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Ex Ilva, sciopero di 24 ore lunedì 12 ottobre: i sindacati si mobilitano contro la fermata

Cgil, Cisl, Uil chiedono continuità produttiva e un piano industriale per Cornigliano. Al centro della protesta anche il timore che un’interruzione, persino breve, renda difficile riavviare gli impianti

Il mondo sindacale alza il livello della mobilitazione contro la possibile fermata degli stabilimenti ex Ilva. La Federazione italiana metalmeccanici della Cisl (Fim Cisl) Liguria e la Federazione italiana metalmeccanici della Uil (Uilm) Genova hanno proclamato per lunedì 12 ottobre uno sciopero di 24 ore in tutti i siti del gruppo Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria, compreso l’indotto. La richiesta comune è che gli impianti continuino a produrre e che il Governo presenti una prospettiva industriale e occupazionale.

La protesta arriva dopo l’annuncio della fermata temporanea generale degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure entro il 15 novembre, legato alle difficoltà del sito di Taranto. Per la Cgil Genova e Liguria la fabbrica di Cornigliano non deve fermarsi neppure per un minuto: secondo i segretari generali Alessandro Pagano e Maurizio Calà, lo stabilimento dispone di mercato e ordini, ma rischia comunque la chiusura dopo mesi di annunci senza soluzioni concrete. La confederazione avverte che perdere la produzione genovese avrebbe conseguenze per l’occupazione e per l’intera filiera siderurgica italiana.

Anche la Cisl Liguria considera insostenibile l’ipotesi di sospendere l’attività, persino per un mese. Il segretario generale Luca Maestripieri, il responsabile genovese Marco Granara e il segretario generale della Fim Cisl Liguria Christian Venzano segnalano che le condizioni degli impianti e la manutenzione mancata negli anni potrebbero compromettere la ripartenza. Per questo chiedono di evitare decisioni che interrompano la continuità produttiva e si dichiarano pronti alla mobilitazione.

La Uilm Genova e la Uil Liguria contestano soprattutto l’assenza di un piano complessivo. Dopo l’incontro sulla vertenza svoltosi a Palazzo Chigi, i segretari Luigi Pinasco e Riccardo Serri riferiscono che il confronto si sarebbe concentrato sugli ammortizzatori sociali, senza indicare una strada per il ritorno al lavoro in tutti gli stabilimenti. I sindacati avevano chiesto un progetto per la siderurgia che unisse rilancio produttivo, sicurezza, tutela ambientale e garanzie occupazionali, con misure sociali come prepensionamenti, uscite incentivate e riconoscimento dei rischi.

Tra i temi che, secondo la Uil e la Uilm, non avrebbero ricevuto risposta c’è anche l’acquisto di semilavorati necessari a riattivare le linee di finitura a freddo di Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi e degli altri siti. Le due sigle chiedono inoltre che il gruppo resti unito: temono che uno “spezzatino” ne riduca il peso industriale e l’autonomia. La recente ultima colata a Taranto, osservano, rende ancora più urgente chiarire quali attività potranno proseguire a Cornigliano e quali investimenti saranno necessari.

La posizione dei lavoratori genovesi era già stata riassunta dal delegato Fiom Armando Palombo, che aveva indicato come priorità l’arrivo della materia prima per alimentare le linee. Anche la sindaca Silvia Salis aveva sostenuto che lo stabilimento può contare su un mercato attivo e che la richiesta dei lavoratori riguarda la disponibilità di coils per continuare a produrre.

Solidarietà agli operai è arrivata anche dalla Federazione italiana sindacale assicurazione credito (Fisac) Cgil di Genova e Liguria, categoria che rappresenta lavoratrici e lavoratori del settore assicurativo e del credito. La sigla chiede al Governo un progetto di riqualificazione che tenga insieme produttività, lavoro sicuro e dignitoso e tutela ambientale, e invita la città a non considerare la siderurgia un’attività sacrificabile in favore di una trasformazione esclusivamente turistica.

La mobilitazione di lunedì si inserisce in una vertenza che coinvolge lavoratori diretti, indotto e territori. Per i sindacati, la priorità immediata è impedire che gli impianti si fermino; sul medio periodo, chiedono un piano capace di garantire continuità produttiva e occupazione. Senza risposte, avvertono, il rischio è che l’incertezza si trasformi in una chiusura di fatto e in un arretramento definitivo della siderurgia italiana.


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