Italia e Mondo 

Zohran Mamdani è il nuovo sindaco di New York: immigrato, socialista, propal e giovanissimo. Ha riportato l’astensionismo alle urne

Il 34enne socialista, nato a Kampala (capitale dell’Uganda) da genitori indiani e ugandesi e naturalizzato statunitense nel 2018, ha vinto le elezioni a New York riportando alle urne gli astensionisti. Hanno votato oltre due milioni di persone, la partecipazione più alta dal 1969. Con il 50,4% dei voti ha battuto Andrew Cuomo (41,6%) e Curtis Sliwa (7%), nonostante gli attacchi del presidente Donald Trump e una campagna milionaria dei grandi donatori. In programma: affitti più equi, tasse più alte per i ricchi, trasporti pubblici gratuiti e supermercati comunali per calmierare i prezzi. Nel discorso della vittoria ha invocato una “nuova era di cambiamento inclusivo”, ha difeso le comunità di immigrati e ha condannato l’antisemitismo e le sue strumentalizzazioni

New York ha scelto il cambiamento, e lo ha fatto in modo netto. Il nuovo sindaco è Zohran Mamdani, 34 anni, socialista, figlio di immigrati, nato a Kampala, in Uganda, da famiglia di origini indiane e ugandesi. Si insedierà il 1º gennaio 2026, ma la sua elezione è già destinata a segnare una svolta politica e simbolica per la metropoli americana: “New York è una città di immigrati, una città costruita da immigrati, alimentata da immigrati e, da stasera, guidata da un immigrato”, ha detto dal palco (rivolgendosi direttamente a Trump), trasformando le sue radici in una bandiera.

Un’affluenza che non si vedeva da oltre mezzo secolo

Il dato più sorprendente è la partecipazione: oltre due milioni di newyorkesi hanno votato, quasi il doppio rispetto alla precedente tornata, un livello che la città non vedeva dal 1969. In un’epoca in cui negli Stati Uniti le urne spesso restano semivuote, Mamdani è riuscito a riportare a votare migliaia di persone che si erano rassegnate all’astensione, soprattutto giovani e immigrati. Alla fine ha ottenuto il 50,4% dei consensi, superando in modo chiaro Andrew Cuomo – esponente di una storica dinastia politica, figura di spicco della vasta e potente comunità italoamericana e del Partito Democratico, sostenuto in questa corsa anche dal presidente Donald Trump e da Elon Musk – fermo al 41,6%, e Curtis Sliwa, noto attivista e fondatore dei Guardian Angels, al 7%, anche lui in parte di origini italiane.

La vittoria di Mamdani è stata dunque il risultato di una mobilitazione dal basso che ha rotto equilibri generazionali e comunitari consolidati, persino dentro l’elettorato italiano della città, storicamente molto organizzato. A pagare, invece, non è stata la potenza di fuoco economica: la struttura che sosteneva Cuomo, finanziata da multimiliardari, ha bruciato oltre 40 milioni di dollari (quasi 35 milioni di euro) nel tentativo di fermare l’avanzata del giovane socialista. Non è bastato.

La campagna: affitti, trasporti, prezzi e giustizia sociale

Il cuore del suo programma è stato radicalmente urbano: Mamdani ha chiesto di intervenire sulla regolamentazione degli affitti per metterli sotto controllo in una città in cui il costo delle case è diventato insostenibile; ha promesso più tasse per i più ricchi; ha rilanciato l’idea – in passato considerata irrealistica – di trasporti pubblici gratuiti; e ha proposto di ridurre i prezzi dei beni primari creando supermercati comunali in grado di calmierare i costi. Tutto questo tenendo insieme giustizia sociale e diritto alla città.

A renderlo ancora più riconoscibile è stata la sua disponibilità a prendere posizione su temi internazionali e sensibili: ha parlato della catastrofe umanitaria nella Striscia di Gaza e della necessità di difendere le comunità di immigrati in ogni quartiere, collegando la politica estera ai vissuti concreti delle diaspore newyorkesi.

Gli attacchi di Trump trasformati in un boomerang

Durante la campagna Mamdani è stato attaccato persino dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha minacciato di bloccare i fondi federali a New York in caso di sua vittoria. Un affondo che avrebbe potuto danneggiarlo e che invece lui ha ribaltato a suo favore, presentandosi come il candidato che non si piega né ai poteri economici né a quelli federali. L’immagine del giovane socialista assediato dai miliardari e dal presidente ha rafforzato la percezione di una sfida “dal basso”.

Un profilo cosmopolita

Mamdani ha una biografia che racconta già da sola la New York che vuole guidare. Nato nel 1991 a Kampala, è figlio di Mahmood Mamdani, uno dei più noti studiosi di studi post-coloniali alla Columbia University, ugandese di nascita ma di origine gujarati e di religione islamica, e della regista indiana Mira Nair, originaria del Punjab e di religione induista, autrice di film apprezzati in tutto il mondo. Lui stesso è musulmano sciita duodecimano. È diventato cittadino americano solo nel 2018, quindi da poco più di sette anni, e quest’anno ha sposato l’artista Rama Duwaji, di origini siriane, conosciuta su Hinge, una popolare app di incontri. Ha raccontato di ascoltare hip hop e di aver imparato molto sulla città più dal rap che dai manuali di politica. Mamdani è il secondo sindaco di origini immigrate di grande città occidentale. Il sindaco di Londra è, infatti, Sadiq Khan, in carica dal 9 maggio 2016 e attualmente al suo terzo mandato. È stato rieletto l’8 maggio 2024 ed è membro del Partito Laburista, di area socialdemocratica. È figlio di immigrati pakistani.

“Una nuova era di cambiamento inclusivo”

Nel suo discorso dopo la vittoria Mamdani ha parlato di “nuova era” politica per New York e ha ripetuto più volte la parola “hope”, richiamando la stagione obamiana. Ha celebrato la diversità della città e ha promesso di essere il sindaco di tutti: «Mi impegno per la difesa di ciascuna comunità, condannando l’antisemitismo ma anche chi lo usa come arma contro altri». Un passaggio delicato, che prova a tenere insieme la forte comunità ebraica newyorkese e le voci più critiche sulla politica internazionale.

Al termine del discorso ha chiamato sul palco i genitori e la moglie, ringraziandoli pubblicamente: è stata l’immagine più familiare e al tempo stesso più politica della serata, perché ha mostrato la pluralità culturale che lo ha formato.

Poi ha voluto parlare direttamente ai lavoratori della città: «Da quando abbiamo memoria – ha detto – i ricchi e i benestanti hanno sempre detto ai lavoratori di New York che il potere non appartiene alle loro mani, mani ammaccate per aver sollevato scatole in magazzino, palmi induriti dal manubrio delle bici delle consegne, nocche segnate dalle ustioni in cucina. A queste mani non è mai stato concesso di detenere il potere. Eppure, negli ultimi 12 mesi, avete osato chiedere qualcosa di più grande. Stasera, contro ogni previsione, l’abbiamo ottenuto. Il futuro è nelle nostre mani. In questo momento di oscurità politica, New York sarà la luce».

Parole che spiegano perché la sua candidatura abbia acceso l’entusiasmo dei settori più popolari e di chi, fino a ieri, non votava più.

Una sfida che comincia adesso

La vittoria di Zohran Mamdani chiude una campagna elettorale durissima e altamente simbolica: un immigrato naturalizzato da pochi anni, socialista, con una piattaforma fortemente redistributiva, ha battuto un esponente di una famiglia storica della politica americana, sostenuto da grandi donatori e appoggiato dal presidente in carica. Ma, come lui stesso ha ricordato dal palco, il difficile arriva ora: dovrà trasformare in atti amministrativi la sua promessa di cambiamento inclusivo – su trasporti, affitti, servizi e diritti – e dovrà farlo in una città che lo ha votato in massa proprio perché ha sentito che qualcuno, finalmente, la stava ascoltando.


Se non volete perdere le notizie seguite il nostro sito GenovaQuotidiana il nostro canale Bluesky, la nostra pagina X e la nostra pagina Facebook (ma tenete conto che Facebook sta cancellando in modo arbitrario molti dei nostri post quindi lì non trovate tutto). E iscrivetevi al canale Whatsapp dove vengono postate solo le notizie principali

Related posts