Ancora un agente aggredito al San Martino, il Sappe: «Riaprire strutture dedicate ai detenuti psichiatrici, così non si può più lavorare»

Un agente della polizia penitenziaria è stato colpito con un pugno al volto durante il piantonamento nel reparto di Psichiatria del San Martino. Per lui cinque giorni di prognosi. Il Sappe denuncia una situazione ormai insostenibile e torna a chiedere strutture specializzate per i detenuti con gravi disturbi psichiatrici

Ancora un’aggressione ai danni di un agente della polizia penitenziaria impegnato in un servizio di piantonamento nel reparto di Psichiatria dell’ospedale San Martino di Genova. L’episodio, avvenuto giovedì scorso, ha visto protagonista, secondo quanto riferito dal Sappe, lo stesso detenuto ricoverato nella struttura sanitaria già coinvolto nei giorni precedenti in altri episodi di violenza contro il personale.

L’agente è stato raggiunto da un pugno al volto. Dopo l’aggressione è stato sottoposto alle cure dei sanitari, ha trascorso la notte in osservazione e ha ricevuto una prognosi di cinque giorni.

La denuncia del Sappe è durissima. Il segretario generale Donato Capece e il segretario regionale della Liguria Vincenzo Tristaino parlano di una situazione ormai non più sostenibile e chiedono una soluzione definitiva per la gestione di casi di particolare complessità psichiatrica.
«Così non si può più lavorare», affermano Capece e Tristaino, sottolineando come, a loro giudizio, sia inaccettabile che lo stesso detenuto possa rendersi protagonista di aggressioni ripetute senza che venga individuato un percorso capace di tutelare sia il personale sia la persona ricoverata.
Il sindacato punta il dito anche contro il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria di Torino, competente anche per la Liguria, accusandolo di non avere fornito risposte ritenute adeguate alla gravità del problema.
Per il Sappe, quanto accaduto al San Martino è il riflesso di una criticità più ampia legata alla gestione dei detenuti affetti da gravi patologie psichiatriche. Il sindacato torna infatti a contestare l’attuale assetto nato dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari e sostiene che le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza non siano state in grado di assorbire tutte le situazioni più complesse.
Secondo i segretari, il risultato sarebbe uno scarico progressivo delle emergenze psichiatriche sulle carceri e sul personale della polizia penitenziaria, chiamato a confrontarsi con situazioni che richiederebbero competenze e strutture sanitarie altamente specialistiche.
«La polizia penitenziaria non è composta da medici o infermieri e non può essere lasciata sola a gestire persone con gravi disturbi mentali», è la posizione espressa dal sindacato.
Il Sappe denuncia un quadro fatto, a suo giudizio, di aggressioni ripetute, devastazioni e continue situazioni di emergenza che metterebbero a rischio non soltanto gli operatori, ma anche gli stessi detenuti bisognosi di cure adeguate.
Da qui la richiesta di un cambio radicale di impostazione. Il sindacato invoca strutture dedicate, personale sanitario specializzato e un circuito realmente adatto alla gestione dei detenuti con patologie psichiatriche gravi.
Per Donato Capece e Vincenzo Tristaino, continuare a gestire queste situazioni senza strumenti specifici significa lasciare il personale dello Stato esposto a rischi sempre maggiori.
L’appello viene rivolto direttamente al ministro della Giustizia e ai vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.
Il Sappe chiede interventi immediati, più sicurezza negli istituti e nei servizi di piantonamento e soprattutto una revisione del sistema di presa in carico dei detenuti con gravi disturbi psichiatrici.
«I nostri poliziotti non sono carne da macello», concludono Capece e Tristaino, chiedendo rispetto, tutela e strumenti adeguati per lavorare in condizioni di sicurezza.
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