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Iraniani in piazza De Ferrari: breve corteo e manifestazione in centro. Intanto la situazione nel paese si fa sempre più complessa e pericolosa

Mentre in Iran aumentano tensione militare e pressione diplomatica e si moltiplicano le ricadute pratiche (voli cancellati, missioni e avvertimenti incrociati), anche a Genova la comunità iraniana torna in piazza per chiedere attenzione internazionale su repressione e diritti umani

Oggi la comunità iraniana ha organizzato a Genova un breve corteo e una manifestazione in piazza De Ferrari. Per circa venti minuti è rimasta chiusa al transito la strada tra via di Porta Soprana e De Ferrari, per consentire lo svolgimento dell’iniziativa in sicurezza.

La mobilitazione, inserita nella “Marcia per la Libertà”, ha avuto come filo conduttore la denuncia della repressione in Iran e la richiesta di sostegno internazionale: gli organizzatori hanno parlato di violazioni sistematiche dei diritti umani, hanno richiamato l’oscuramento di internet come strumento per isolare e rendere invisibili gli abusi e hanno chiesto al governo italiano atti concreti, tra cui l’inserimento dei Guardiani della Rivoluzione in una lista di organizzazioni terroristiche e un irrigidimento dei rapporti diplomatici.

L’Iran entra nel 2026 dentro una spirale che somma crisi interna e pressione esterna. La miccia, questa volta, è stata soprattutto economica: la svalutazione del rial e l’impennata dei prezzi hanno acceso proteste diffuse tra fine dicembre e inizio gennaio, con manifestazioni che – secondo diverse ricostruzioni – si sono estese rapidamente a centinaia di centri urbani.

Proteste e repressione: numeri contestati, clima da emergenza

La risposta delle autorità è stata descritta come una delle più severe dalla rivoluzione del 1979. Le stime su morti e feriti restano oggetto di forte contesa: il governo ha fornito un bilancio nell’ordine di poche migliaia di vittime, mentre reti di attivisti e organizzazioni indipendenti parlano di cifre più alte. In parallelo sono stati segnalati arresti e una repressione mirata contro presunti organizzatori e figure pubbliche, con una pressione crescente anche su ospedali e luoghi di cura per identificare i feriti.

Sul piano internazionale, la tensione si è alzata anche alle Nazioni Unite: dopo una presa di posizione critica sulla repressione, Teheran ha reagito respingendo la risoluzione come un atto “politico” e “ingiustificato”, sostenendo che non nasca da un’autentica preoccupazione per i diritti umani ma da logiche di pressione esterna.

Il blackout: la “nebbia” sull’informazione come arma di controllo

Un elemento chiave di questa fase è stata la gestione dell’accesso a internet. Un blackout nazionale è stato riportato l’8 gennaio da osservatori e monitor indipendenti, con l’obiettivo evidente di limitare coordinamento, video e flussi di notizie. Successivamente sono circolate indicazioni su possibili allentamenti selettivi, segno che la linea può oscillare tra chiusura totale e aperture a fisarmonica, a seconda del livello di tensione.

Economia: inflazione alta, rial ai minimi e paura di “povertà lavorativa”

Sotto la superficie politica, resta il nodo materiale: il potere d’acquisto. Diversi osservatori descrivono un’inflazione ben oltre il 40% e una moneta che sul mercato parallelo ha toccato livelli record (nell’ordine di 1,4–1,47 milioni di rial per un dollaro), alimentando un sentimento diffuso di impoverimento, soprattutto nelle aree urbane.
A complicare il quadro ci sono le sanzioni, che comprimono investimenti e accesso a valuta pregiata, e una struttura economica in cui i circuiti “ombra” e la rendita da import-export sanzionato pesano molto.

Sanzioni e petrolio: Washington colpisce la “shadow fleet”

Gli Stati Uniti hanno rilanciato la pressione economica colpendo anche il trasporto di greggio: è arrivato un pacchetto di sanzioni contro navi e operatori accusati di movimentare petrolio iraniano eludendo i divieti. Washington lega esplicitamente questa linea al tentativo di ridurre le risorse disponibili per la repressione interna e per le leve di potere regionali di Teheran.

Il fronte nucleare: IAEA in stallo, materiale arricchito e impianti sotto domanda

Sul dossier nucleare, la situazione resta ad alta sensibilità. Un punto tecnico ma decisivo: stime circolate in ambienti internazionali indicano un accumulo consistente di uranio arricchito a livelli molto elevati, vicino alla soglia militare, mentre la questione dell’accesso e della verificabilità resta un problema aperto. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica continua a chiedere chiarezza su impianti e materiali, ma l’attrito con Teheran rende la trasparenza più difficile proprio nel momento in cui la tensione regionale aumenta.

Tensione regionale: “armada” USA, avvertimenti iraniani e timori di escalation

A rendere più instabile il contesto c’è l’aspetto militare. Dopo le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump su una “armata” in movimento verso la regione, fonti americane hanno indicato l’arrivo nei prossimi giorni della portaerei USS Abraham Lincoln con unità di scorta, mentre si valuta anche il rafforzamento di sistemi di difesa aerea nell’area, con l’obiettivo di proteggere basi e asset statunitensi da eventuali ritorsioni.

Da parte iraniana, un alto funzionario ha avvertito che qualsiasi attacco verrebbe considerato “guerra totale”, segnalando un livello di allerta interno molto alto. Sullo sfondo, cresce anche l’attenzione diplomatica: il comandante del Comando Centrale statunitense, ammiraglio Brad Cooper, è atteso in Israele per incontri con alti funzionari, e nella stessa finestra sono previsti colloqui a Gerusalemme anche con figure chiave dell’amministrazione statunitense, tra cui Jared Kushner e l’inviato speciale Steve Witkoff.

Il segnale più visibile: compagnie aeree che cancellano voli e “svuotano” rotte

Quando la tensione geopolitica supera una certa soglia, spesso il primo termometro non è una dichiarazione ufficiale ma una decisione industriale. Nelle ultime ore diverse grandi compagnie – tra cui Lufthansa, Air France, KLM e Swiss – hanno cancellato i voli di sabato verso varie destinazioni del Medio Oriente, incluse rotte su Israele e alcuni scali del Golfo e dell’Arabia Saudita. Anche vettori nordamericani come United e Air Canada hanno sospeso collegamenti su Israele. È una scelta precauzionale che, in modo molto concreto, racconta la paura di un allargamento del conflitto e di un possibile scenario di attacchi e contro-attacchi nell’area.

Cosa significa “situazione aggiornata”: una crisi a strati che può accelerare

La fotografia di oggi è quella di una crisi a strati: economia che spinge la piazza, piazza che innesca repressione, repressione che porta a isolamento informativo, isolamento che aumenta sanzioni e pressione esterna, mentre sullo sfondo restano nucleare e rischio escalation. Il punto non è solo “cosa accade”, ma la velocità con cui i livelli possono salire insieme: basta una scintilla (nuove vittime, un attacco, un incidente regionale, un ulteriore shock sul cambio) perché l’equilibrio precario si rompa.

Foto in copertina di Ivonne Torres Tacle


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