Economia Industria 

Un milione di metri quadrati “congelati” fino al 2065: la proposta di Confindustria che vuole riscrivere il futuro di Cornigliano e Novi

Nel position paper firmato da Confindustria, il nodo è la restituzione anticipata delle aree in diritto di superficie e la separazione della partita ligure-piemontese da quella di Taranto: sul tavolo finiscono occupazione in calo, volumi produttivi molto sotto l’Autorizzazione integrata ambientale e un’idea di rilancio che punta su logistica e industria a Genova, e su automotive e nuovi acciai a Novi

Il documento messo nero su bianco da Confindustria Genova e Confindustria Alessandria (datato 16 febbraio 2026) prova a spostare la discussione sulla siderurgia da una domanda che a Genova ritorna ciclicamente – “tornerà il caldo?” – a un’altra, molto più concreta e misurabile: che cosa fare, e con quali tempi, delle aree di Cornigliano e del ruolo industriale di Novi Ligure, mentre al Ministero delle Imprese e del Made in Italy è in corso una trattativa complessiva sugli asset di Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria. La tesi è netta: le due realtà del Nord-Ovest hanno una storia e una funzione specifiche, non possono restare “appese” agli esiti di un negoziato centrato soprattutto su Taranto e, soprattutto, non possono essere ingessate per decenni da un assetto di disponibilità delle aree che – secondo Confindustria – impedisce qualunque sviluppo credibile, non solo siderurgico ma anche industriale e logistico.

Nel ricostruire il contesto, il paper ripercorre l’evoluzione della siderurgia pubblica dal dopoguerra, tra “modello Oscar Sinigaglia”, grandi impianti a ciclo integrale e successiva crisi strutturale, fino alla privatizzazione degli anni Novanta e al successivo commissariamento legato al nodo ambientale. È dentro questa traiettoria che, per Confindustria, Cornigliano diventa “caso genovese” per definizione: grande industria incastonata tra città, porto e infrastrutture, con una pressione continua sulla compatibilità urbana e sulla qualità dell’aria, e con la svolta rappresentata dalla dismissione a caldo, culminata – ricorda il documento – con la chiusura della cokeria nel 2002 e l’ultima colata dell’8 ottobre 2005.

Da lì, la fotografia proposta è doppia. Da un lato Cornigliano: non più acciaio “primario” con altiforni e cokerie, ma lavorazioni a valle e una funzione industriale-logistica che, sulla carta, avrebbe dovuto convivere con la restituzione e il riuso di porzioni importanti di aree. Dall’altro Novi Ligure: stabilimento del freddo e degli zincati, legato alla filiera dell’automotive, descritto come unico sito del gruppo in grado di produrre acciaio per quel comparto, inserito in una catena nazionale che parte dai coils laminati a caldo, transita per Genova e si completa a Novi con linee e processi ad alto valore.

Il punto che Confindustria porta al centro, però, non è storico: è numerico. Il documento sostiene che gli obiettivi dell’Accordo di Programma (1999 e successive modifiche) non si siano concretizzati nei termini attesi, soprattutto su due indicatori: l’occupazione e la piena riconversione/riutilizzo delle aree. Sul fronte dei posti di lavoro, viene riportata una serie storica dei dipendenti a Cornigliano, indicata come dato comunicato dall’azienda a Confindustria Genova, che descrive una discesa costante fino alla soglia attuale.

AnnoSocietàDipendenti
2006ILVA2.596
2007ILVA2.420
2008ILVA2.259
2009ILVA2.023
2010ILVA1.987
2011ILVA1.876
2012ILVA1.779
2013ILVA1.776
2014ILVA1.732
2015ILVA1.695
2016ILVA1.616
2017ILVA1.560
2018ILVA1.493
2019ArcelorMittal983
2020ArcelorMittal983
2021Acciaierie d’Italia979
2022Acciaierie d’Italia974
2023Acciaierie d’Italia974
2024Acciaierie d’Italia974
2025Acciaierie d’Italia974

A questa curva, Confindustria affianca altri numeri che servono a sostenere l’idea di uno “scollamento” tra potenzialità autorizzate, produzione effettiva e ricadute occupazionali: la produzione a Cornigliano viene indicata oggi nell’ordine di 400-500 mila tonnellate annue, a fronte di un’Autorizzazione integrata ambientale da 2,2 milioni di tonnellate; e viene ricordato che nel 2017 la produzione era indicata attorno alle 700 mila tonnellate.

La questione, però, non riguarda solo i volumi. Il documento insiste sulla dimensione e sul “peso” urbanistico-economico delle aree: dopo la dismissione a caldo, viene richiamato il passaggio di 343 mila metri quadrati a una società pubblica partecipata da Regione, Comune, Città Metropolitana e Invitalia, mentre per circa 1.050.000 metri quadrati viene indicato un diritto di superficie per 50 anni fino al 2065. È proprio questo vincolo temporale che Confindustria definisce incompatibile con qualunque sviluppo delle attività industriali e logistiche, specie in un contesto in cui – viene citata – l’Autorità portuale continua a manifestare l’esigenza di recuperare spazi per funzioni produttive connesse alla crescita del porto, esigenza che nel paper viene estesa anche all’aeroporto.

Dentro questa cornice, la proposta assume una forma molto esplicita: Cornigliano, per Confindustria, va pensata come piattaforma a forte vocazione industriale e logistico-portuale, con la siderurgia limitata alle lavorazioni a valle oggi compatibili (nel testo si richiamano in particolare decatreno, decapaggio e linee di zincatura) e con un “no” secco all’ipotesi di installare un forno elettrico in compresenza con gli altri obiettivi dell’area. Il ragionamento che viene portato a supporto è anche di efficienza occupazionale: il documento afferma che l’occupazione tipicamente siderurgica vale circa 1, massimo 2 lavoratori ogni 1.000 metri quadrati, mentre le aziende industriali avrebbero una densità di occupazione di ordine di grandezza circa dieci volte maggiore.

Sempre sul versante genovese, viene citato un precedente che Confindustria considera indicativo: l’insediamento di Ansaldo Energia nell’area a ridosso delle banchine, avviato dal 2016, interpretato come esempio di utilizzo “portuale-industriale” coerente con le esigenze logistiche della città. E viene aggiunto un altro elemento: in pochi mesi, Confindustria dichiara di aver raccolto 17 richieste di insediamento per superfici fino a 100 mila metri quadrati ciascuna, per un totale potenziale di circa 400 mila metri quadrati e 800 addetti complessivi, con la possibilità – stimata – che 180 posti possano essere coperti da lavoratori già presenti nell’area.

Su Novi Ligure, invece, la linea è opposta: non solo difesa dello stabilimento, ma ambizione di crescita. Il paper lega questa prospettiva sia alla vocazione manifatturiera del territorio sia al potenziamento ferroviario connesso al Terzo Valico dei Giovi, e propone direttrici di investimento che puntano a rendere lo stabilimento più autonomo dalla dipendenza dall’area a caldo di Taranto. Nella parte tecnica, vengono richiamati ammodernamenti alle linee (con enfasi sulla linea di ricottura continua, Continuous Annealing Processing Line) per produrre acciai altoresistenziali di terza generazione (Advanced High Strength Steel), e viene citata anche la possibilità di aprire o rafforzare mercati come quello del lamierino magnetico, distinguendo tra acciai Grain Oriented e Non Grain Oriented e collegando quest’ultimo alla filiera dei motori elettrici. Nel quadro tracciato, Novi può anche diventare area di atterraggio per eventuali spostamenti di linee produttive che a Genova troverebbero ostacoli di spazio o compatibilità.

La parte più “politica” del documento sta però nel metodo proposto, perché qui Confindustria lega direttamente la trasformazione delle aree a decisioni amministrative e di governance con scadenze ravvicinate. Il fulcro è chiedere che i soggetti dell’Accordo di Programma del 1999 concordino una modifica che porti alla restituzione entro il 2026 dell’intero diritto di superficie alla Società per Cornigliano; che lo Stato attribuisca al soggetto in gestione commissariale il compito di procedere alle bonifiche delle aree da restituire prima del 2065, lasciando in funzione gli impianti ritenuti compatibili; e che la trattativa su Taranto venga separata da quella su Cornigliano e Novi Ligure, pur senza escludere che un medesimo operatore possa risultare aggiudicatario di entrambe. A questo impianto si aggiungono altre leve di governance: l’idea di estendere la Società per Cornigliano anche a Novi con l’ingresso di Regione Piemonte, Comune di Novi Ligure e Provincia di Alessandria; l’indicazione che le banchine lato Polcevera e il canale di calma vadano in diretta gestione dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, asservite a funzioni siderurgiche, industriali, energetiche e logistiche; e la proposta che la società pubblica gestisca l’offerta di insediamento con diritto di superficie, includendo anche obiettivi infrastrutturali e di completamento urbano, arrivando persino a ipotizzare Lavori Socialmente Utili come strumento transitorio per impiegare occupazione siderurgica.

In controluce, la conclusione è una sola: Confindustria chiede di cambiare cornice, non di fare piccoli aggiustamenti. Cornigliano viene descritta come una risorsa scarsa e strategica per Genova, non sostituibile per dimensioni e posizione, e quindi non “conservabile” in una condizione di lunga attesa. Novi viene indicata come presidio industriale di qualità per l’automotive e, potenzialmente, per nuove filiere. Il messaggio politico-industriale che emerge dal position paper è che la chiusura del ciclo nazionale dell’acciaio non può tradursi, nel Nord-Ovest, in un semplice trascinamento della partita fin dentro il 2065: servono scelte prima, numeri verificabili, e una governance che separi i dossier, rimetta in circolo le aree e renda coerenti produzione, logistica e impatto sul territorio.


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