzzati”. Già in un’assemblea pubblica ha chiesto all’associazione “Il Cesto” di occuparsi, come dell’area tra Sarzano e le Erbe, di altre piazze. Potrebbero essere la piazza dei Truogoli di Santa Brigida (che doveva diventare trait d’union dei percorsi turistici tra Palazzo Reale e il waterfront già almeno vent’anni fa) e piazza Don Gallo, nell’ex ghetto. Proprio l’associazionismo, anche tra cittadini, potrebbe avere un grande ruolo nella rivitalizzazione sociale della città vecchia. Perché non bastano i muri ritinteggiati e Bucci lo ha capito. Serve una società viva e positiva. Anche in questo quadro si inseriscono gli ostelli scout.

Per quanto riguarda la sicurezza urbana, il Sindaco ci ha messo tutto quello che ha potuto, mettendo in campo oltre un centinaio di uomini della Polizia locale al giorno (fino a pochi anni fa erano 2 per turno sui 2 turni del mattino e del pomeriggio e nessuno la sera) per incidere non solo sui comportamenti che minano la vivibilità, ma anche sulla sicurezza.

Ci vorrà tempo, ma è il progetto più articolato e completo che di cui il centro storico è mai stato oggetto. Più concreto di quello del piano regolatore del 1980, realizzato solo in parte, perché può contare sui fondi attesi dal recovery fund.

Related posts