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Amt, entro il 20 febbraio sapremo se Genova avrà ancora un servizio di trasporto pubblico locale. Tutti i numeri di debiti e piano di risanamento

Fornitori senza incassi, conti sotto la lente di procura e guardia di Finanza. E una proroga da strappare per evitare il tracollo: il Comune e l’azienda stanno preparando un piano in cui è imprescindibile il ruolo della Regione mentre il servizio rischia ulteriori disagi, ma senza la proroga dell’ombrello per il fallimento il banco salterà prima della fine del mese. Se questa ipotesi, malauguratamente, si concretizzasse, il rischio reale è quello di andare tutti a piedi o usare mezzi privati

Amt, la difficile marcia verso il salvataggio tra creditori, debiti, inevitabili disagi per l’utenza, inchiesta e ruolo di Comune, Città Metropolitana e Regione.

Il caso Amt, diventato un dossier giudiziario per bancarotta e false comunicazioni sociali, torna a ruotare attorno a un punto che, nelle parole di chi per primo ha acceso la miccia, sarebbe stato “insostenibile” ancora a lungo: anni di manutenzioni e riparazioni non pagate. A presentare l’istanza di liquidazione giudiziale è stata Menarini, che reclama 2,7 milioni di euro mai incassati nonostante i ripetuti solleciti, anni di manutenzioni e interventi rimasti senza saldo, con crediti accumulati considerati ormai troppo pesanti da sostenere dall’azienda.

Imprese private strozzate dai debiti di Amt non pagati

L’azienda, questa e altre grandi e piccole imprese, lamentano mancati incassi in grado di metterle in estrema difficoltà e in alcuni casi in grado di mettere in forse addirittura la continuità aziendale. Alcune delle piccole avevano anche smesso di pagare i lavoratori proprio a causa dei pagamenti mai effettuati da Amt. L’udienza sull’istanza di fallimento di Menarini è stata rinviata e l’azienda con poli produttivi a Bologna e Avellino e resterebbe quello di arrivare a una soluzione prima di ulteriori passi.

Oltre al credito vantato da Menarini, il debito più pesante di Amt è quello verso Solaris Italia, pari a 35 milioni di euro, mentre un altro capitolo rilevante riguarda Trenitalia: fino a un anno fa l’esposizione sarebbe stata di 9,9 milioni, in gran parte legata al sistema di utilizzo del trasporto ferroviario in ambito urbano con il biglietto integrato treno+bus. Una sorta di accordo sarebbe stato raggiunto, ma non sarebbe stato completamente onorato. Esiste ora un nuovo accordo datato 30 settembre 2025 tra la sindaca Silvia Salis e l’amministratore delegato di Trenitalia Gianpiero Strisciuglio per una dilazione del debito. Nel lungo elenco dei fornitori compaiono anche Hitachi Rail STS, indicata come creditrice fino a 8 milioni, Talea con 3 milioni e 750 mila euro per l’acquisizione dell’area Guglielmetti per una rimessa (operazione in parte coperta con fondi PNRR), in parte con fondi PNRR, Della Penna Autotrasporti con 2 milioni e 400 mila euro e Ivano Orecchia (vendita e manutenzione mezzi) con un credito di 1 milione e 350 mila euro. Ci sono poi ancora altri soggetti creditori per cifre inferiori.

Il 40 per cento dei mezzi fermi per mancata manutenzione e i disagi in proporzione per gli utenti

La vicenda ha finito per alimentare un quadro più ampio, perché il mancato saldo delle riparazioni, che è uno degli elementi che hanno certificato il dissesto, si è riflesso pesantemente sulla qualità del servizio. Il numero dei mezzi fermi per guasti e problemi meccanici a dicembre è arrivato a circa 250 su circa 650 quando c’era quasi il 40 per cento dei mezzi senza manutenzione, alcuni cannibalizzati dei pezzi per farne funzionare gli altri, con i tecnici dell’azienda costretti a fare i giochi di prestigio per mandare il maggior numero possibile di bus in strada. Inevitabile che con un mezzo fermo ogni 4 il servizio complessivo subisse pesanti ricadute, con corse cancellate nella stessa proporzione delle “macchine” in officina. I disagi per i genovesi, quindi, sono figli della partita economica oggi al vaglio della magistratura.

L’indagine punta anche a chiarire se i crediti a bilancio siano stati sovradimensionati

L’intera inchiesta è stata portata avanti dalla guardia di Finanza. Al momento gli indagati sono la ex direttrice generale (per un periodo anche presidente) Ilaria Gavuglio e altri ex componenti del consiglio di amministrazione: l’ex vicepresidente (e prima presidente di Atp) Enzo Sivori, oltre a Sabina Alzona, Manuela Bruzzone e Giorgio Canepa. In questo quadro, la domanda di fondo resta la stessa: se le scelte contabili e gestionali abbiano mascherato la reale tenuta della società e se risorse vincolate a investimenti siano state dirottate su spesa corrente, mentre la città continua a fare i conti con un servizio che, proprio nei mesi e negli anni delle riparazioni non pagate, avrebbe pagato in affidabilità e disponibilità di mezzi.

È sulla scia dell’istanza di fallimento di Menarini e del totale dei debiti non pagati che la Procura della Repubblica ha messo a fuoco i conti della società: dai 201 milioni di “pendenze complessive” indicati nel bilancio 2023, si passa a 280 milioni, fino all’ipotesi investigativa più pesante, cioè che i consuntivi – soprattutto quelli del 2023 – siano stati alterati sovradimensionando in modo sistematico i crediti, in special modo quelli relativi alle sanzioni non incassate.

Si indaga su come siano stati usati i fondi PNRR

Accanto alle contestazioni sui bilanci, un secondo filone dell’inchiesta riguarda i fondi europei: gli inquirenti vogliono capire se i finanziamenti arrivati grazie al PNRR, Piano nazionale di ripresa e resilienza, siano stati effettivamente impiegati per investimenti, come richiesto, oppure se una parte sia finita a coprire spese ordinarie. E c’è poi il capitolo dei controlli: sono in corso indagini su alcune mail e chat interne che potrebbero allungare ombre anche sul lavoro del collegio sindacale, l’organismo chiamato a vigilare sull’operato del consiglio di amministrazione Amt.

Fallimento, “ombrello” a scadenza 20 febbraio. Comune e Cda lavorano per presentare un piano credibile e chiedere la proroga

Prima delle istanze di fallimento depositate a dicembre da Menarini e dalla Procura, la stessa Amt aveva chiesto misure protettive nell’ambito della “procedura di composizione negoziata” del deficit, una sorta di scudo temporaneo concesso dal tribunale fallimentare per quattro mesi e prorogabile. La prima scadenza viene indicata al 20 febbraio, quando terminerà l’ombrello del provvedimento firmato dalla giudice fallimentare Chiara Monteleone. Il Comune e l’azienda stanno lavorando alla richiesta di una proroga che, per sperare che venga presa in considerazione, deve prevedere un piano credibile.

Dopo l’incontro con Giovanni Mottura, esperto incaricato di seguire la composizione negoziata, nei giorni scorsi la sindacaSilvia Salis ha parlato di progressi e di condizioni che potrebbero rendere plausibile una richiesta di proroga delle misure protettive.  «Siamo sulla strada giusta: si stanno facendo passi avanti importanti e siamo fiduciosi che ci siano le condizioni per ottenere una proroga delle misure protettive previste dalla procedura di composizione negoziata» ha dichiarato Salis, che sta lavorando a tutta la partita con il vicesindaco e assessore al Bilancio Alessandro Terrile.


Nelle parole della prima cittadina il successo di un salvataggio “duraturo e strutturale” dipenderà dalla capacità di tenere insieme tutti i livelli coinvolti: Comune, Città Metropolitana e Regione, oltre al confronto con le organizzazioni sindacali. Su quest’ultimo punto, la sindaca ha parlato di un dialogo costante e di passi avanti, mentre sul fronte regionale ha richiamato l’impegno annunciato, auspicando tempi rapidi perché si traduca in atti concreti. In sostanza, il messaggio politico è che la partita Amt non può reggersi su un solo attore (il Comune, che già ha impiegato somme considerevoli per mandate avanti il servizio): per reggere, dovrà diventare un’assunzione di responsabilità collettiva, con scelte difficili ma dichiaratamente orientate a proteggere lavoro e servizio pubblico.
A determinare la credibilità del progetto sarà anche un “efficientamento” dei servizi. E qui Tursi prova a tracciare un perimetro: non si parla di interventi “contro” i lavoratori, ma di un lavoro di revisione che, per la sindaca, dovrà avvenire “nel rispetto” e nella “salvaguardia dei diritti”, pur riconoscendo che l’assetto attuale non può restare immutato e richiede studio e approfondimento. Se si riuscirà a salvare l’azienda, saranno lacrime sudore e sangue e attese più lunghe alle fermate. Con l’obiettivo di continuare ad avere un servizio di trasporto pubblico locale per tutti.

Le cifre

Il piano per rimettere in carreggiata Amt punta su due mosse: dimostrare al giudice che il risanamento è già partito e blindare, in tempi rapidi, i soldi di Regione e Comune. Oggi l’azienda incassa circa 107 milioni l’anno dai contratti di servizio, ma dal 2026 servirebbe un’iniezione aggiuntiva tra 24 e 28 milioni, soprattutto da Regione e Comune. Anche i Comuni del Levante dovrebbero fare la loro parte, ma al momento non si conoscono le proporzioni dell’investimento necessario. La partita più pesante è la ricapitalizzazione: fino al 2031 si parla di circa 140 milioni, con 100 in liquidità e il resto in immobili. Già quest’anno sarebbero previsti 61,7 milioni, di cui 43,7 entro giugno, oltre al trasferimento di beni come il deposito della metro di via Adua. La Regione, pur non essendo socia, potrebbe entrare tramite Filse, ma la cifra è ancora da definire; l’obiettivo, passato lo scoglio del 20 febbraio, è arrivare all’assemblea entro il 15 marzo con risorse certe, per poi aprire il negoziato sul rientro dei debiti, che dipenderà da quanto capitale verrà davvero versato.


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