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Ex Ilva, la città in corteo con i lavoratori: «Non vogliamo la chiusura della fabbrica»

La richiesta degli operai, usciti dalla fabbrica con i mezzi da lavoro, è quella di ritirare l’annuncio di fermata degli stabilimenti del Nord e di acquistare coils o bramme sul mercato. Con loro Marco Bucci e Silvia Salis, che sollecitano un piano per garantire la continuità produttiva. Inevitabili i disagi per il traffico

I mezzi pesanti utilizzati nello stabilimento in testa al corteo, alle spalle lo striscione rosso con la scritta «Che l’inse…». Poco dopo le 8 i lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano hanno lasciato la fabbrica per raggiungere la Prefettura di Genova. La mobilitazione si svolge nell’ambito dello sciopero di 24 ore proclamato negli stabilimenti del gruppo. Al fianco degli operai e dei sindacati hanno sfilato il presidente della Regione Marco Bucci, la sindaca Silvia Salis, il vicesindaco Alessandro Terrile, i parlamentari liguri Luca Pastorino e Annamaria Furlan, oltre a consiglieri regionali e comunali.

La giornata era cominciata alle 7 davanti alla portineria dello stabilimento, dove i dipendenti si sono riuniti in assemblea accanto ai mezzi di lavoro. Al centro della discussione, le iniziative da intraprendere dopo l’annuncio dei commissari di una fermata temporanea dei siti del Nord entro il 15 novembre. L’assemblea ha deciso di portare la protesta in città con un corteo diretto alla Prefettura. La richiesta ai vertici aziendali e al Governo è di ritirare la comunicazione e garantire la continuità produttiva.

Aprendo l’assemblea, Armando Palombo, coordinatore della rappresentanza sindacale unitaria Fiom di Cornigliano, ha contestato che i lavoratori genovesi debbano pagare le conseguenze delle difficoltà legate a Taranto. «Non possiamo pagare colpe che non sono nostre. Verificheremo se la magistratura chiuderà davvero Taranto, ma Genova può e deve continuare a produrre», ha detto. Per Palombo il “piano B” è procurare coils sul mercato: un’operazione complessa, ma non impossibile. Ha definito «incommentabile» la comunicazione dei commissari e «un delitto industriale» la fermata di un impianto che, secondo i lavoratori, potrebbe continuare a produrre se rifornito.

Il coordinatore della Rsu ha citato anche gli altri stabilimenti del Nord coinvolti nello scenario di fermata — Novi Ligure, Racconigi, Paderno Dugnano, Milano e Porto Marghera — sostenendo che non debbano essere accomunati alla situazione di Taranto. Ha chiesto che la lettera dei commissari venga ritirata e che si prepari un piano per acquistare semilavorati, anche se i tempi di approvvigionamento e qualificazione fossero di uno o più mesi. «I soldi vanno usati per comprare le forniture, non sprecati per mandare altre duemila persone in cassa integrazione tra gli stabilimenti del Nord», ha concluso, avvertendo che lavoratori e territori non possono sostenere un costo sociale ed economico di questa portata.

In corteo, bandiere di Cgil, Cisl, Uil e Usb. Durante il percorso, gli studenti dell’Istituto Gobetti hanno manifestato solidarietà ai lavoratori con uno striscione: «Siamo al fianco dei lavoratori». Gli operai ai ragazzi: «Siete il futuro!».

Il segretario generale della Fiom Cgil di Genova, Stefano Bonazzi, ha chiesto al Governo di intervenire sulla decisione annunciata per il 15 novembre. «Questa mattina i lavoratori ex ilva sono in lotta. A Genova, per dire che non vogliono ammortizzatori sociali ma lavoro, perché gli impianti genovesi se adeguatamente alimentati possono lavorare a pieno regime. La scelta surreale e scellerata di dichiarare lo stop di tutti gli impianti di Acciaierie d’Italia il 15 novembre è inaccettabile! Perché la Corte di cassazione dovrà pronunciarsi dopo il 20 ottobre, ma soprattutto perché nonostante la chiusura dell’area a caldo di Taranto gli impianti del nord possono continuare a lavorare. Il Governo deve fare una cosa semplice: far ritirare la dichiarazione di chiusura degli impianti per il 15 novembre e fare acquisire coils o bramme sul mercato per garantire la continuità produttiva degli impianti a freddo. I lavoratori oggi lottano per questo, per dire basta alla cassa integrazione, perché ciò che serve è il lavoro».

Sulla necessità di sostituire la comunicazione dei commissari con una strategia chiara è intervenuto Alessandro Pagano, segretario della Camera del Lavoro di Genova. «Oggi chiediamo che le dichiarazioni scellerate dei commissari vengano ritirate e sostituite da un piano di strategia chiaro che dia continuità allo stabilimento di Genova. Quella lettera ha colpito ingiustamente e incomprensibilmente attività che hanno mercato e, secondo noi, va anche contro l’interesse complessivo del processo che stanno gestendo, perché in questo modo, utilizzando risorse della cassa integrazione, si fermano degli stabilimenti che invece, solo approvvigionandoli con la materia prima, potrebbero andare avanti. In questa lotta siamo affiancati da tutti quelli che hanno capito cosa sta succedendo e auspichiamo che in giornata ci sia il ritiro di quella lettera e l’annuncio di un’attività di continuità industriale, che è quello che ci si deve aspettare».

«Oggi è l’ennesima giornata di lotta per salvaguardare i posti di lavoro, la siderurgia e l’industria italiana. Servono risposte chiare e concrete, a partire da un piano industriale preciso per lo stabilimento di Genova Cornigliano per garantirne da subito la continuità produttiva. In gioco non ci sono soltanto migliaia di posti di lavoro: la situazione dell’ex Ilva sta decidendo il futuro della siderurgia italiana e dell’autonomia manifatturiera del nostro Paese, sempre più esposto alla dipendenza dalle forniture estere, così come già accade per l’energia, con costi superiori del 30%, e per l’approvvigionamento delle materie prime”. Così il segretario generale Cisl Liguria Luca Maestripieri, il responsabile Cisl Genova Marco Granara e il segretario generale Fim Cisl Liguria Christian Venzano. «Rilanciare la siderurgia significa creare le condizioni per sostenere numerosi settori industriali del nostro Paese – concludono -, rafforzare la filiera produttiva nazionale, generare economia reale e garantire un futuro industriale e occupazionale allo stabilimento di Cornigliano e ai suoi lavoratori».

Tra le istituzioni presenti, Marco Bucci ha ribadito che Genova non vuole la chiusura della fabbrica e ha sostenuto che i suoi impianti realizzano un prodotto richiesto dal mercato. «Il messaggio che arriva da Genova deve essere molto chiaro: non vogliamo la chiusura della fabbrica, che è importante continui a lavorare». Il presidente della Regione ha riferito di aver chiesto al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e al ministro Adolfo Urso di valutare l’acquisto di coils, anche tramite fornitori italiani, per alimentare gli stabilimenti. «Parliamo di uno stabilimento che realizza un prodotto molto richiesto dal mercato e sarebbe assurdo non essere in grado di continuare a produrlo. Nel mondo c’è grande disponibilità di coils e nei giorni scorsi ho chiesto sia al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, sia al ministro Adolfo Urso di prevederne l’acquisto per garantire le forniture ai nostri stabilimenti. È fondamentale avere un progetto che assicuri la continuità produttiva. Non condivido assolutamente l’ipotesi di una chiusura delle fabbriche di Genova e Novi Ligure: sarebbe irrazionale fermare impianti che realizzano prodotti richiesti dal mercato e che possono continuare a essere produttivi. La situazione di Taranto è diversa, anche per le questioni legate alla magistratura, ma questo non deve compromettere il futuro degli altri stabilimenti. Faremo tutto il possibile affinché si possa continuare a lavorare, per l’economia della Liguria e per garantire l’occupazione».

Anche Silvia Salis ha sfilato con i lavoratori, chiedendo che la crisi di Taranto non determini automaticamente l’arresto degli stabilimenti del Nord. La sindaca ritiene che Cornigliano abbia le condizioni per continuare a produrre: il sito è operativo, i suoi prodotti trovano sbocco sul mercato e la materia prima può essere acquistata all’estero. Secondo la sua valutazione, comprare i semilavorati non sarebbe una spesa senza ritorno, perché il materiale verrebbe trasformato nello stabilimento e poi venduto. Ha quindi sollecitato Governo e commissari a distinguere la situazione ligure da quella tarantina e a rivedere la parte della comunicazione che riguarda i siti settentrionali.

La protesta si confronta con la posizione dell’amministrazione straordinaria, che collega la fermata ai vincoli giudiziari e alla dipendenza degli impianti di Genova e Novi Ligure dalle forniture di Taranto. I commissari sostengono inoltre che acquistare coils o bramme sul mercato non sia una soluzione immediata: tra ordine e consegna possono trascorrere mesi e i materiali devono rispettare le specifiche richieste dai clienti. È su tempi, costi e disponibilità dei semilavorati che si concentra lo scontro. Per lavoratori, sindacati e istituzioni liguri, prima di fermare le linee occorre però verificare ogni possibilità di approvvigionamento e definire un piano industriale per mantenerle attive.

La richiesta portata in Prefettura è di ritirare l’annuncio di fermata previsto per il 15 novembre e indicare come alimentare gli impianti del Nord. La vertenza riguarda il futuro occupazionale dei dipendenti, ma anche la tenuta della filiera siderurgica e delle attività industriali collegate. L’obiettivo dei manifestanti è scongiurare che l’incertezza sulle forniture si traduca in un’interruzione della produzione e in un nuovo ricorso alla cassa integrazione.

Quanto alla viabilità, gli aggiornamenti della polizia locale segnalavano alle 8.12 la chiusura al traffico di via Guido Rossa in direzione ponente. Alle 8.23 il corteo era in uscita su piazza Savio, con modifiche alla circolazione nella piazza e in via Cornigliano; cinque minuti dopo procedeva proprio in via Cornigliano verso levante. Via Guido Rossa, in direzione ponente, è stata riaperta alle 8.29. Alle 9.03 è stata invece segnalata la chiusura di via Roma, mentre alle 9.06 il corteo risultava in transito in largo Jursé, diretto verso via Degola.


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