Dieci motivi per cui conviene vedere la mostra “Al margine delle macerie”
di Luca Giannini
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Per una serie di fortunate coincidenze ho amici che da qualche tempo mi fanno riflettere su svariate cose. Con uno di questi mi è capitato di discutere sul fatto che il termine “ospite” in italiano indica sia chi ospita sia chi è ospitato. Grandezza dell’italiano, ho pensato quando ho visto “Al margine delle macerie”, la mostra che per tutto il mese di aprile occuperà il bellissimo Spazio Lomellini 17.
Ernesto Romero Bayter e Ruben Esposito affrontano la nuvola semantica migrazione-accoglienza-extracomunitario-identità-straniero-patria-confine-comunità-visibile/invisibile-legale/illegale-rifiuto-silenzio-altro-da-sé-estraneità/appartenenza. Ernesto Romero Bayter ritrae migranti, Ruben Esposito esplora il mondo di chi è qui. Migranti e residenti nello stesso spazio, vicini. Ma senza che i loro sguardi si incrocino, senza un gesto, una risposta.
- Nei dipinti di Ernesto Romero Bayter, il luccichio delle coperte termiche che coprono le spalle di alcune delle persone ritratte è reso con l’utilizzo della foglia d’oro. Fino a sei o sette secoli fa nella pittura italiana ci si faceva il fondo oro. Aggiungeteci la fissità delle pose, ed ecco la trasfigurazione: i migranti sono tutte madonne.
- Ma Ernesto è un accademico previdente. Sa che quella luce verrà riassorbita. I colori si stancheranno di squillare. Si formerà un patina, la patina dell’identità. Quella di Ernesto è una pittura di speranza.
- Ruben Esposito sa che nessuno risponde. E nel suo lavoro dà forma a questo silenzio.
- Ruben mastica materia; è un batterio mangia-molecole. Arrugginisce, scava, rovina. D’altra parte, pensa, gli elementi puri esistono solo nella tavola periodica. La realtà no: la realtà è un altro paio di balle, ricorda Ruben.
- Quindi Ruben prende una tecnica inventata per le superfici (lo stucco marmo) e ci avvolge i suoi scheletri. Li ammanta. Manto. Coperta termica. Sta rivelando una somiglianza profonda tra migranti e già arrivati da qualche secolo. Ricordarselo non sarebbe poi così male.
- Ruben non ritrae persone; qui lavora su tipologie. Ai soggetti di Ernesto l’identità è stata tolta; quelli di Ruben non ce l’hanno.
- “We’re refugees, walking away from the life /That we’ve known and loved / Nothing to do or say, nowhere to stay / Now we are alone. / We’re refugees, carrying all we own / In brown bags, tied up with string / Nothing to think, it doesn’t mean a thing, / But we’ll be happy on our own.” Non so se questa canzone (Refugees) dei Van Der Graaf Generator piaccia al mio amico Diego Curcio, ma a me da matti; e il lavoro di Ernesto e Ruben continua a farmela venire in mente.
- Le comunità, d’accordo. Quella dei cristiani, dei cattolici, dei protestanti, dei battisti e degli anabattisti, degli avventisti, degli ortodossi, dei musulmani, degli sciiti e dei sunniti, i club di caccia e pesca e gli ordini degli architetti, dei notai, dei giornalisti, dei ciclisti, dei musicisti, dei violisti, dei sudisti e dei nordisti, dei conventuali, dei minori e dei maggiori, le massonerie, le confessioni, le unioni europee, arabe, slave, panamericane, di quartiere e di condominio, le associazioni dei biondi, dei ricchi, dei mancini e dei destrorsi, i circoli del tennis, i sindacati dei lavoratori, dei fumatori e dei vegani, degli scultori e dei rocciatori, le fondazioni di astensionisti e interventisti, scissionisti e unionisti, localisti e internazionalisti, idealisti e materialisti, creazionisti ed evoluzionisti, scafisti e surfisti, degli jahidisti, dei linotipisti e dei linotipisti jahidisti. Siamo il Parnaso dello spazio infinitamente divisibile. Siamo Achille e la tartaruga, dunque siamo in buona sostanza fottuti. Una comunità degli umani no?
- Ernesto ci parla di estraneità e straniamento, di persone cui l’identità è stata sottratta, rubata o strappata. Il francese sans-papiers sembra più elegante, ma è assai più realistico del nostro extra-qualcosa. Senza carte, senza documenti. Fate conto che qualcuno riduca in coriandoli tutti i vostri, di documenti.
- Questa mostra è un atto politico in un deserto di gesti. È una fotografia del futuro prossimo, del passato prossimo e del presente prossimo.



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