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Salvo Riina e Bruno Vespa. Una tempesta mediatica sconfessata dai politici

Premetto che ieri sera non ho assistito volutamente all’intervista di Bruno Vespa a Salvo Riina, figlio di Totò Riina, il capo dei capi mafiosi, e non per non contribuire ad alzare lo share del programma, come ha fatto, con rare capacità di calcolo, la presidente della commissione antimafia Rosy Bindi. Talvolta il troppo clamore mediatico mi toglie persino la curiosità di assistere a talune trasmissioni, come del resto diffido spesso dei romanzi troppo incensati dalla critica. Così stamattina mi sono avventurato, nel mio solito giro digitatorio, sulle pagine twitter dei protagonisti della mia cronaca quotidiana. Pensavo che un po’ di gente avrebbe rivolto i suoi strali verso Bruno Vespa e la Rai che ha permesso la messa in onda dell’intervista. Invece ho raccolto la miseria di quattro cinguettii da parte di appena tre utenti. Strano comportamento nel mondo dei social, che al contrario, diversamente dai miei soliti noti si era scatenato.  Allora, come Rosy Bindi, di malavoglia sono andato a riguardarmi l’intervista in streaming sui canali Rai. E, subito dopo, tutta la genesi della polemica con tanto di dichiarazioni pre e post intervista. Cominciando dalla stessa Bindi che, dopo aver cercato inutilmente di non far mandare in onda l’intervista e aver convocato per l’indomani una audizione urgente del presidente della Rai Monica Maggioni e del Direttore Generale Antonio Campo Dall’Orto, marchia Porta a Porta come il salotto della mafia e la trasmissione come un’ operazione di negazionismo della mafia. Protestano anche la sorella di Giovanni Falcone e il fratello di Paolo Borsellino. Pierluigi Bersani, che doveva intervenire dopo l’intervista, da’ forfait in segno di protesta. Ma puntualmente la trasmissione di Vespa va in onda, difesa a spada tratta dalla direzione Rai dietro al vessillo del diritto all’informazione, e questo nonostante i sindacati dei giornalisti Rai critichino pesantemente l’azienda. Solo Fabrizio Cicchitto appoggia la versione della direzione della Rai: “Non si capisce quale negazionismo ci sia nell’intervista a Porta a Porta. L’intervista non è una esaltazione , ma anzi, è uno strumento per approfondire l’analisi di un fenomeno”. Insomma nessuno fino a quel momento ha visto ne’ ascoltato nulla, ma tutti si sono preoccupati di avere una posizione di principio inattaccabile. Come se il servizio televisivo, ancorché pubblico, fosse come lo stato che con i mafiosi non deve scendere a compromessi.  E come se la vicenda dell’attenuazione del 41 bis da parte del defunto guardasigilli Giovanni Conso nel ’93, ad un anno dalla tragedia di Capaci, e dopo le strategie stragiste da parte della mafia, fosse mai stata definitivamente chiarita eliminando tutti i sospetti di una trattativa tra Stato e criminalità.
Questo l’antefatto dell’intervista rilasciata da Giuseppe Salvatore Riina, 39 anni, mafioso, condannato a 8 anni e 10 mesi, pena scontata e inviato per soggiorno obbligato a Padova dopo la scarcerazione.
E scatta la febbre anche nei nostri tre personaggi liguri. Unica politica a twittare contro la trasmissione di Bruno Vespa e’ Renata Briano europarlamentare del Pd: “siamo per un paese libero dalle mafie. Non siamo un paese che fa spettacolo con le mafie”. A cui si aggiungono Don Valentino Porcile che incita: “Stasera boicotto volentieri Porta a Porta e invito a fare altrettanto” e Manuela Arata, l’ex presidente del Festival della Scienza, anche lei di aria Pd. La Arata attacca “Fuori Bruno Vespa dalla Rai. Chi è d’accordo condivida. Grazie” e poi affonda “Se la Rai e’ libera di invitare i figli dei mafiosi noi dobbiamo essere liberi di non pagare il canone”. Stupisce il silenzio diffuso, per esempio, da parte di Alice Salvatore, candidato presidente della Regione per i 5 stelle che appena qualche settimana fa aveva organizzato a Genova un’ assemblea pubblica proprio sull’insinuarsi della mafia. Ma nemmeno l’attuale guardasigilli Andrea Orlando vuole prendere parte alla polemica e questo nonostante a livello nazionale i toni siano veramente decollati. E neppure il ministro della difesa Roberta Pinotti, tornata nello spazio di sole 48 ore ad essere prodiga di foto e cinguettii sulla sua pagina personale, si arrischia nel pantano tra libertà di informazione e opportunità di un’intervista al figlio di un mafioso. E non un mafioso qualunque, il capo dei capi, con almeno un centinaio di vittime sulla coscienza.
Niente di niente solo quattro cinguettii. Ma dopo la protesta anti-Vespa nulla. Sui contenuti della trasmissione niente.
Dicevo che ho visto anche io l’intervista e a mio parere tanto allarmismo non sarebbe servito. A meno che i nostri  politici non giudichino i telespettatori alla stregua di fessi incapaci di avere ancora qualsiasi capacità critica nei confronti di quanto viene detto in qualunque talk show. E posso capire che forse sia per loro una inconfessabile illusione ma non è così. Ieri sera Salvo Riina ha fatto la figura del mafioso, ancora affiliato. Con messaggi chiari nei confronti dei pentiti di mafia. Un criminale che ha negato l’esistenza della mafia e non ha avuto alcuna parola di pentimento ne’ per le stragi organizzate dal padre ne’ nei confronti delle vittime. E credo che sia stato impossibile per chiunque avere per Riina sentimenti di condivisione anche quando parlava del sul rapporti familiari con il papà.
Al contrario ci ha dimostrato come possa essere stato crescere nella famiglia del boss dei boss e quanto la cultura mafiosa possa trasformarsi in un completo plagio nei confronti di un bambino che cresce fino a diventare uomo a contatto con l’omertà e l’educazione degli uomini d’onore. Il che deforma la sua capacità di giudizio. E non capisco visto che in questo periodo si è parlato tanto, nei talk show televisivi, di capacità di conoscenza del modo di intendere e agire dei terroristi che cosa ci sia di tanto sconvolgente nel portare lo spettatore il modo di ragionare di un mafioso. Per capire come anche per la mafia esista una cultura a cui i giovani vengono avviati e che maturano crescendo. Non a caso Don Ciotti, dopo aver assistito alla trasmissione, ha messo in guardia “Riina ha usato codici mafiosi riferendosi ai pentiti che stanno collaborando con la giustizia ed è un segnale che dobbiamo cogliere”. Mentre la Maggioni in commissione antimafia ha dovuto ammettere “Quel racconto ha dall’inizio alla fine moltissime cose che lo rendono insopportabile. Prima di tutto non rinnega il padre e da’ dall’inizio alla fine una intervista da mafioso”. Poi si è dissociata dal contenuto dell’intervista e dal modo in cui è stata condotta. Mentre Rosy Bindi e’ andata oltre ipotizzando che il perimetro delle domande fosse stato tracciato dall’editore del libro sulla vita di Giuseppe Salvatore Riina.
Supponevo potesse esserci, nel pomeriggio, un altro diluvio di tweet. Invece nulla. Del resto non è la prima volta che i miei sorvegliati speciali mi deludono. Per esempio sull’ultimo scandalo di Trivellopoli, su cui i social sono andati a nozze, ho cercato e ricercato, soprattutto in casa Pd, qualche cinguettio. Pero’ a parte l’aggressività della pentestellata Alice Salvatore non ho trovato nulla. Nemmeno Sergio Cofferati, altro europarlamentare Pd, solitamente abbastanza aspro nei confronti dei renziani, ha postato la miseria di un cinguettio. Ha preferito lanciarsi sugli evasori di Panama papers, lasciando perdere Tempa rossa, Federica Guidi e Maria Elena Boschi. Stufo probabilmente di sentirsi cucita addosso quell’immagine dell’avvoltoio che si ciba delle disgrazie degli altri che Paita e Regazzoni ogni tanto rispolverano nelle loro pagine. E neanche la sua collega a Bruxelles Renata Briano, solitamente così attenta alle questioni ambientali, e convinta sostenitrice del si’ al referendum del 17 aprile, ha rotto il silenzio. E neppure  lo hanno fatto i rappresentanti della minoranza Pd in consiglio regionale. Silenzio completo, insomma, su due vicende che hanno fatto scatenare i frequentatori del mondo social. Come se il salotto dei nostri politici fosse limitato esclusivamente a comunicati stampa per supporter che vogliano prima o poi incocciare nel loro volto sugli schermi Tv o siano assetati del riepilogo delle loro attività sulle newsletter.
E visto che di mafia stiamo parlando voglio esternare qualche merito al deputato del Pd Mario Tullo primo firmatario insieme ai colleghi Lorenzo Basso e Mara Carrocci di una interrogazione al ministro dell’Interno e a quello della Giustizia.
L’interrogazione riguarda gli immobili confiscati alla mafia nel 2009 a Genova nel corso dell’operazione “Terra di nessuno”. Si trattò della più grande confisca nel nord Italia di beni della criminalità organizzata. L’operazione portò alla confisca, confermata dalla corte di Cassazione nel febbraio di due anni fa, di oltre cento immobili della famiglia Canfarotta, locali destinati allo sfruttamento della prostituzione vero core business dell’attività criminale dei Canfarotta. Immobili ubicati prevalentemente nel centro storico, alla Maddalena, ma anche a Sampierdarena,  Coronata, in Valle Sturla, Cornigliano, Rivarolo, San Martino.
A sei anni dalla operazione lo stato degli immobili e’ critico. Si tratta di appartamenti di medie e piccole dimensioni, magazzini e locali a piano strada che necessitano di urgenti interventi di ristrutturazione. Il Comune ha svolto perizie e mappature ma risultano ancora alcune proprietà confiscate occupate dalle prostitute e dagli imputati in attesa di processo. Le spese per l’ordinaria amministrazione dal 2009 al 2014 sono state coperte dall’amministrazione giudiziaria. A sei anni di distanza però non è ancora stata destinata la disponibilità degli alloggi. Spiega Tullo <Attualmente buona parte degli immobili in questione sono in gestione dell’ ANBSC (Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata) che in base alla normativa vigente ne disporrà la destinazione per finalità e istituzioni sociali. Ad oggi il nucleo di supporto presso la Prefettura risulta formalmente attivo, ma non è mai stato praticamente convocato nonostante le ripetute pressioni da parte dell’ assessorato legalità e diritti del comune di Genova>.  Tutto questo nonostante i cittadini e le principali realtà associative operanti nel territorio della Maddalena si siano riunite nel cantiere per la legalità attraverso il quale sono state avanzate proposte concrete per l’utilizzo degli immobili. Ma al momento il nucleo di supporto presso la Prefettura non si è mai riunito. E per questo Tullo chiede l’intervento dei due ministeri. Al fine di sollecitare almeno la prima riunione.
E allora mi sembra che, ove si voglia criminalizzare Vespa per aver offerto il fianco, fornendo una platea facile ad un mafioso, occorra anche prendere le distanze da alcune espressioni dello Stato, impegnato nella lotta alla mafia, che una volta passata l’emergenza,  forniscono un’immagine contraddittoria e di incapacità che di fatto finisce per delegittimare l’antimafia. Con una presidente della commissione parlamentare che, al di là di bacchettare il conduttore di Rai Uno, qualche tempo fa veniva presentata da Giuseppe Sottile, su “Il Foglio”, come la presidente del circolo Pickwick di palazzo San Macuto. Perché oltre alla giornata celebrativa del 21 marzo, nel nostro paese non si fa molto per contrastare la cultura mafiosa. Ieri sera, attraverso la trasmissione di Bruno Vespa, per la prima volta, da abitante della Liguria, ho avuto la possibilità di capire che cosa possa essere e quale sia il potere della cultura mafiosa. E, nonostante il grande senso di condivisione che io posso dimostrare ai familiari delle vittime di mafia, le loro partecipazioni televisive non sono la stessa cosa. Nel senso che non offrono la stessa possibilità di prendere le distanze attraverso una maggiore consapevolezza di come nasca e cresca la cultura mafiosa. E ogni tanto, al di là delle dichiarazioni di principio, occorre avere il coraggio di rischiare andando contro corrente.
Il Max Turbatore

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