A Palazzo Rosso tornano insieme gli Apostoli di Procaccini. Dal 7 marzo la mostra che, dopo 350 anni, riunisce sei delle dodici tele

Ai Musei di Strada Nuova, in collaborazione con la galleria Goldfinch Fine Arts, Palazzo Rosso presenta “Giulio Cesare Procaccini. Gli Apostoli riuniti”: un’occasione eccezionale che ricompone per la prima volta dopo oltre tre secoli e mezzo le sei tele superstiti della serie commissionata da Giovan Carlo Doria, con due dipinti provenienti da collezioni private esposti al pubblico per la prima volta

Dopo oltre 350 anni, a Genova torna a riunirsi, almeno per metà, un ciclo leggendario: le tele superstiti degli Apostoli dipinti da Giulio Cesare Procaccini per Giovan Carlo Doria, con due opere mai viste dal pubblico. A Palazzo Rosso, nei Musei di Strada Nuova, arriva «Giulio Cesare Procaccini. Gli Apostoli riuniti», un’esposizione che punta dritto al cuore del collezionismo genovese del Seicento e che nasce dalla collaborazione dei Musei di Strada Nuova con Goldfinch Fine Arts, con l’obiettivo di ricomporre eccezionalmente, dopo più di tre secoli e mezzo, le sei tele superstiti della serie dei Dodici apostoli commissionata da Giovan Carlo Doria al pittore emiliano naturalizzato milanese Giulio Cesare Procaccini.
L’appuntamento si concentra sull’avvio del percorso espositivo a Palazzo Rosso e si presenta come un’occasione irripetibile per rivedere riunito un nucleo smembrato dalla storia collezionistica e rimasto, per lunghissimo tempo, disperso tra sedi differenti. I dipinti risalgono al 1622 e già nel 1674, per la suddivisione dei beni fra i discendenti della famiglia, la serie venne smembrata.

La curatela della mostra è affidata a Raffaella Besta, responsabile del Polo Musei d’Arte Antica del Comune di Genova, a Odette D’Albo, autrice con Hugh Brigstocke della monografia sul pittore pubblicata nel 2020, e a Marco Franzone, storico dell’arte cui si deve il ritrovamento dei dipinti con San Pietro e San Bartolomeo, oggi in due diverse collezioni private. Ed è proprio questo il punto di massima eccezionalità dell’operazione: se a Palazzo Rosso sono già conservate quattro tele della serie – San Matteo apostolo, San Paolo apostolo, San Simone (o San Giuda) apostolo, San Tommaso apostolo – l’arrivo in mostra dei due apostoli custoditi in raccolte private permette non solo di aumentare il numero delle opere visibili, ma anche di offrire per la prima volta al pubblico due dipinti finora mai esposti.
«La mostra – spiegano a Goldfinch Fine Arts – si presenta come un’occasione del tutto eccezionale sia perché le opere superstiti del ciclo sono riunite per la prima volta dopo più di tre secoli, sia perché i due dipinti raffiguranti San Pietro e San Bartolomeo non sono mai stati esposti al pubblico: l’auspicio è che, presto o tardi, altre tele di questa serie possano riemergere dall’oblio»
La storia della serie, per come oggi è ricostruibile, è quella tipica delle grandi raccolte aristocratiche del tempo: un insieme compatto, nato per volontà di un committente raffinato e ambizioso, che col passare dei decenni viene frammentato, venduto, spostato, e infine disperso. La serie completa è citata per la prima volta in un inventario di Giovan Carlo Doria, il collezionista per cui Procaccini lavorò fra il 1611 e il 1622; le tele vengono poi menzionate in una lettera del pittore Simon Vouet indirizzata allo stesso Giovan Carlo Doria nel 1621, dove si racconta di averle viste nella casa-bottega di Procaccini nell’area di porta romana. In seguito, i dipinti risultano presenti anche nell’inventario di Agostino Doria del 1644 e in quello del 1674 redatto per la suddivisione dei beni tra i discendenti: è qui che il nucleo inizia a smembrarsi, con un apostolo acquistato da Ottavio Centurione e altri cinque da Cristoforo Centurione Oltremarini; il figlio di quest’ultimo, Pietro Francesco, vende quattro di quelle cinque tele – fra cui il San Matteo – a Giovan Francesco II Brignole-Sale. La presenza delle opere nelle sale di Palazzo Rosso è attestata in età successiva e la loro definitiva confluenza nelle collezioni civiche genovesi arriva grazie alla donazione di Maria Brignole-Sale nel 1874, che segna il passaggio dal destino privato della raccolta a una fruizione pubblica stabile.
Sul piano storico-artistico, la serie degli Apostoli consente di osservare da vicino la cifra di Procaccini in un momento di piena maturità, dentro il clima della cultura figurativa tra Milano e Genova nel primo Seicento. L’identità degli apostoli conservati nel museo comunale è stata ricondotta agli attributi iconografici propri di ciascun santo e, per impianto e ambizione, il ciclo è stato collegato a modelli illustri: rispetto a una tradizione più apertamente barocca, qui la figura tende a farsi scultorea e monumentale, quasi compressa nello spazio della tela, con un registro che può apparire più controllato e manierista. La conclusione del ciclo viene collocata nel 1622, anno in cui Procaccini fu colpito da una grave malattia: una circostanza che, secondo la ricostruzione critica, potrebbe aver inciso sulle difformità stilistiche riscontrabili confrontando le diverse tele, pur dentro un progetto unitario portato a termine e consegnato nei tempi richiesti dal committente.
In controluce, la mostra diventa anche un ritratto di Giulio Cesare Procaccini e del suo profilo d’artista: nato a Bologna il 30 maggio 1574 e morto a Milano il 14 novembre 1625, cresciuto in una famiglia di pittori, trasferitosi giovanissimo a Milano, attivo dapprima come scultore e poi, intorno al 1600, sempre più concentrato sulla pittura, Procaccini è considerato tra i massimi interpreti della scuola barocca lombarda, capace di assorbire suggestioni emiliane e fiamminghe e di tradurle in un linguaggio personale, riconoscibile, spesso segnato da una tensione tra morbidezze atmosferiche e costruzione plastica delle figure. Il suo rapporto con Genova, e in particolare con Giovan Carlo Doria, è decisivo: proprio quella relazione di committenza intensissima, protratta dal 1611 al 1622, spiega perché un ciclo come quello dei Dodici apostoli sia nato con un’ambizione quasi “da collezione ideale”, e perché oggi, quando le tele superstiti tornano a dialogare nello stesso spazio, la riunione suoni come un evento che non riguarda soltanto una mostra temporanea, ma una pagina intera della storia culturale della città.
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