“Sei ore d’attesa, poi il bagno e l’arresto cardiaco”: la famiglia chiede chiarezza sulla morte di Michela, 26 anni

Era andata da sola al pronto soccorso dell’ospedale policlinico San Martino per un dolore al ginocchio. Dopo essere stata visitata e rimandata a casa, nel pomeriggio è stata ritrovata incosciente in un bagno. Rianimata, è morta tre giorni dopo. Autopsia in incidente probatorio e atti secretati: la nuova Direzione dell’ospedale dice di essere pronta a collaborare e richiama l’importanza delle telecamere e delle cartelle cliniche

C’è una storia che sta lasciando addosso una sensazione difficile da scrollarsi: quella delle domande senza risposta, del tempo che scorre dove non dovrebbe, di una vita giovane che si spegne in un luogo nato per salvare.

Michela, 26 anni, era andata da sola al pronto soccorso dell’ospedale policlinico San Martino il 23 dicembre, perché aveva male a un ginocchio. Secondo la ricostruzione riportata oggi da “Il Secolo XIX”, dopo sei ore di attesa è stata visitata e dimessa, con l’indicazione di ripresentarsi il giorno dopo. Ma nel pomeriggio la traiettoria si spezza: Michela viene ritrovata da sola, in un bagno dell’ospedale, incosciente e in arresto cardiocircolatorio. Viene rianimata e trasferita in terapia intensiva. Morirà tre giorni dopo, il giorno di Santo Stefano, al termine di un’agonia che la famiglia fatica ancora a mettere in fila con un senso.

Da quel momento, il dolore si è trasformato anche in una richiesta netta: capire cosa è successo. La famiglia ha presentato denuncia e, dopo l’esposto, è stata eseguita l’autopsia nella forma dell’incidente probatorio, un passaggio che serve a “cristallizzare” gli accertamenti con consulenti nominati sia dalla Procura sia dai familiari, proprio perché si tratta di verifiche delicate e decisive.
I punti che bruciano: tempi, assistenza, cosa è accaduto in quelle ore
Il nodo, oggi, non è un dettaglio tecnico: è la sequenza. Michela entra per un dolore al ginocchio, aspetta ore, viene visitata e rimandata a casa; poi, poche ore dopo, viene ritrovata in arresto cardiocircolatorio in un bagno. Non è chiaro quanto tempo sia rimasta lì prima che qualcuno se ne accorgesse, né perché sia stata sola. È su questi “vuoti” che si concentra la richiesta di chiarezza: se ci siano stati ritardi, omissioni o semplicemente una catena di circostanze tragiche che però devono essere ricostruite minuto per minuto.
Tra le ipotesi tecniche citate, viene indicata la possibilità di un’embolia polmonare come causa del decesso, ma proprio per questo l’autopsia e le valutazioni medico-legali diventano decisive: stabilire il quadro clinico e capire se e cosa fosse prevedibile o intercettabile.
Cartelle cliniche e acquisizioni: cosa si sta muovendo sul piano investigativo
In parallelo alle consulenze decise dal pm Marcello Maresca, è stato disposto l’acquisizione della documentazione sanitaria: dal foglio di accesso al pronto soccorso fino ai passaggi in punto di rianimazione e ai giorni successivi in terapia intensiva. Il fascicolo, intanto, risulta secretato.
Nel frattempo, colleghi e amici si sono mobilitati anche sul piano umano, avviando una raccolta fondi per sostenere la famiglia. Ma, soprattutto, emerge un messaggio ripetuto da chi le voleva bene: oltre al lutto, c’è il bisogno di capire.
La posizione dell’ospedale policlinico San Martino: collaborazione e tutela del personale
Alla vicenda si è aggiunta una nota ufficiale della Direzione dell’ospedale policlinico San Martino, che ha dichiarato disponibilità piena a collaborare con le autorità e, allo stesso tempo, attenzione a tutelare chi lavora in pronto soccorso. Il comunicato dice:
«Nell’attesa dell’apertura formale dell’indagine, che ci auspichiamo avvenga presto, nel rispetto del dolore dei familiari della giovane scomparsa lo scorso 23 dicembre, la nuova Direzione dell’Ospedale Policlinico San Martino è pronta a mettersi a completa disposizione delle autorità competenti. A maggior ragione perché le diverse telecamere presenti nell’area indicata a mezzo stampa dal legale rappresentante dei familiari potrebbero fugare dubbi e garantire la necessaria chiarezza, al pari delle cartelle cliniche abitualmente gestite in maniera eccellente da chi opera in Pronto Soccorso e dal reparto che aveva in carico la paziente. La Direzione ringrazia sentitamente chi opera quotidianamente presso il Pronto Soccorso ed è pronta ad assumere qualsiasi posizione necessaria per tutelarne la professionalità e l’immagine».
È un passaggio importante per due motivi: perché mette al centro strumenti oggettivi come telecamere e cartelle cliniche, e perché segnala fin d’ora che l’ospedale intende difendere la professionalità di chi lavora in pronto soccorso, mentre si attende la formalizzazione dell’indagine.
Una storia che chiede verità, prima ancora che colpe
In questo momento, la città non ha bisogno di processi sommari né di frasi fatte. Ha bisogno di una ricostruzione rigorosa: cosa è successo, quando, chi ha visto, chi ha fatto, quali protocolli erano attivi, se ci sono stati vuoti e perché.
Perché al centro non c’è solo un fascicolo: c’è una ragazza di 26 anni che era entrata in ospedale con un dolore e non è più tornata a casa. E una famiglia che, oltre al lutto, chiede una cosa semplice e durissima: chiarezza.
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