Ex Ilva, il ponte di Urso traballa dopo appena due giorni: la Uil si era fidata della parola del ministro, ora la Uilm tuona: «Basta giocare allo sfascio»

Giovedì la Uil confederale, dopo le semplici rassicurazioni “a voce” del ministro, aveva bollato come «inutile e strumentale» l’occupazione della Prefettura. Cgil e Cisl, insieme a Usb, avevano preteso, invece, le garanzie scritte dei commissari e ora pare che nemmeno quelle bastino. La richiesta di cassa integrazione quasi raddoppiata arrivata la scorsa notte costringe la Uilm a imprimere un’inversione a U rispetto alle posizioni “confidenti” della confederazione
Giovedì, per la UIL Liguria, il caso sembrava già archiviato nel primo pomeriggio: il ministro Adolfo Urso aveva annunciato 41 milioni per tenere gli altiforni in riscaldo e l’acquisto di bramme e coils. Tanto bastava, secondo il segretario generale ligure Riccardo Serri, per definire «inutile e strumentale» l’occupazione della Prefettura da parte dei “cugini”. Per il sindacato, il ponte verso la continuità produttiva era stato annunciato: si poteva smontare il presidio e fidarsi. Nei quattro giorni di protesta, Uil è risultata defilata, con pochi rappresentanti in corteo (gli iscritti nell’acciaieria sono meno di una decina e può essere dipeso anche da quello, ma il primo giorno il rinforzo della confederazione è arrivato solo a tre quarti del corteo), addirittura assente in certi momenti della protesta.

Fiom Cgil, Fim Cisl e Usb (qualche centinaio di iscritti a Cornigliano le prime due, qualche decina la terza), invece, avevano chiesto di vedere le garanzie nero su bianco. I lavoratori avevano lasciato la Prefettura solo dopo l’arrivo di un documento ufficiale dei commissari. Una prudenza che, nel giro di pochi giorni, rischia persino di risultare insufficiente.

Perché la scorsa notte, nottetempo, Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria S.p.A. ha comunicato la richiesta di portare la cassa integrazione straordinaria da 4.450 a un massimo di 8.622 dipendenti: quasi il doppio. A Genova potrebbe coinvolgere 870 lavoratori su 917. Insomma, lo scenario contro cui da lunedì e fino a giovedì i lavoratori hanno lottato con cortei, accampamenti e intrusioni a Palazzo Spinola, Le rassicurazioni scritte sulla continuità produttiva si ritrovano così a fare i conti con un atto che sembra raccontare un’altra storia. Una doccia fredda per la confidente Uil, così confidente da apparire filogovernativa.

La dichiarazione del segretario confederale Serri rischiano di suonare improvvide ancor più di quanto alla restante compagine sindacale lo siano siano sembrate giovedì. Tanto più alla luce della rottura tra le sigle metalmeccaniche emersa anche nella vertenza ex Ilva del dicembre 2025. Dopo aver partecipato alle proteste unitarie, la Uilm prese le distanze dallo sciopero generale proclamato dalla Fiom senza consultazione preventiva. Pochi giorni dopo, il sindacato denunciò un’aggressione ai propri dirigenti e delegati durante un presidio.
Oggi Fabio Carbonaro, responsabile della siderurgia per la Uilm Genova, e Mauro Micheli, rappresentante sindacale unitario del sindacato in ex Ilva, commentano duramente la richiesta dell’azienda di raddoppiare la cassa integrazione: «Basta giocare allo sfascio – tuonano -. È necessario assumere scelte chiare e risolutive. È incredibile la leggerezza con cui il Governo e i commissari, dopo averci notificato con un atto ufficiale del 14 ottobre che gli stabilimenti di Taranto e Genova avrebbero continuato a produrre nei prossimi mesi, prevedendo il richiamo del personale dalla cassa integrazione e annunciando il reperimento all’estero dei quantitativi di bramme d’acciaio e coils necessari a garantire il funzionamento delle aree di laminazione di Taranto e Genova, abbiano comunicato, a tarda notte, un ulteriore aumento della cassa integrazione». E proseguono coi toni usati dalla Fiom nei cortei più duri: «I tre commissari, insieme al ministro Urso, nell’arco di un triennio di gestione che giudichiamo fallimentare, hanno portato la siderurgia sull’orlo del baratro, creando una voragine che rischia di mettere in discussione un asset strategico per il Paese». La Uilm rivendica «la necessità di un vero piano industriale che metta al centro i lavoratori, prevedendo strumenti adeguati per affrontare la fase di transizione, a partire dagli ammortizzatori sociali, dai prepensionamenti e dagli incentivi all’esodo» e aggiunge: «Respingiamo al mittente l’ennesima provocazione. In questa fase transitoria abbiamo bisogno di un Governo che si assuma fino in fondo le proprie responsabilità e garantisca una vera prospettiva industriale».
Carbonaro e Micheli annunciano che lunedì saranno all’assemblea dei lavoratori convocata da Fim Cisl e Fiom Cgil per decidere le prossime iniziative di protesta.
La Uil Liguria di Serri e Uilm genovese sono articolazioni diverse, confederale la prima, di categoria la seconda. Resta comunque difficile da ignorare la distanza tra le due posizioni sotto la stessa sigla: giovedì la protesta era considerata dalla confederazione superflua perché le garanzie erano state annunciate dal ministro, oggi la cassa integrazione moltiplicata per due costringe a tornare a discutere di mobilitazione. Lo fa la Uilm, perché è ai metalmeccanici che brucia la pelle, e sono proprio i metalmeccanici ad essere più interessati alle posizioni sindacai che alle posizioni politiche. Quando la Uilm parla di quella gestione «fallimentare» di «un triennio» in cui «i tre commissari, insieme al ministro Urso» hanno «portato la siderurgia sull’orlo del baratro» dimostra di essere molto molto lontana dalla confidenza della confederazione.
Alla fine, la parola del ministro è arrivata prima, il documento dei commissari dopo e la nuova richiesta di cassa integrazione nel cuore della notte sembra smentire l’una e l’altra cosa. Il ponte per la continuità produttiva, per ora, resta sulla carta. E lunedì i lavoratori, che alla fine erano tanto convinti di superare il Natale con una certa tranquillità da lasciare la prefettura, si ritroveranno davanti ai cancelli per decidere le nuove forme di protesta.
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