Arte contemporanea, torna in via Assarotti il manifesto-denuncia di Cage
Chi ha paura dell’arte contemporanea?
poster 6 m. x 3 m.
Genova, Via Assarotti
19 marzo – 4 aprile 2019

La campagna fu lanciata nel luglio 2018 con un manifesto “giallo fosfo” in via Assarotti. Che ora torna nello stesso posto, ma in nero. “Chi ha paura dell’arte contemporanea?”: è l’ormai noto messaggio di Cage, il Coordinamento artisti genovesi. Che ricorda anche che “Tutta l’arte è stata contemporanea” e se non lo fosse stata non avremmo avuto né Michelangelo né Raffaello, né Rubens né Picasso. E via così. A luglio ci fu, in contempoanea, anche una mostra alla Galleria Entr’Acte, curata da Sandro Ricaldone e Giuliano Galletta.
Al centro della polemica la gestione comunale di Villa Croce, un tempo secondo museo di arte contemporanea in Italia, poi, dopo una lunga decadenza e alterne vicende (compresa una festa di tifosi nel palazzo e nel parco e un socio che usava la pagina Facebook per messaggi a dir poco sconvenienti) , chiusa, con la società di gestione in liquidazione dopo le intemperanze (anche economiche) del nuovo socio Simone Sangalli che, con la sua organizzazione “Monumentum”, ha lasciato dietro di sé una lunga serie di conti per ora non pagati e manifestazioni abortite, dai concerti alle mostre erotiche, culminata a Capodanno con una crociera disdetta all’ultimo minuto ma per la quale mai alcuna nave era stata noleggiata.
Ora l’assessore comunale Barbara Grosso ha annunciato la riapertura ad aprile con gestione diretta, forse con una mostra di arte contemporanea, legata all’ambiente. La biblioteca sarà aperta come luogo di studio per i ragazzi. Il parco è stato ripulito, la collezione riallestita dalla curatrice Francesca Serrati, tornata in forze. Ma chi conosce questo particolare settore dell’arte sa che un museo di arte contemporanea non fa visite con la propria collezione, è e deve essere in continua evoluzione. Altrimenti non funziona. Portare avanti la cosa senza il mondo dell’arte contemporanea, come avviene in ogni museo di arte contemporanea, non potrà essere che una missione fallimentare.
Intanto, il 25 marzo, si terrà la seconda riunione di “Fare Cultura. Idee e azioni sul futuro dei musei genovesi”, un <percorso di ascolto e di condivisione delle strategie per una migliore e più efficace gestione della cultura a Genova>. Dopo il primo appuntamento dove è stata tracciata la radiografia del presente, nel secondo chi vorrà aderire inizierà a trattare temi specifici a partire dai musei genovesi. A partire propio da Villa Croce, oltre che dai musei di Strada Nuova. L’iniziativa è di Genova e più (Caterina Gualco e Paola Nizzoli), Cristina Lodi, Emanuele Piccardo/plug_in, Camilla Ponzano/Riprendiamoci Genova, Carlotta Pezzolo/Chan, Luigi Mandraccio.

Pubblichiamo qui, rubandolo a “La Città”, giornale di società civile diretto da Luca Borzani (n. 8, 2019), un interessante articolo di Sandro Ricaldone.
ARTE BENE COMUNE?
Il caso di Villa Croce
di Sandro Ricaldone
È una categoria antica quella dei beni comuni: al diritto romano che li identificava come quaedam enim naturali iure communia sunt omnium, cioè quelle cose che per diritto naturale sono comuni a tutti: l’aria, l’acqua corrente, il mare, le spiagge. Di lì muove una vicenda che, ai giorni nostri ha visto crescere un dibattito serrato tra chi, come Garrett Hardin, ha messo in luce il pericolo insito nell’utilizzo non regolamentato dei beni comuni, paventando che si trasformi in una sorta di “tragedia”, e chi invece, come Elinor Ostrom, premio Nobel 2009, ha tentato di individuare le modalità praticabili di una governance che ne assicuri una ordinata fruizione.
Parallelamente, anche come baluardo contro la tendenza liberista alla privatizzazione di ogni tipo di risorsa passibile di sfruttamento economico, è venuto sempre più estendendosi l’ambito delle categorie ascritte alla tipologia dei “beni comuni”, affiancando ai natural commons i knowledge commons che, nelle formulazioni più radicali includerebbero, tout court, il sapere.
Secondo questa impostazione generalizzante, l’arte potrebbe senz’altro essere classificata, idealmente, come un bene comune. Nella realtà la situazione è meno lineare. Urta anzitutto con la circostanza che dell’arte non esiste alcuna definizione condivisa e che ad essa non può essere riconosciuta una qualità intrinseca (di fatto molti oggetti possono essere considerati artistici in un determinato contesto e semplici suppellettili in altri). E si scontra poi con il fatto che, in concreto (sia storicamente, con il mecenatismo delle élites politiche, finanziarie ed ecclesiastiche, che nella situazione attuale), i beni artistici sono stati e sono soggetti ad un regime proprietario nel quale la dimensione pubblica e quella privatistica si affiancano in un insieme complesso e sfaccettato.
Al di là delle questioni teoriche e giuridiche, è comunque indubbio che la produzione artistica rivesta un interesse sociale primario estremamente elevato, sia sotto l’aspetto “patrimoniale” che sotto quello della creazione. Interesse che trova affermazione in una serie di documenti e accordi internazionali, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti umani adottata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nella quale, all’articolo 27 si stabilisce che “ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici”, sino alla Convenzione quadro Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società (2005) in cui viene espressamente riconosciuta la funzione della “comunità di eredità” costituita da “un insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici dell’eredità culturale, e che desidera, nel quadro di un’azione pubblica, sostenerli e trasmetterli alle generazioni future”.
Le modalità attraverso cui questa funzione può essere esercitata, restano peraltro alquanto nebulose, mentre del tutto frammentaria, quando non addirittura pressoché inesistente, nel caso della nostra città, risulta invece la tutela o, per meglio dire, la promozione della creazione artistica contemporanea.
Significativa si presenta, al riguardo, la vicenda del Museo di Villa Croce – inaugurato, dopo una lunga gestazione, nel 1985 – la cui attività, già in crisi per la carenza di finanziamenti, ha subito all’inizio del 2018 una brusca cesura. La rilevante diminuzione del numero di visitatori riscontrata nell’ultimo periodo, anziché dar luogo ad un meditato progetto di rilancio, è divenuta pretesto per la chiusura del museo, che ora si intende riaprire, dopo un anno, con l’esposizione, statica, della collezione permanente, eliminando di fatto le mostre temporanee, che ovunque nel mondo costituiscono perno essenziale dei compiti di aggiornamento e di ricerca.
Ciò è grave, perché l’attrattività di una città dipende in maniera non secondaria dall’offerta culturale che è in grado di proporre: e che Genova, in questo campo, sia scesa di parecchio nelle apposite classifiche è un fatto e non un’opinione. Grave, poi, non solo per le ricadute negative sulla città, sempre più anziana, da cui i giovani sono costretti ad allontanarsi per trovare lavoro, bensì perché, come rileva Martha Nussbaum, “i cittadini non possono relazionarsi bene alla complessità del mondo che li circonda soltanto grazie alla logica e al sapere fattuale”. L’immaginazione è uno dei motori dell’innovazione e l’accostarsi alle arti contemporanee, visive, letterarie, musicali, poetiche, performative, non solo stimola l’apertura mentale, ma promuove il confronto di opinioni, genera nuovi ambienti e rapporti trasversali, apre orizzonti: tutto il contrario dell’immobilismo di chi si crogiola nelle glorie del passato e dimentica che se possiamo vantare un patrimonio leggendario è perché qualcuno, operando nel proprio tempo, l’ha costituito. Anche a noi incombe il dovere di formare un patrimonio per le generazioni future, il più possibile all’altezza dei nostri predecessori, i quali non si guardavano alle spalle ma si rivolgevano, per decorare i loro palazzi e plasmare le proprie raccolte, agli artisti loro contemporanei, ai Rubens, ai Van Dyck, agli Strozzi. Proprio dal nostro passato ci viene, quindi, l’imperativo di occuparci del presente e, in proiezione, del futuro. Smettiamo di aver paura dell’arte contemporanea: tutta l’arte è stata contemporanea. Guardiamoci intorno, guardiamo in avanti. Da scoprire c’è tanto.


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