Due nuove pietre di inciampo per ricordare gli ebrei deportati che non tornarono da Auschwitz

Stamattina la posa delle “Pietre d’inciampo” a ricordo dei coniugi Polacco e dei figli Carlo e Roberto, rispettivamente di 5 e 6 anni e di Emanuele Cavaglione e Margherita Segre. Insieme al presidente della Comunità ebraica genovese, Ariel Dello Strologo, il sindaco di Genova Marco Bucci, la console generale tedesca Ingrid Jung, le rappresentanze della Scuola De Scalzi-Polacco e della Scuola Germanica

Il ricordo della persecuzione degli ebrei nelle “pietre d’inciampo”: l’iniziativa vuole depositare nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. L’iniziativa, attuata in diversi paesi europei, consiste nell’incorporare, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, dei blocchi in pietra ricoperti da una piastra di ottone posta sulla faccia superiore.

Oggi a Genova si sono ricordati Emanuele Cavaglione e Margherita Segre, arrestati a Genova, il 7 marzo 1944, trasferiti a Fossoli e poi ad Auschwitz, dove sono morti. Le pietre sono state posizionate davanti alla loro casa, in Salita San Francesco. Davanti alla sinagoga di via Bertora sono state, invece, murate le pietre d’inciampo dedicate al custode del tempio, Albino Polacco, che con la moglie Linda e i loro bambini Roberto, di 6 anni, e Carlo, di 5, vennero arrestati nella retata del novembre 1943 degli ebrei genovesi, trasferiti dapprima nel carcere di Milano e poi ad Auschwitz. Nessuno di loro sopravvisse e tornò.

«La cerimonia di oggi è molto importante perché risponde a un invito degli alunni della scuola De Scalzi – Polacco che erano stati premiato per un lavoro molto bello sulle pietre d’inciampo eseguito con simboliche pietre di carta visto che nessuno aveva ancora installato quelle reali – spiega Ariel dello Strologo -. Mi sono impegnato col sindaco a realizzare al più presto. Abbiamo programmato l’inserimento e lo abbiamo concretizzato. Tra gli altri, abbiamo ricordato i figli del custode della sinagoga Albino Polacco, presi mentre giocavano al pallone proprio davanti alla sinagoga. Furono usati per minacciare il padre perché rivelasse gli indirizzi di altri membri della comunità e fu costretto a chiamarli uno a uno a una falsa riunione alla quale in venti furono presi. I due bambini frequentavano una “classe speciale per bambini ebrei” proprio all’attuale De Scalzi – Polacco, che ora porta il loro nome e alla quale si accedeva solo di pomeriggio. Al termine delle lezioni veniva disinfettata con l’alcol».

«Quella di oggi – ha aggiunto Dello Strologo – è stata un’occasione importante di dare una riparazione simbolica a questi bimbi e ai loro genitori, vittime della retata del 3 novembre 1943. Ha un doppio significato: da un lato dare atto, da un lato, agli alunni della De Scalzi – Polacco del lavoro fatto in memoria di Carlo e Roberto, dall’altro, col coinvolgimento della Scuola Germanica e del Consolato tedesco, quella dell’atto riparatore con un segnale per il futuro: ognuno di noi può inciampare nelle pietre come nel nostro vivere quotidiano possiamo inciampare nella scelta di essere portatori di opere di bene o causa della sofferenza altrui. Possiamo scegliere da che parte stare».

«È importante ricordare i nomi delle persone ed entrare in una memoria più approfondita – ha detto il rabbino capo Rav Giuseppe Momigliano – e si sente la necessità non solo di ricordare, ma di cercare anche di conoscere, comprendere e utilizzare la memoria nel modo giusto. Oggi ci sono tanti travisamenti della memoria e penso che questi momenti in cui si ricordano le vittime siano momenti che lasciano una traccia importante».

«Io voglio ringraziare la comunità ebraica perché ci tiene sempre “svegli” – ha detto il sindaco Marco Bucci -. Talvolta ci si addormenta nel vero senso della parola, cioè dimentichiamo e questo è sbagliato. Bisogna sempre ricordare e la memoria è un punto fondamentale per progettare il nostro futuro. Senza futuro non c’è memoria e questa frase riassume tutto quello che vogliamo fare, quello che vogliamo ricordare e quello dobbiamo avere ben presente e mi rivolgo soprattutto ai ragazzi. Non vogliamo che ci siano più situazioni di discriminazioni e non vogliamo più che ci siano da ricordare cose che non vanno bene: dobbiamo ricordare quanto accaduto per far sì che i nostri progetti per il futuro siano giusti ed equilibrati, ricordandoci che la mia libertà personale finisce dove inizia quella degli altri e che occorre avere una convivenza civile ai massimi livelli».

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: