Una casa per ripartire dopo il carcere: ok unanime alla mozione per l’housing sociale dedicato alle detenute

Il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità la proposta del Pd (primo firmatario Enrico Vassallo) per attivare un progetto di accoglienza abitativa temporanea rivolto a detenute ed ex detenute in uscita dalla casa circondariale femminile di Pontedecimo, con percorsi di accompagnamento all’autonomia, utilizzo di spazi comunali e ricerca di fondi dedicati

La discussione in aula si è chiusa con un voto unanime e con un messaggio: il reinserimento non può restare una formula di principio, deve tradursi in strumenti concreti, a partire da un tetto sopra la testa. È questo il cuore della mozione “Progetto comunale di housing sociale per detenute ed ex detenute del carcere di Pontedecimo, proposta di attivazione”, presentata dal gruppo Partito Democratico e approvata oggi dal Consiglio comunale, dopo l’accoglimento di tre emendamenti, uno proposto dallo stesso primo firmatario Enrico Vassallo e due depositati dalla consigliera di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) Francesca Ghio. Alla fine anche il gruppo “Silvia Salis Sindaca” ha chiesto di sottoscrivere l’atto, mentre l’assessore al Patrimonio Davide Patrone ha espresso, a nome della Giunta, parere favorevole prima della votazione.
La mozione impegna sindaca e amministrazione a costruire, insieme alla direzione dell’istituto, all’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna e ai servizi sociali territoriali, un progetto strutturato di accoglienza abitativa temporanea destinata a chi, al termine della pena, non ha una casa o una rete familiare su cui contare. Il testo include anche un secondo bisogno, spesso invisibile ma decisivo: garantire uno spazio idoneo alle detenute non residenti in città che, durante un permesso premio, non dispongono di un luogo dove incontrare figli o familiari. In altre parole, non solo un letto per l’emergenza, ma un punto di appoggio “sicuro” per rimettere insieme i pezzi essenziali della vita quotidiana, relazioni comprese.
Il percorso immaginato non si limita alla dimensione abitativa. L’atto chiede di individuare immobili comunali dismessi o altri spazi idonei da destinare all’accoglienza temporanea, anche attraverso convenzioni con le realtà del terzo settore per la gestione. Accanto alla casa, però, viene indicata la necessità di un accompagnamento personalizzato verso l’autonomia, con supporto sociale, psicologico ed educativo e con un lavoro mirato sull’inserimento professionale, valorizzando percorsi di formazione e collaborazioni con aziende partecipate come l’Azienda multiservizi e d’igiene urbana.
Sul fronte delle risorse, l’impegno politico è quello di cercare e attivare finanziamenti attraverso canali europei come il Fondo sociale europeo plus e programmi collegati al Piano nazionale di ripresa e resilienza, oltre a bandi nazionali e regionali, anche aderendo a reti specializzate come la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora o stipulando convenzioni con il Ministero della Giustizia. Nel testo viene prevista anche una campagna di sensibilizzazione sul tema del reinserimento sociale delle persone detenute, con un focus specifico sulla condizione femminile e sulla funzione educativa della pena, e un meccanismo di trasparenza politica: una relazione annuale alle commissioni consiliari competenti e al Consiglio sugli sviluppi, sugli esiti e sulle prospettive del progetto.
Nella discussione, la cornice richiamata è quella costituzionale: l’articolo 27, che lega la pena alla finalità rieducativa. Ma il dibattito, oltre ai principi, si è misurato con un nodo pragmatico: senza una casa ogni percorso di autonomia rischia di collassare, con ricadute che non riguardano solo chi esce dal carcere ma l’intera comunità. È anche su questo terreno che la mozione punta a spostare la narrazione: non un “premio”, bensì una misura capace di ridurre la marginalità e, di conseguenza, di prevenire la recidiva.
Nel testo presentato in aula viene inoltre richiamato un contesto cittadino già attraversato da esperienze di accoglienza e reinserimento, citando la realtà di Casa Maddalena e altri progetti promossi dal terzo settore, come il sistema di housing accompagnato per la reinclusione e il centro di accoglienza Bethel. Il senso, per i proponenti, è rafforzare questo solco e orientarlo in modo più preciso verso un bisogno specifico, quello delle donne detenute ed ex detenute, spesso segnate da vulnerabilità multiple: fragilità economiche, esperienze di violenza, dipendenze, rotture relazionali, e non di rado la condizione di maternità. Per questo, viene sottolineato, uno spazio abitativo temporaneo può diventare anche il luogo in cui riannodare legami familiari e costruire un rientro “ordinato” nella vita fuori.
«Non stiamo chiedendo scorciatoie e non stiamo parlando di premi: stiamo parlando delle condizioni minime perché una donna possa ripartire davvero dopo la detenzione», è la del consigliere Enrico Vassallo, che lega il progetto a un’idea di transizione accompagnata, capace di mettere a valore il lavoro rieducativo e la rete dei servizi, perché il reinserimento, parole sue, “diventi una possibilità concreta”. Un’impostazione che oggi ha trovato una convergenza rara in aula: maggioranza e opposizioni hanno votato insieme un indirizzo che, adesso, dovrà trasformarsi in atti, spazi, convenzioni e risorse. E, soprattutto, in porte che si aprono davvero.
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