Covid, in Liguria in proporzione agli abitanti +320% dei contagi e +300% delle morti rispetto al Veneto

Quali sarebbero i dati della nostra regione se avesse affrontato il Covid come ha fatto il Veneto e che dati avrebbe il Veneto se le cose fossero andate come in Liguria? Il confronto (ovviamente in proporzione agli abitanti) ci restituisce un’immagine impietosa del risultato della gestione dell’emergenza nella nostra regione: con il “sistema Veneto” avremmo forse potuto avere solo un terzo dei decessi. I contagi, sempre in proporzione alla popolazione, sono stati il 320% in più che in Veneto

No, non è questione di politica o di partiti: Giovanni Toti è presidente ligure di centrodestra e l’assessore alla Sanità, Sonia Viale, è della Lega, proprio come il governatore veneto, Luca Zaia, che, numeri alla mano, è quello che ha saputo meglio affrontare il Covid-19. La Liguria, in questi giorni, ha invece “conquistato” il triste primato della crescita degli infetti.

Facendo la proporzione tra il numero degli abitanti dell’una e dell’altra regione e confrontando i dati si capisce che le strade scelte da Zaia e dai suoi “tecnici” sono state decisamente più efficaci di quelle intraprese da Toti e dal suo team.


I numeri reali

Veneto

Popolazione: 4,9 milioni – 18.224 casi, 1.502 deceduti, 370.978 tamponi* effettuati, 216.997 casi testati**

Liguria

Popolazione 1,5 milioni – 8.312 casi, 1.195 deceduti, 53.202 tamponi*, 34.037 casi testati**

*numero di tamponi reali (ad ogni testato positivo dopo il primo tampone de ne fanno almeno 2 che devono essere negativi per dichiararlo guarito)
**persone effettivamente sottoposte a tampone


Ora vediamo (ovviamente in rapporto alla popolazione) quali risultati avrebbe avuto la Liguria se avesse avuto le stesse performance della sanità veneta e se avesse fatto le stesse scelte del Veneto per la lotta al Coronavirus. La prova del nove viene dalla proiezione dei dati del Veneto sul numero degli abitanti della Liguria.

Se la Liguria avesse lo stesso numero degli abitanti del Veneto (4,9 milioni)

Casi: 27.152 (invece dei 18.824 del Veneto, 7.328 in più)*
Morti: 3.903 (invece dei 1.502 del Veneto: ben più del doppio)
Tamponi: 173.793 (invece dei 370.978 fatti dal Veneto, meno della metà)
Testati: 111.187 (invece dei 216.997 casi testati dal Veneto, poco più la metà)

Se il Veneto avesse gli stessi abitanti della Liguria (1,5 milioni)

Casi: 5.578 (2.722 meno della Liguria che ne ha avuti 8.312)
Morti: 459 (invece dei 1195 della Liguria, cioè 735 in meno, poco meno di un terzo)
Tamponi: 113.564 (la Liguria ne ha fatti meno della metà)
Testati: 66.427 (la Liguria ne conta poco più della metà)

RegioneCasi realiCasi ipotetici*Morti
reali
Morti ipotetici*
Liguria8.31227.1521.1953.903
Veneto18.224 5.5781.502459
* se avesse gli stessi abitanti dell’altra regione

In sostanza, facendo semplici proporzioni matematiche di quelle che si imparano alle elementari:

se la Liguria, si fosse comportata come il Veneto, avrebbe avuto
4.409 casi reali in meno
737 morti in meno
e avrebbe fatto 120.591 tamponi in più testando 77.150 persone in più

se il Veneto avesse lo stesso numero di abitanti della Liguria avrebbe avuto solo 5.578 casi (invece degli 8.312 della Liguria) e solo 459 morti invece dei 1.195 della Liguria (ben 736 in meno). Inoltre avrebbe effettuato 60.362 test in più a 32.390 persone in più (quasi il doppio di quanti ne ha fatti la Liguria).

Vero è che il calcolo è puramente teorico, ma visti i risultati del Veneto rispetto ai nostri, non molto distante dalla realtà.

Liguria regione “anziana”: ci sono più anziani rispetto al numero dei bambini, ma i veneti vivono di più

Vero è che l’indice di vecchia* della Liguria (255,88, over 65 ogni 100 bambini, il più alto d’Italia) è più alto di quello del Veneto (172,1 over 65 ogni 100 bambini, appena sotto la media nazionale), ma questo non ha nulla a che fare con l’aspettativa di vita. Significa solo che abbiamo più anziani rispetto ai bambini (o che ci sono meno bambini rispetto agli anziani, è questione di prospettiva), non che abbiamo un’aspettativa di vita più lunga, anzi: un veneto vive in media 81,5 anni mentre un ligure 80,8 anni.
Peraltro, l’indice di vecchiaia ufficialmente calcolato comprende almeno una fascia di 5 anni esclusa dalle alte percentuali di mortalità: la fascia tra i 65 e i 70 anni che è certo percentualmente più corposa delle successive perché mano a mano che si va avanti con l’età sono meno le persone che rimangono in vita.

*Cosa è l’indice di vecchia: è il numero degli over 65 anni in rapporto con la popolazione tra 0 e 14 anni
L’età media: in Liguria è di 48,46 anni mentre in Veneto di 45,10 anni (Vuole dire che in percentuale ci sono più bimbi a compensare statisticamente gli anziani)
L’aspettativa di vita: in Liguria è di 80,8 anni, in Veneto è di 81,5 anni.

In Liguria abbiamo avuto circa il 300% dei morti di Covid-19 in più se proprorzioniamo gli abitanti della regione a quelli del Veneto: una percentuale abnorme. Difficilmente la si potrebbe spiegare solo con l’indice di vecchiaia, anche in relazione ai dati dei contagi.
Comunque la si voglia leggere, infatti, l’indice di vecchiaia non influisce sul numero totale dei contagiati: può ammalarsi chiunque, sono le complicazione e la mortalità dei casi sintomatici a cambiare e aumentare con l’età, non la possibilità di contrarre il contagio. E la proporzione dei liguri contagiati e riconosciuti come tali rispetto alla popolazione è del 320% rispetto al Veneto.

C’è anche da dire che il numero ridotto dei tamponi e il ritardo con cui si è passati a farne in numero più significativo genera allo stato attuale un dato ampiamente sottostimato. Molte persone sono state male (con diversi gradi di gravità), ma non sono state sottoposte a tampone nei mesi di marzo e aprile. Ci sono, poi, tutti gli asintomatici. Bisognerebbe, poi, attribuire una causa certa (escludendo o no il Coronavirus) dalle 5 persone al giorno in più morte a marzo (rispetto alla media del biennio precedente e sottratti i morti Covid riconosciuti) e delle 10 persone al giorno morte in più ad aprile a Genova. Alcune, forse, soprattutto nei primi giorni, sono “decessi Covid” non riconosciuti e non testati nemmeno post mortem, mentre la maggior parte dell’eccesso si può probabilmente attribuire al forte calo dell’assistenza medica generale extra Covid negli ultimi due mesi, con gli ospedali e i sanitari impegnati a fronteggiare l’epidemia. Probabilmente non sono pochi i pazienti che, terrorizzati dalla possibilità di poter contrarre lì il Covid, non si sono recati tempestivamente ai pronto soccorso in tempo, quando, all’insorgere dei primi sintomi, magari i medici sarebbero anche riusciti salvarli. Alle prime avvisaglie dell’epidemia in Liguria c’era anche chi aveva ironizzato sullo svuotamento dei pronto soccorso dai pazienti con patologie consuete. Qualcuno aveva persino affermato incautamente che in tempi normali un’alta percentuale di persone che finiva in pronto soccorso avrebbe potuto evitarlo. L’aumento dei morti non Covid potrebbe, invece, testimoniare che chi aveva bisogno di assistenza non è andato a chiederla e ha pagato la decisione a caro prezzo.
Che sia proprio la mancanza di assistenza la causa del decesso del ventiseienne morto in pochi giorni nella sua casa in una traversa di via Assarotti? Vero è che l’autopsia ha escluso il Covid e che soffriva di una patologia cronica (con la quale però, normalmente, si convive a lungo), chissà, però, se, approdando in pronto soccorso in tempi di normalità pre Covid, i medici sarebbero riusciti a salvarlo?

Le differenze di strategia tra Veneto e Liguria

Aggiornamento: ci hanno chiesto di specificare che differenza c’è stata tra la strategia del Veneto e quella della Liguria.

In Veneto Luca Zaia s’è affidato ad Andrea Crisanti  direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell’Università (e azienda ospedaliera) di Padova, risparmiando alla regione uno scenario catastrofico come quello lombardo e, fatte le debite proporzioni numeriche in base agli abitanti, quello ligure. Ha deciso di andare in controtendenza rispetto alle indicazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) e ha insistito per fare i tamponi a tutti i contatti dei presunti infetti, riuscendo a bloccare l’epidemia sul territorio prima che dilagasse negli ospedali. E nelle case di riposo.

<In altre regioni si pensa che il tampone serva solo a fare la diagnosi. In realtà, se arriva una persona che sta male, da sette-otto giorni, con tutta la sintomatologia canonica e il quadro radiologico, il tampone non c’è nemmeno bisogno di farlo: dovrebbero farlo invece tutte le persone con cui la persona è entrata in contatto. È, insomma, essenzialmente una questione di decisioni strategiche> ha detto Crisanti. E, sulla scarsa propensione di certe regioni, come la nostra, a fare i tamponi, ha detto <All’inizio sicuramente i reagenti sono mancati, ma non credo che adesso siano più un grandissimo problema: penso che ora la vera questione sia che non si è capito perché è così importante fare i tamponi. E non si è capito che fare i tamponi, e particolarmente farli ai contatti e a quelli che potenzialmente sono entrati in contatto con la persona infetta, abbatte la trasmissione. Se non si capisce l’importanza di questa strategia di fatto rimarremo sempre con queste polemiche>.

Giovanni Toti si è invece affidato alle decisioni mediche del professor Matteo Bassetti e all’organizzazione del commissario straordinario (straordinario da 4 anni e 4 mesi) di Alisa Walter Locatelli. Il Presidente ha più volte ripetuto nelle conferenze stampa che i tamponi non servivano. Tanto che ne sono stati fatti molto pochi e che soltanto adesso, dopo due mesi, stanno aumentando. Non solo non sono stati fatti agli asintomatici, ma anche a tanti sintomatici che, se non erano proprio in condizioni disperate, sono stati lasciati a casa, spesso nemmeno messi in quarantena (senza tampone positivo non può esserci quarantena).

Altra profonda differenza tra il Veneto e la Liguria è stata l’assistenza domiciliare. Il Veneto ha basato la propria strategia su tamponi e assistenza domiciliare.
La Liguria non ha di fatto iniziato ad approntare l’assistenza domiciliare che dopo un mese e mezzo. Il Gsat (i gruppi formati da medici e infermieri per l’assistenza domiciliare) del centro di Genova non sono partiti che dopo 2 mesi di epidemia, 2 settimane fa.
Moltissimi i sintomatici (malati) che hanno denunciato di essere stati lasciati a casa, senza visita e senza tampone con, tuttalpiù, assistenza telefonica e autodiagnosi.
Ad oggi i Gsat (che secondo le regole imposte dal Governo dovrebbero essere uno ogni 50 mila abitanti, quindi 12 a Genova Città) sono ancora circa la metà.

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