Il boss di Cosa Nostra travolto da un treno sarebbe stato fatto scendere a Principe perché senza green pass

Il boss scarcerato per disturbi cognitivi finisce sotto un treno a 79 anni mentre sta tornando al sud, appena uscito dalla casa circondariale di Asti per motivi di salute e viene trovato morto, travolto da un treno merci (forse a seguito di un malore), a Genova, nella galleria vicina alla stazione Principe, dove sarebbe stato stato fatto scendere dal convoglio su cui si trovava perché senza certificato verde. Negli anni ’90 era stato il sesto della lista dei latitanti più pericolosi. Condannato diverse volte per reati di mafia, considerato legato a Totò Riina e alla cosca dei Corleonesi, stava scontando l’ultima pena a cui era stato condannato nel carcere piemontese dove, nell’ottobre scorso, era stato raggiunto da un altro avviso di garanzia. Ecco chi era Salvatore “Totò” Di Gangi

Il boss di Sciacca, nativo di Polizzi Generosa (Palermo), paese delle Madonie, stava scontando 17 anni di reclusione. Ne aveva scontati altri 10 nell’ambito del processo “Avana”, in cui a testimoniare contro di lui erano stati alcuni pentiti: Spatola, Santo Di Matteo e Brusca, tutti nomi noti alle cronache. In quell’occasione era stato condannato a 16 anni, poi ridotti a 14 in appello, ma Salvatore Di Gangi, noto come Totò, era tornato in libertà dopo soli 10 anni, nel 2010, sottoposto a obbligo di dimora e sorveglianza speciale per 5 anni, poi a libertà vigilata per 3 anni. In carcere era tornato 7 anni dopo.

Chi era Di Gangi? Un mafioso, membro della “Commissione interprovinciale” di Cosa Nostra, legato alla cosca dei corleonesi che ha visto come elementi di spicco Luciano Liggio, Salvatore Totò Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella.

Totò di Gangi era stato arrestato per la prima volta nel 1993 dalla Dda di Palermo e messo in custodia cautelare. Poi di nuovo nel 1999, latitante dal ’94, quando, scarcerato per decorrenza dei termini nell’ambito dell’inchiesta “Avana” era immediatamente scomparso. All’epoca aveva 57 anni ed era al sesto posto nella lista dei boss latitanti più pericolosi. Nei suoi confronti erano poi stati firmati nel frattempo altri ordini di custodia da diverse procure sempre per reati di mafia. Quando, dopo cinque anni, lo trovarono, abitava da solo, come se nulla fosse, in un appartamento del centro del capoluogo siciliano in cui era stato trovato anche un revolver calibro 357 Magnum con matricola abrasa oltre a contante per alcune decine di milioni di lire. Di Gangi era poi stato condannato al termine del processo “Avana” alla mafia agrigentina. Era stato funzionario della locale Cassa di Risparmio ed era stato anche direttore di una filiale nell’agrigentino. Nel corso della sua carriera in banca aveva prestato servizio anche a Burgio, Siciliana e Ribera, tutti paesi dell’agrigentino ad alta densità mafiosa. Quando era andato in pensione, nel 1989, a 47 anni, era passato in poco tempo dalla scrivania alla latitanza.
Gli investigatori lo consideravano vicinissimo ai boss Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro (per cui costituiva anche «un aggancio nel sistema finanziario e bancario»), quindi a Totò Riina.

I carabinieri che avevano individuato il suo covo nei giorni precedenti al blitz del 19 gennaio 1999 lo avevano tenuto sotto discreta sorveglianza per qualche giorno per leggere i collegamenti tra la mafia agrigentina e quella palermitana. Di Gangi era ritenuto dagli inquirenti uno dei “colletti bianchi” che riciclavano denaro sporco.

Nel 2017, a 75 anni, era tornato in carcere per una condanna a 4 anni per l’estorsione alla Laterizi Fauci. Nel 2017 la Cassazione aveva respinto il suo ricorso. Poi era stato condannato anche per l’inchiesta “Montagna” che ha visto coinvolti ancora una volta i reggenti delle famiglie mafìose dei paesini dell’entroterra agrigentino. Il provvedimento cautelare gli era stato notificato in carcere. La condanna, alla fine del processo, era stata a ulteriori 17 anni. Lui, in una lettera al Pm (lettera che aveva poi contribuito alla condanna), si diceva perseguitato, sosteneva che per i fatti ascrittigli era stato condannato al termine del processo “Avana”, quando fu provato che lui, come altri capi di famiglie mafiose di Sciacca e Ribera, faceva capo a Totò Riina. Nell’ottobre scorso era stato raggiunto da un altro avviso di garanzia perché i magistrati della Dda di Palermo sospettano che il boss si fosse ripreso, attraverso operazioni illecite, scatole cinesi e imprenditori compiacenti, il complesso turistico Torre Macauda, nell’Agrigentino. Indagati nell’ambito di questa inchiesta con Totò Di Gangi altre 8 persone tra cui il figlio Alessandro e un funzionario Unicredit che avrebbe rilasciato una quietanza per un pagamento di 8 milioni di euro avendone ricevuti solo 4. Il boss, secondo la procura palermitana, sarebbe stato uno dei veri proprietari della struttura turistica e per questo era stata effettuata una perquisizione nella sua cella.

Di Gangi fino a poche ore prima dell’epilogo della sua vita su un binario genovese era in custodia nel carcere di Asti. La procura di Palermo aveva deciso di scarcerarlo perché una perizia medica ne ha attestato i forti deficit cognitivi. Cosa vuole dire? Si tratta di disturbi delle funzioni alte quali l’intelligenza generale, l’attenzione, la memoria, l’abilità di giudizio, l’inibizione, la flessibilità cognitiva, la pianificazione, le abilità visuospaziali e prassiche, il linguaggio, la lettura e la scrittura. Tra le malattie che li causano ci sono la demenza senile, l’Alzheimer, il Parkinson.

Il mafioso era stato scarcerato per le condizioni di incompatibilità alla detenzione proprio per la malattia e doveva risultare in stato di necessaria assistenza, in pratica equivalente alla legge 104 comma 3 per gravità con accompagnamento. In queste condizioni un carcerato scarcerato può avere un tutore e può essere dimesso dall’istituto penitenziario con la presenza della persona indicata nei verbali del Tribunale di Sorveglianza. Fatto sta che Di Gangi è salito su un treno ad Asti da solo. Con sé aveva un biglietto per una città del sud. Cosa è successo alla stazione di Principe? Gli investigatori propendono per un incidente, anche se il sostituto procuratore della Dda Federico Manotti ha disposto comunque l’autopsia e ha aperto un fascicolo a carico di ignoti per ricostruire la dinamica della tragedia. Pare che Di Gangi sia stato fatto scendere dal treno dal controllore perché senza green pass. A quel punto, la sua malattia potrebbe averlo portato, invece che a cercare l’aiuto di parenti o amici per raggiungere la sua destinazione, a percorrere a piedi le gallerie ferroviarie dove sarebbe stato travolto da un treno merci. Vista la figura, quella di un “alto” esponente della cosca mafiosa dei corleonesi, e le inchieste ancora in atto a suo carico, però, nulla si può dare per scontato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: