Il Governo chiama i pubblici esercizi a collaborare alla sicurezza installando telecamere all’esterno. La rivolta dei locali

Fipe Confcommercio: «Si scaricano sulla categoria responsabilità dello Stato». Sui locali genovesi incombe, però, concretamente la spada di Damocle della recente sentenza del Consiglio di Stato che di fatti autorizza il Comune a chiusure anticipate in caso di criticità e le molte sentenze dei tribunali civili che in Italia hanno costretto i Comuni a risarcire gli abitanti. A Genova i residenti hanno appena rilanciato la richiesta di chiudere prima i locali della movida. L’adesione a quanto chiesto dalla nuova norma è facoltativa. Offre agli esercenti una sorta di ombrello dalle chiusure imposte con l’articolo 100 del Tulps

Confcommercio Genova esprime preoccupazione e supporta la posizione di FIPE contro il recente decreto del Ministero dell’Interno. Le nuove linee guida, concepite senza consultare le associazioni di categoria, introducono responsabilità che non competono agli imprenditori del settore.

Alessandro Cavo, presidente FIPE Confcommercio-Liguria e di Confcommercio Genova, sottolinea: «I gestori di bar, ristoranti e discoteche già si impegnano quotidianamente per prevenire e segnalare situazioni di pericolo alle forze dell’ordine. Le imposizioni del decreto sono inaccettabili: scaricare sulle spalle degli operatori responsabilità che spettano allo Stato significa ignorare la reale funzione di questi esercizi, che è quella di accogliere, non di fare ordine pubblico».
«Raccogliamo – prosegue Cavo – da molti dei nostri associati, nelle ultime ore, sconforto e rabbia: dopo aver affrontato anni difficili a causa del Covid, nessuno si sarebbe aspettato di dover nuovamente esercitare funzioni di pubblica sicurezza. Non possiamo più tollerare normative che aggravano ulteriormente il carico di lavoro degli imprenditori senza una logica di semplificazione e sostegno».
«Dopo le precisazioni del Viminale, che ha ribadito la natura volontaria e non obbligatoria delle linee guida, rimane alta l’attenzione sulle possibili implicazioni per gli operatori locali – conclude l’associazione -. Confcommercio resta al fianco delle imprese per un dialogo costruttivo e per promuovere soluzioni che bilancino sicurezza pubblica e sostenibilità del settore».
La recente sentenza del Consiglio di Stato che ha accolto l’appello del Comune di Genova, rigettando il ricorso di un birrificio della movida genovese e confermando le misure cautelari adottate per affrontare i problemi di disturbo della quiete pubblica, la rinnovata richiesta dei cittadini della zona Movida del centro storico di procedere a quelle chiusure anticipate ora di fatto autorizzate da quella sentenza, e le continue cause vinte dai residenti di tutta Italia che si sono visti riconoscere dai tribunali delle rispettive città importanti risarcimenti (l’ultima, di pochi giorni fa, quando il tribunale di Napoli ha recentemente il Comune per la movida fracassona e dovrà risarcire 10 cittadini con di 33 mila euro ciascuno), autorizzano a pensare che per i pubblici esercizi arriverà un concreto giro di vite, attuato con gli strumenti forniti proprio dalle sentenze amministrative e del tribunale civile.
Il tribunale di Napoli, per inciso, ha sottolineato che il limite di tollerabilità del rumore non può essere assoluto, ma calcolato in modo che non superi di tre decibel il rumore di fondo, quello normalmente misurabile quando i locali sono chiusi e la movida non c’è. È evidente che con questo metro tutta la movida è ampiamente fuori scala.
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Il vero vulnus del sistema individuato dal Governo è che coinvolge solo pubblici esercizi e sale da gioco, perché gli artigiani commerciali e i negozi non sono pubblici esercizi e non sono sottoponibili al Tulps. Certo, il comune può imporre limitazioni orarie di vendita di alcolici, ma è tutto molto più complesso.
Ieri il Viminale ha ritenuto necessario diffondere un chiarimento: «Le linee guida per prevenire problemi di sicurezza nei locali pubblici forniscono indirizzi per la stipula di accordi in sede territoriale cui è possibile aderire su base volontaria , senza alcun obbligo e senza quindi nuovi costi per gli operatori». La non obbligatorietà si evince già dal decreto, ma è chiaro che l’adesione rappresenta un paracadute in caso di provvedimenti di chiusura con l’articolo 100 del Tulps, Testo unico di polizia, che pur non attribuendo responsabilità o colpa diretta dell’esercente in fenomeni di degrado o criminalità, di fatto, per contenerli o reprimerli, abbassa le saracinesche per tempi variabili “a crescere” a seconda della loro frequenza fino all’eventuale chiusura definitiva. Insomma, l’adesione farà la differenza tra chiudere o restare aperti.
Ieri l’alzata di scudi della Fipe nazionale, l’associazione dei pubblici esercizi che aderiscono a Confcommercio: che ha espresso «profonda contrarietà e delusione riguardo al decreto emanato dal Ministero dell’Interno, che introduce nuove linee guida per la
prevenzione di atti illegali e situazioni di pericolo nei pubblici esercizi».
«Siamo sconcertati non solo dal contenuto del decreto, ma anche dalle modalità con cui questo è stato concepito: quale prima associazione di rappresentanza del settore dei pubblici esercizi, è inaccettabile che la FIPE non sia stata consultata. Con l’adozione di questo decreto, si spostano responsabilità di ordine pubblico, che spettano allo Stato, alle attività che svolgono un servizio per la cittadinanza – afferma Aldo Mario Cursano, Vicepresidente Vicario di FIPE-Confcommercio -. Le attività sono già responsabili all’interno dei propri locali, con organizzazioni strutturate per garantire la massima sicurezza ai nostri clienti. Abbiamo sistemi di sicurezza, attività di formazione e prevenzione che rispondono alla nostra funzione: accogliere e servire i cittadini. Ma non possiamo occuparci di ciò che avviene all’esterno dei nostri spazi, perché non è pertinente alle nostre responsabilità e funzioni».
Oltre a lamentare la mancata consultazione dell’associazione, FIPE sottolinea inoltre come il decreto preveda «obblighi insostenibili per gli esercenti, quali l’installazione di costosi sistemi di videosorveglianza e la designazione di referenti per la sicurezza, imponendo ulteriori oneri a un settore già gravato da pesanti costi e adempimenti».
«La Federazione respinge l’idea che i pubblici esercizi siano percepiti come luoghi di pericolo o eccesso – si legge nella nota nazionale -. Al contrario, le attività degli esercenti offrono un servizio alla cittadinanza, sono luoghi di socialità e non di rischio. La funzione di ordine pubblico è e deve rimanere una competenza esclusiva delle forze dell’ordine. Addossare ulteriori responsabilità agli esercenti, già schiacciati da obblighi gravosi, è una scelta che penalizza l’intero settore. FIPE chiede che il decreto venga rivisto, avviando un dialogo trasparente e costruttivo con le organizzazioni di categoria. FIPE resta a disposizione per contribuire a soluzioni che tutelino sia la sicurezza pubblica sia le esigenze delle imprese».
Oggi la presa di posizione della Confcommercio genovese e della Fipe Ligure. Proprio gli esercizi genovesi, alla luce della sentenza del Consiglio di Stato, sono tra i primi a rischiare il giro di vite.


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