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La Genova metafisica nel pastiche di Marzari

 

Di Black Giac

Giuseppe Marzari (1900 – 1974) , attore teatrale, capocomico e umorista insieme a Gilberto Govi, Edoardo Firpo e per ragioni diverse, Fabrizio De Andrè, uno degli artisti che meglio hanno saputo valorizzare e proporre la lingua genovese facendola apprezzare a un vasto pubblico.

Occorre fare una premessa importante. La cultura della città e più in generale quella del paese del secondo dopoguerra, per ragioni anche condivisibili, impose la lingua italiana a scapito dei diversi vernacoli che automaticamente vennero percepiti dalle generazioni moderne come superati, antimoderni e nelle estremizzazioni addirittura sintomo di ignoranza.

Tutto questo che non è il tema di questo articolo, relegò poeti e comici che si servivano del dialetto in un confino ideale che era quello della nostalgia. Un processo automatico e comprensibile, laddove la naturale controparte di questi veniva ad essere chi capiva il vernacolo anche nelle sue sfumature e chi aveva il piacere di ascoltarlo. Si alzarono steccati invisibili ma reali e l’attenzione alle operazioni artistiche in questo campo venivano sistematicamente catalogate o nel “nostalgismo” oppure come nel caso di Marzari e Govi in una comicità divertente ma naif rispetto ai modelli che tra i ’50 e ’60 si imponevano con la lingua italiana. Marzari, capocomico di una compagnia che portava il suo nome come garanzia di un prodotto amato e riconosciuto, era diverso da Govi.

 

Se l’autore di Oregina descrisse minuziosamente, con la comicità che gli apparteneva, la piccola e media borghesia genovese, quella dello scagno, della segretaria e della donna di servizio all’interno degli ambienti familiari connotati da un certo agio economico, Marzari esce per strada e ritrova e rappresenta gli ambienti popolari, i mille “campielli” in stile goldoniano della Genova “antica” fotografata nella miriade di personaggi e in mille situazioni della vita quotidiana. Al dramma borghese venato di comicità di “Colpi di timone” o alla mono maniacalità molieriana di “Pignasecca Pignaverde” il lavoro di Marzari esce dal psicologico individuale per l’operazione  di elevare il vernacolo a un pastiche espressionista, dove suoni onomatopeici, assonanze e dissonanze irrompono nell’immaginario rappresentando la minuta realtà dei vicoli come una grande foresta di simboli e suoni, la parola espansa nella sua dimensione originale di lallalismo sino alla deformazione grottesca e colorata con metafore e metonimie che ci trasportano verso il surreale che attraverso la radio, il mezzo con cui Marzari arrivò veramente ovunque, avevano una forza dirompente. Dire che Marzari fa ridere per i suoi coloriti scambi di battute tra popolani e per l’affermazione della maschera di O Scio Ratella è riduttivo, l’uso del genovese per una pittura immaginaria della realtà e per trasportarci in una dimensione quasi metafisica del vivere e dell’esistenza, questo non gli è stato molto riconosciuto.

 

 

Un autore milanese Delio Tessa, (neanche per lui ci sono stati particolari onori anche se recentemente è stato riscoperto per la sua forza poetica nell’uso della lingua vernacolare) di qualche anno più vecchio di Marzari con maggiore drammaticità e impegno poetico si profuse in lavori altrettanto apprezzabili e non molto diversi da quelli che il genovese proponeva guardando verso i trogoli o nelle minuscole piazzette genovesi.

 

 

La famosissima cronaca della partita di calcio si eleva in una surreale battaglia raccontata dallo straniato telecronista, una narrazione dalla potente vis comica ma che non può non ricordare l’altrettanto divertente e dissacrante “A teatro” di Carlo Emilio Gadda ne “La madonna dei filosofi”.

 

 

 

Il danno, quindi, ancora più per Marzari che per Govi è stato l’automatico confinamento anche da parte della critica verso una comicità autoconsolatoria e ghettizzante del vernacolo. Un ghetto che prima o poi dovremo essere capaci di superare per appropriarci di contenuti vivi e innovativi allo stesso tempo.

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