Oggi a Genova 

Hannoun, presidente dei palestinesi in Italia, arrestato nell’inchiesta sui presunti finanziamenti illeciti ad Hamas – VIDEO

Da anni residente a Genova, è tra i nove finiti in carcere nell’operazione di polizia e guardia di finanza. Nel comunicato sull’indagine, i procuratori Melillo e Piacente inseriscono un passaggio netto: i crimini contro la popolazione palestinese su cui è atteso il giudizio della Corte penale internazionale non possono essere ignorati, ma non possono neppure diventare una giustificazione per gli atti di terrorismo

Nel comunicato sull’operazione che ha portato in carcere nove indagati, i vertici della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo e della Procura di Genova inseriscono una precisazione netta: i crimini contro la popolazione palestinese, sui quali è atteso il giudizio della Corte penale internazionale, non possono essere ignorati; ma non possono nemmeno diventare una giustificazione per gli atti di terrorismo. Tra gli arrestati Mohammad Hannoun, presidente dell’associazione dei palestinesi in Italia, da anni residente a Genova.

Dentro un’operazione giudiziaria dai contorni delicati, la nota firmata dal procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo e dal procuratore di Genova Nicola Piacente inserisce un passaggio che va oltre la cronaca giudiziaria e tocca il terreno più ampio del diritto e della responsabilità. Nel testo che accompagna l’inchiesta culminata oggi con nove arresti per presunti finanziamenti a Hamas, i magistrati mettono nero su bianco un doppio principio: da un lato, le indagini non cancellano i crimini commessi ai danni della popolazione palestinese dopo il 7 ottobre 2023 durante le operazioni militari del Governo israeliano, per i quali si attende la valutazione della Corte penale internazionale; dall’altro, quelle stesse violenze non possono essere invocate per attenuare o giustificare gli atti di terrorismo, compresi quelli attribuiti a Hamas e alle organizzazioni collegate.

È un chiarimento che si colloca come cornice narrativa e istituzionale in un caso destinato a generare tensioni e letture contrapposte. La magistratura, di fatto, prova a fissare una linea: distinguere il piano dell’accertamento penale dalle dinamiche del conflitto, riconoscere l’esistenza di crimini e sofferenze senza trasformarle in un alibi per azioni terroristiche, e ribadire che la valutazione dei fatti, per entrambe le parti, resta affidata agli strumenti del diritto.

Nel quadro dell’operazione, tra le persone raggiunte dalla misura cautelare c’è Mohammad Hannoun, indicato come presidente dell’associazione dei palestinesi in Italia. Hannoun vive a Genova da molti anni e nel capoluogo ligure ha sede l’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese, che negli ultimi mesi è stata spesso visibile anche nelle manifestazioni cittadine a sostegno della popolazione di Gaza. La sua figura, proprio per questa esposizione pubblica, rappresenta uno degli snodi più sensibili dell’inchiesta: un volto presente nelle piazze genovesi che si ritrova ora al centro di un’accusa pesantissima.

Non è la prima volta che il suo nome compare in un fascicolo. Negli anni Duemila era già stato indagato dalla Procura di Genova, ma quel procedimento era stato archiviato. Più di recente, viene ricordato, era finito nella lista del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, con l’accusa di essere tra i finanziatori di Hamas: un elemento che, pur non sostituendosi alle valutazioni della giustizia italiana, contribuisce a delineare un profilo già attenzionato anche su scala internazionale.

Nel comunicato relativo all’inchiesta, gli investigatori descrivono una rete di contatti che andrebbe oltre i confini nazionali. Si parla di conversazioni telefoniche e collegamenti definiti “numerosi e significativi” con figure ritenute analoghe per ruolo in vari Paesi europei: Olanda, Austria, Francia e Inghilterra. Per gli inquirenti, questo materiale indicherebbe l’esistenza di una struttura internazionale impegnata nella raccolta di fondi presentati come destinati a scopi benefici e di sostegno alla popolazione e alla causa palestinese.

In questa ricostruzione entra anche un altro tassello: rapporti che sarebbero stati documentati con esponenti di alto livello. Gli investigatori scrivono, tra l’altro, che Hannoun sarebbe stato presente in Turchia, nel dicembre 2025, a una riunione alla quale avrebbe partecipato anche Ali Baraka, indicato come esponente di rilievo del comparto estero dell’organizzazione. E nelle intercettazioni, viene riportato, sarebbero emerse frasi interpretate come apprezzamento per attentati terroristici: un elemento che, se confermato e contestualizzato nelle sedi processuali, assumerebbe un peso rilevante nell’impianto accusatorio.

Ora il caso entra nella fase in cui le contestazioni dovranno misurarsi con il contraddittorio e con le garanzie della difesa. Gli arresti e i sequestri rappresentano l’atto più visibile, ma non chiudono nulla: aprono, semmai, il percorso degli interrogatori, dei ricorsi, delle valutazioni del tribunale e, se ci saranno i presupposti, di un eventuale processo. Sullo sfondo resta la cornice tracciata dai magistrati: l’affermazione che i crimini e le sofferenze non si annullano a vicenda, e che la risposta, per tutti, deve stare nel perimetro del diritto.


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