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Storia di Ishāq, clochard malato che la polizia locale ha tentato di aiutare sbattendo contro muri di gomma

Al di là del fiume di chiacchiere dei giorni scorsi, ecco un caso limite che ben dimostra come il problema dei senza fissa dimora sia totalmente ignorato da Comune, Regione, Stato. L’uomo, con evidenti problemi psichiatrici e di salute fisica, in condizioni igieniche e sanitarie preoccupanti, rimane in strada e senza alcun sostegno nonostante l’impegno degli agenti cominciato nel 2018 e culminato martedì scorso in un estremo quanto inutile tentativo di farlo prendere in carico dal sistema sanitario. Una vergogna per un paese civile e per ogni soggetto politico, amministrativo, sanitario e assistenziale pubblico e privato. Ecco la verità sull’assistenza (che non c’è) ai clochard più deboli

Lo chiameremo Ishāq, per tutelare la sua privacy. Anche se non è il suo nome, anche se ci sarebbero ancor prima altre cose da tutelare. Come la sua salute. Come la sua vita stessa. Quelle che nei giorni scorsi la polizia municipale del centro storico ha tentato di salvaguardare ingaggiando una battaglia contro i mulini a vento e ottenendo solo di dare a tutti noi la prova provata che i servizi sociali e sanitari di questa città e di questo paese sono totalmente inadeguati ad affrontare casi seri come questo. Battaglia persa, insomma in partenza – forse lo sapevano anche loro -, ma che hanno combattuto col metaforico coltello tra i denti per una giornata intera, dal mattino fino a sera, senza tener conto dello scadere del turno di lavoro e senza chiedere un euro di straordinario.

Ishāq non ama le strade piene di vetrine e di turisti dove altri come lui, senza fissa dimora, si rifugiano chi per bere, chi per dormire, spesso in gruppi omologhi per nazionalità e per dipendenza, alcol, crack o entrambi.
No, lui, clochard, presumibilmente (e la formula dubitativa è giusto un pro forma) con problemi mentali, nato nel 1980 in una non meglio precisata città dell’Etiopia, irregolare sul territorio Italiano dal quale è già stato formalmente espulso da tempo (senza probabilmente capire cosa vuole dire), s’è scelto un quadrato di centro storico fuori mano: vico Durazzo, vico Cuneo e strade limitrofe, tra via Pre’ e via Balbi, un luogo probabilmente misconosciuto alla gran parte dei genovesi, quelli che non hanno mai messo piede in zona pensandola piena Suburra. Cosa che non è: nelle case in gran parte ristrutturate ci abitato persone, coppie, famiglie, anziani, bambini. La comunità del centro storico è di solito più tollerante del resto della città. Lì, “dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi”, danno per scontato che l’Altissimo abbia “già troppi impegni a scaldar la gente di altri paraggi”. Così, nella città vecchia, spesso la comunità aiuta i più deboli, quelli che di raggi divini non ne vedono da un bel po’, se mai ne hanno visti.

Ma Ishāq è un problema per gli altri e, prima di tutto, per sé, una bomba igienicosanitaria in attesa di esplodere da un momento all’altro. Se ne sta lì, in piedi, in silenzio, a veder passare i giorni rifiutando ogni contatto visivo e verbale, con addosso un piumino anche a 35 gradi. E non sa trattenere né orina né deiezioni solide di cui riempie i pantaloni, le scarpe, il lastricato su cui sta. Evidentemente ha problemi vari di salute che andrebbero curati, ma nessuno lo fa. Qualche abitante, comprensibilmente, si lamenta, soprattutto quando, col caldo, le finestre restano aperte. Tutti o quasi si preoccupano anche per lui. Gli agenti della polizia locale hanno tentato di trovare un reale aiuto per Ishāq sia tramite l’ufficio dei Cittadini Senza Territorio, da loro contattato la prima volta il 28 novembre 2018, sia contattando la Comunità di Sant’Egidio che offre alla persona generi di prima necessità insieme a personale della Comunità di San Marcellino. Ma nulla è mai accaduto. Così, stanchi di averlo allontanato mille volte col solo risultato di permettere all’Amiu di pulire e comprendendo che quell’uomo ha urgente bisogno di aiuto, una mattina di qualche giorno fa, martedì 9 luglio, decidono di trovare il modo di fare qualcosa perché venga curato fisicamente e psicologicamente. Chissà cosa ha passato, cosa si porta dentro, cosa lo ha ridotto così a 38 anni? In particolare si prende a cuore la vicenda dell’uomo un’agente del I distretto, una di quelle che lavorano spesso nei carruggi. Tramite il suo responsabile chiede l’aiuto del reparto Giudiziaria e del reparto Sicurezza (l’Autoreparto) che è interviene con la pattuglia dedicata ai Tso, i trattamenti sanitari obbligatori. Così si presentano lì in forze, temendo che Ishāq possa reagire. Ma non succede. L’etiope sta lì, come sempre, col suo piumino lercio, i capelli incolti che sembrano un cespuglio di rovi, verosimilmente divorato dai parassiti, maleodorante per i noti motivi. Col suo sguardo cerca di non incrociare quelli degli agenti. Capisce quello che gli dicono, ma si limita a rispondere con un “sì” o “no” della testa. Gli agenti capiscono una volta di più che ha disturbi psichici e che è sempre più magro e debilitato. Chiamano un’ambulanza e lo trasportano in ospedale.

Gli uomini della polizia locale decidono di tentare un trattamento sanitario obbligatorio, come per altro già tentato invano dalla polizia di Stato nell’agosto 2018 (tso non convalidato in sede di pronto soccorso), sperando così che il sistema sanitario se ne faccia carico prestandogli le cure che qualsiasi essere umano dotato buonsenso e un briciolo di umanità non può non capire necessarie. Pensano sia necessaria una visita sia psichiatrica sia fisica. Alle 15, quindi, Ishāq arriva in ambulanza al Galliera.
Mentre i militi attendono con lui le visite, gli agenti si mettono a cercare una struttura per una sistemazione anche temporanea, che possa accoglierlo e fornirgli la possibilità di avere una pulizia personale nonché indumenti puliti ed eventualmente un supporto sanitario e psicologico. Tramite la Caritas ne trovano una a San Fruttuoso.

Sono passate due ore e mezza quando, alle 17:30, il medico dell’Spdc (Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura) si manifesta per la visita psichiatrica. Ishāq tiene l’atteggiamento di sempre, non comunica, non guarda negli occhi. In una manciata di minuti il medico decide che l’uomo “non è pericoloso per se stesso o per gli altri”, requisiti necessari per il tso e Ishāq, sempre scortato dagli agenti della Giudiziaria, finisce di nuovo nella sala d’aspetto del pronto soccorso, in codice verde, il più basso dopo quello bianco. Passata un’altra oretta e mezza, che l’uomo trascorre sempre seduto sulla stessa sedia, arrivano le dimissioni con una diagnosi di “Sindrome da Vagabondaggio” e successiva dimissione a domicilio (quello che non ha). Nessuno lo ha visitato per verificarne le condizioni di salute. Come si possono escludere patologie psichiatriche non aggressive e fisiche?

Ishāq viene portato in questura per l’identificazione. Non è certo l’emergenza, a fronte delle condizioni dell’uomo, ma è un passaggio obbligato.
Quindi gli agenti lo accompagnano nella struttura precedentemente identificata mentre speravano si giungesse a una terapia psichiatrica e, soprattutto, in una visita e terapie fisiche mai arrivate. E lì lo lasciano, sperando che gli addetti si occupino di lui. Ma quando gli addetti gli chiedono di andare a fare la doccia, Ishāq assorto nel suo mondo parallelo, rimane inerte, guardando nel vuoto. È chiaro che una persona così non è autosufficiente. Gli addetti decidono che le sue condizioni igieniche non sono compatibili con la struttura e chiamano un’ambulanza che lo porterà al San Martino alle 23:15. Alle 8 del mattino non è stato visitato e non c’è più. S’è allontanato volontariamente, dicono all’ospedale. Probabilmente dopo ore di attesa. Nel pomeriggio ricompare in vico Durazzo, arrivato non si sa come. Lì riprende la sua postazione, in piedi, immobile, a guardare nel vuoto, a farsela addosso nei vestiti. A lottare con i suoi problemi fisici e i parassiti e soprattutto col male che ha dentro e che gli rode l’anima e il cervello. La sanità ha rifiutato di prenderlo in carico in ben due pronto soccorso, la struttura ha rifiutato di prenderlo in carico, i servizi sociali, evidentemente, non se ne fanno carico perché il suo è un caso noto da tempo: le relazioni della polizia locale sono state ripetute. Gli agenti sanno adesso che non c’è strada. Che nessuno si è voluto prendere in carico di Ishāq, che il massimo che potranno fare è farlo spostare ogni tanto per agevolare gli operatori Amiu che devono pulire fino a quando, un giorno, una delle sue malattie prenderà il sopravvento su di lui o se lo porterà via per sempre una polmonite invernale.

E allora non chiediamoci perché i clochard affetti da malattie fisiche e mentali (altro discorso sono i punkabbestia, i violenti, i tossicodipendenti) restano per strada abbandonati, in condizioni igieniche terrificanti. Non scandalizziamoci con ipocrisia se gli agenti eleveranno sanzioni che sono obbligati a fare perché è il loro dovere, imposto da tre consigli comunali di maggioranza di sinistra e di destra. Il problema non è la sanzione, è che persone sole e malate vengono completamente abbandonate a se stesse da questo stato e da questa città che è tanto brava a scandalizzarsi delle apparenze, che costruisce castelli di campagne elettorali a destra e a sinistra sulle bazzecole, ma non sfiora nemmeno i problemi reali, che si nutre di superficialità e slogan sui social dove posta cagnolini e gattini, ma se ne frega se nella vita reale c’è gente che sta per strada in condizioni disumane e critiche sotto il profilo sanitario. Società sepolcro imbiancato.


Ci si chiede perché i gesuiti della Comunità di San Marcellino, che – essendo “specialisti” dell’assistenza ai senza fissa dimora da decenni – non potevano non sapere che le sanzioni esistono dal 2011, votate dal centrodestra e dal centrosinistra, abbiano lasciato montare a certa politica una polemica sul nulla invece di rivelare all’opinione pubblica che ci sono casi terrificanti come quelli di Ishāq e non sono pochi. Perché non dicono che le regole dell’ospitalità notturna, compresa la loro, sono così restrittive (ingresso alle 19, uscita alle 7, niente cani, escluso chi beve vino) che le strutture finiscono per essere frequentate da nemmeno un 10% dei clochard?
Lo ripetiamo, la sanzione ai clochard è una misura inutile e idiota: che se ne diano uno o mille è lo stesso, mai nessuno l’ha mai pagata né la pagherà. Se il centrosinistra vuole abolirla spieghi perché ha cambiato idea rispetto al 2011 e al 2013 quando l’ha proposta e votata. Il centrodestra che governa Comune e Regione spieghi perché non viene prevista assistenza sanitaria per persone come Ishāq, malate, inconsapevoli, inoffensive e sole. Perché vengono lasciate a soffrire e morire per strada. Non occorre nemmeno rivolgersi ai principi della morale cattolica che ora vanno tanto di moda, basta avere una coscienza, anche laica.

Nel frattempo, dopo aver lasciato sparare a zero chiunque sui social e sui giornali per una settimana sull’incolpevole polizia locale senza sentire l’esigenza di precisare, i gesuiti di San Marcellino hanno finalmente puntualizzato, con calma, coi loro tempi, che per le sanzioni ai clochard non sono responsabilità dei cantunè. Sfugge perché si siano accorti solo ora delle sanzioni e perché per 7 anni le abbiano ignorate. Nel loro post parlano di dignità e giustizia sociale. Se vogliono dimostrare di non usare belle parole solo per riempirsi la bocca e far scena sui social, si occupino subito anche loro della storia di Ishāq, il più indignitoso e ingiusto esempio di disumanità a Genova nel 2019.

Si muova l’assessore regionale alla Sanità Sonia Viale, si muova l’assessore comunale ai servizi sociali Francesca Fassio. Se non lo faranno, saremo qui a dare conto ogni settimana del fatto che nulla stanno facendo – come fino ad ora nulla hanno fatto – per risolvere i problemi igienicosanitari di un uomo malato e di tutti quelli che come lui sono in quelle condizioni, lasciandoli in balia delle patologie fisiche e mentali ad aspettare (probabilmente non molto) la morte in strada. Non ci si trinceri dietro il “rispetto della scelta del clochard”: Ishāq è chiaramente affetto da patologie mentali, non è in grado di scegliere, non è in grado di curarsi. Se non si può fare un tso, si può fare un aso, accertamento sanitario obbligatorio, una procedura legale, valida in tutta Italia, che consiste nel visitare un paziente con problemi psichici critici che non collabori.

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