Cohousing per la terza età, il manifesto “Abitare il domani” arriva in città: “Autonomia, comunità e case da ripensare”

A Palazzo Tursi l’associazione 50&Più presenta un documento in nove punti sul cohousing per gli anziani. Cristina Lodi lega il tema a solitudine, invecchiamento attivo e scambi intergenerazionali; Davide Patrone annuncia un lavoro di ricognizione del patrimonio pubblico per individuare spazi da destinare a nuove formule dell’abitare

Nel Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi il cohousing, finora evocato soprattutto come tendenza “di nicchia”, entra nel lessico delle politiche sociali e abitative con un passo più strutturato: la presentazione del Manifesto “Abitare il domani”, ideato dall’associazione 50&Più e dedicato alle forme di condivisione dell’abitare nella terza età. Un tema che, a dispetto del nome inglese, parla una lingua chiarissima: come garantire autonomia, sicurezza e relazioni a chi invecchia in una società dove le famiglie sono più piccole, le solitudini aumentano e il costo della vita rende più fragile anche la normalità.

Il convegno, aperto dai saluti del presidente del Consiglio comunale Claudio Villa, ha messo allo stesso tavolo welfare e casa, un accostamento tutt’altro che scontato. Perché il punto, oggi, non è soltanto trovare un tetto: è immaginare spazi che riducano l’isolamento, sostengano l’autonomia e limitino quel “peso invisibile” che spesso ricade su parenti, servizi e strutture di assistenza. In questa cornice, il cohousing viene proposto come strumento flessibile: non una rinuncia alla propria indipendenza, ma un modo per mantenerla più a lungo, grazie alla presenza di una comunità e alla condivisione ragionata di alcuni servizi, spese e luoghi.

L’assessora al Welfare Cristina Lodi ha collegato il tema a un lavoro già in corso sul fronte delle politiche per le persone anziane e sole. L’idea, spiegata, è mettere al centro l’autonomia e costruire percorsi che non si limitino a tamponare l’emergenza, ma provino a prevenire fragilità e isolamento. In questa prospettiva, il cohousing non sarebbe utile soltanto per “fare compagnia” o dividere le bollette: diventerebbe un modo per favorire un invecchiamento attivo e, quando possibile, creare anche scambi tra generazioni, coinvolgendo studenti e studentesse o altre fasce in difficoltà. Un tassello, insomma, di quel welfare di prossimità che prova a tenere insieme bisogni materiali e bisogni relazionali. Sul piano delle regole, però, viene evidenziata anche una necessità: per passare dalle intenzioni ai progetti servono linee guida chiare, e in questa direzione il Comune guarda a un quadro normativo regionale che possa definire criteri e cornici.
Sul versante delle politiche abitative, l’assessore Davide Patrone ha inquadrato il cohousing come risposta “innovativa” a problemi diventati ormai strutturali. Il riferimento è al trend demografico: una città che invecchia deve inevitabilmente ripensare le proprie politiche della casa, perché cambiano i nuclei familiari, aumentano le persone sole, si moltiplicano le esigenze di accessibilità e sicurezza domestica. Qui entra in gioco il ruolo delle amministrazioni: non solo sostenere idee, ma individuare fisicamente gli spazi in cui quelle idee possono prendere forma. Da questo punto di vista, viene indicata una direzione operativa: un censimento del patrimonio pubblico per capire quali immobili o abitazioni possano essere recuperati e destinati a progettualità di cohousing o formule analoghe. È un passaggio concreto, perché sposta il dibattito dalla teoria alla possibilità reale di aprire cantieri sociali e abitativi, recuperando luoghi oggi inutilizzati o sottoutilizzati.
Il Manifesto “Abitare il domani”, presentato durante il convegno, prova a trasformare questa spinta in un’agenda. In nove punti, mette a fuoco alcuni concetti-chiave: far conoscere meglio il cohousing (perché spesso resta un’opzione “per addetti ai lavori”), rendere le persone anziane protagoniste nella progettazione degli spazi e non semplici destinatarie di soluzioni calate dall’alto, puntare su sicurezza e innovazione — dalla domotica alle soluzioni abitative accessibili — e incentivare percorsi sperimentali, anche temporanei, capaci di accompagnare le persone verso formule di vita condivisa senza strappi né obblighi.
A dare corpo al pomeriggio anche gli interventi dei rappresentanti di 50&Più e degli ospiti tecnici: la presidente Brigida Gallinaro, Valerio Urru per l’Osservatorio studi e ricerca dell’associazione e l’architetto Sandro Polci, studioso delle condivisioni abitative. A moderare il confronto il giornalista Alessandro Rissotto. Sullo sfondo, il profilo dell’associazione stessa: nata nel 1974, 50&Più rivendica come obiettivo fondante il riconoscimento degli over 50 come risorsa sociale, valorizzandone il protagonismo attivo.
Il senso politico dell’incontro sta tutto in un cambio di prospettiva: la terza età non come fase da “gestire” solo con assistenza e servizi, ma come periodo di vita che può restare pieno, autonomo e connesso, se la città mette a disposizione strumenti adeguati. E tra questi strumenti, il cohousing — se sostenuto da regole, spazi e progetti seri — prova a diventare una proposta concreta, non uno slogan.
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