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Disco Club: recensioni, consigli, classifiche e novità. La rubrica di un dischivendolo/6 ottobre 2016

rubrica Discoclub

A CURA  DI DIEGO CURCIO

LE RECENSIONI

NOFX – First Ditch Effort

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Mi viene sempre l’ansia quando so che sta per uscire un disco dei NOFX. Un’ansia da prestazione (loro) e un’ansia d’ascolto (mia). Perché, come molti fan “storici” di Fat Mike e soci (li seguo da quando avevo 14 anni e cioè da almeno due decenni) anch’io a ogni annuncio di un nuovo album temo sempre che si tratti di una ciofeca cosmica, che mi costringa a ridimensionare la mia totale venerazione per loro. Naturalmente questo mi succede da circa una decina d’anni a questa parte, e cioè da quando mi sono accorto che anche Mike, Eric, Hel Efe ed Erik hanno iniziato inevitabilmente a perdere qualche colpo (è difficilissimo suonare punk dopo i 40 anni e risultare ancora credibili). L’altra ansia, invece, come dicevo, è tutta farina del mio sacco, visto che a ogni annuncio di un nuovo album non ho pace finché non riesco ad ascoltarlo. A quel punto finisce che mi metto a digitare ovunque (su Youtube ma anche su Google) le parole magiche “NOFX new record” con la data dell’anno in corso, nella speranza di beccare qualche canzone di straforo e farmi un’idea di come sarà il disco. E così ho fatto anche questa volta, sennonché Santo Inca (e cioè il mio amico Roberto Incardone) mi ha procurato con qualche giorno d’anticipo – anche se due ore dopo è uscito lo streaming gratuito ovunque – il disco originale che uscirà domani e che comprerò immediatamente. Tutto questo bailamme per raccontare lo stato d’animo da malato di mente con il quale mi sono accostato a “Firts Ditch Effor”. Un disco che, facendo subito piazza pulita da ogni ragionevole dubbio, è fedele alla classica e fortunatissima formula-NOFX fino all’ultima nota. E meno male, oserei dire. Anche perché nessuno si aspettava qualcosa di più o qualcosa di meno. I pezzi sono tutti belli – non trovo altri aggettivi per descriverli ma ci siamo capiti – suonano alla grande e hanno ottime melodie. Gli spigoli sono molto pochi, segno che i ragazzi, alla soglia dei 50 anni, preferiscono fare meno gli scalmanati e buttarsi su canzoni un po’ più complesse e melodiche. E va benissimo così se i risultati sono “Oxy Moronic”, “Dead Beat Mom”, “Bye Bye Biopsy Girl” e “Carlifornia Drought”. Certo, non mancano neppure i pezzi tirati tipo “Six Years On Dope” e “I Don’t Like Me Anymore”, ma più ascolto questo disco, più penso che i punti di forza siano proprio i brani più lenti e lunghi (una bestialità per l’hc melodico, me ne rendo conto). “First Ditch Effor”, però, è anche la conferma della continua crescita di Fat Mike come autore, grazie a dei testi che, col passare degli anni, sono diventati sempre più interessanti e corposi. Nel disco si parla molto di droga, naturalmente (Mike sostiene che sia il suo lavoro più personale e doloroso), ma non manca neppure la solita satira politica in chiave NOFX. L’album si chiude con un pezzo in ricordo di Tony Sly dei No Use For A Name (“I’m So Sorry Tony”) che suona molto meglio della versione live che circolava nei mesi scorsi (francamente orrenda) e con “Generation Z”, che termina una lunga coda apocalittica dove, mi sembra di aver letto da qualche parte, “canta” anche la figlia di Mike. Insomma un album davvero godibile, che mi sento di promuovere a pieni voti. “First Ditch Effor” mi ricorda due dischi molto sottovalutati dei NOFX: “Wolves In Wolves’ Clothing” e “Heavy Petting Zoo”. Il primo del 2006, il secondo del 1996: esattamente dieci e vent’anni prima di questo ultimo lavoro. Sarà un segno? Non direi proprio e poi, sinceramente, chi se ne frega. Bentornati, ragazzi. Diego Curcio

JOHN PRINE – For Better, Or Worse

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Gli anni non regalano quasi niente a nessuno, sia chiaro. A volte un po’ di saggezza, ma anche quella in molti la scambierebbero per un po’ di calendario e acciacchi in meno. John Prine ha settant’anni, e l’aspetto non fa sconti a uno come lui che il piede sull’acceleratore l’ha tenuto volentieri per decenni. La voce, invece, secondo quel singolare paradosso delle musiche afroamericane tutte, ha acquistato bellezza ruvida e fascino, mamo a mano che si sgranavano gli anni. Per cui questo nuovo For Better, or Worse ( più o meno traducibile come: “nella buona e nella cattiva sorte”), proseguendo un discorso iniziato una quindicina danni fa ha il merito, in mezzo ad arrangiamenti pedissequamente country rock più o meno tutti uguali, con gran tripudio di steel guitar, di lasciar sbalzare fuori la voce ammaccata e splendida del nostro. Si prosegue un discorso nel senso che quattordici dei quindici brani sono duetti con gran signore del country e dell’alt country: da Alison Kraus a Susan Tedeschi, da Kathy Mattea ad Amanda Shires, intensi e divertiti. Sempre che si ami il genere, si intende. Chiude la spoken poetry di Just Waitin’, dalla penna “maledetta” di Hank Williams: che da sola vale l’acquisto. Guido Festinese

GIOVANNI GUIDI – Ida Lupino

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Ida Lupino è stata un’attrice e regista inglese, l’unica donna che riuscì a lavorare negli anni ’50 ad Hollywood con la sua casa di produzione indipendente, la prima a dirigere un noir (il bellissimo “La belva dell’autostrada”). Ma per Carla Bley era soprattutto una sognatrice e quando nel 1964 le dedica una sua composizione, è proprio quello l’aspetto che decide di mostrare, un brano onirico, che sarà inciso per la prima volta da Paul Bley; e che oggi Giovanni Guidi ha scelto per intitolare il suo terzo disco per ECM insieme a Gianluca Petrella al trombone (già molte collaborazioni, tra cui l’entusiasmante Cosmic band), Louis Sclavis ai clarinetti e Gerald Cleaver alla batteria. Iniziamo la recensione da questo standard perché insieme con quello cui è legato quasi senza soluzione di continuità (una geniale rilettura di “Per i morti di Reggio Emilia” di Fausto Amodei) sembrano rappresentare il cuore del disco, oltre ad esserne gli unici temi non improvvisati. I restanti dodici sono, infatti, strutture libere (“Things We Never Planned”, cose che non abbiamo pianificato), più o meno astratte, ma non per questo enigmatiche, anche nei momenti più inequivocabilmente free (“No More Calypso”). Peraltro l’autentico lirismo di tutti e quattro i musicisti ha modo di emergere in brani come nell’iniziale “What We Talk About When We Talk About Love” o nella conclusiva “The Gam Scorpions “. Non c’è molto altro da dire, uno dei dischi dell’anno. Danilo Di Termini

BILLY BRAGG/JOE HENRY – Shine A Light – Field Recordings From The Great American Railroad

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Comincia con uno storico brano su una celebre linea ferroviaria portato al successo da Lead Belly (“Rock Island Line”) questo progetto dedicato al suggestivo mito americano della ferrovia, ad opera del produttore statunitense Joe Henry e del folk singer inglese Billy Bragg, tempo fa già a fianco dei Wilco sulle tracce di Woody Guthrie nelle intense e spassose “Mermaid Sessions”. Un lavoro nel quale i due blasonati artisti ripercorrono amabilmente, con l’ausilio delle sole voci e chitarre, una serie di standard (classici della ferrovia in questo caso) folk, country e (non da ultimo) blues, elementi fondanti di un’irripetibile e composita civiltà musicale. Perché l’epoca degli hobos vagabondi, delle corse al volo per saltare su sferraglianti treni merci, dei giri di blues sui pianali di vagoni polverosi, delle migrazioni forzate, sotterranee e “clandestine” (alla maniera dell’underground railroad), della fuga liberatoria attraverso le vie ferrate, della vita on the road (prim’ancora di quella beatnik, tutta autostradale), degli incroci con il diavolo a sospesi e misteriosi crocicchi, sarà senz’altro finita (non quella invece degli omicidi razziali nelle città del sud – vedi gli ultimi vergognosi fatti di Charlotte), ma il mito del treno come mezzo di trasporto per avventurarsi alla ricerca della libertà e rifarsi una nuova vita altrove non è mai morto e neppure lontanamente sbiadito, nonostante il prosperare della travolgente era digitale. Un mito abbondantemente riattualizzato e ripercorso in questo illuminato “Shine a Light”: un progetto intessuto di canzoni, che hanno (appunto) per oggetto il treno e la ferrovia, e che sono state registrate da Billy Bragg e Joe Henry in treno o nelle stazioni di sosta e di passaggio. Sì, perché l’album è stato realizzato in pochi giorni nel corso di un viaggio intrapreso e compiuto dai due nel marzo 2016, che su vie binarie li ha portati da Chicago a Los Angeles: 2.728 miglia, percorse sui convogli della Texas Eagle, compagnia che quotidianamente mette in comunicazione Chicago e San Antonio, da lì offrendo anche una coincidenza per “la città degli angeli”. I brani, che (come da sottotitolo) hanno l’impolverato “profumo” della vecchia registrazione sul campo (sono molti, per esempio, i rumori di sottofondo), e senza l’utilizzo di stucchevoli effetti, a riprodurre magari il suono di un gracchiante 78 giri, sono stati registrati nelle pause del viaggio, nelle stazioni, nelle sale d’aspetto di St Louis, Fort Worth, San Antonio, Alpine TX, El Paso, Tucson; poi naturalmente sui treni, sulle piattaforme, persino nella stessa stanza (la famosa 414) e nello stesso hotel (il Gunter di San Antonio), in cui Robert Johnson incise la celeberrima e sfuggente “Sweet Home Chicago”. Un lavoro sincero e coinvolgente, che custodisce canzoni di Lead Belly (oltre a “Rock Island Line” il celebre traditional del treno di mezzanotte, il “Midnight Special”, che Lead Belly adattò alla sua condizione di prigioniero in carcere), Hank Williams (“Lonesome Whistle”), Woody Guhtrie (“Hobo’s Lullaby”, composizione di Goebel Reeves per la verità), Sara Carter della Carter Family (“Railroading On The Great Divide”), Doc Watson (interprete principe del traditional dedicato al paradigmatico lavoratore delle ferrovie “John Henry”), Jimmie Rodgers (“Waiting For A Train”), ed altri ancora. Marco Maiocco

IL DIARIO

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Diario del 4 ottobre 2013
Prima cliente della giornata, una signora, “Avete il nuovo cd di Zucchero?”, “Tanto nuovo non è, è uscito l’anno scorso”, “Ma no! Me lo faccia vedere”, “Eccolo”, “Musica cubana? Che scema, scusi non è Zucchero, volevo dire Jovanotti”, “Ancora peggio, anche questo è uscito l’anno scorso e, per giunta, è una raccolta; vuole fare un terzo tentativo? Magari Bersani o Carboni, questi sono usciti adesso”. Si scusa e se ne va, appena fuori dal negozio sento che dice alla sua amica “Che figuraccia che ho fatto”.
La seconda cliente mi chiede “musiche dell’acqua”, sono tentate di darle “Aqua” di Edgar Froese, ma forse sarebbe stata una cattiveria.
La terza è una vecchia conoscenza, la vedova del fan di Elton John; torna e compra il nuovo cd del cantautore inglese, “Che musica fa questa volta?”, “La sua abituale, con le sue solite ballate”, “Ma non saranno mica tutti lenti? C’è qualche pezzo più rock?”; mi rendo conto che non è così convinta dell’acquisto, lo fa solo per tenere completa la raccolta del defunto marito.
Finalmente un cliente maschio, finalmente per modo di dire, è quello rifilatomi dai ragazzi Feltrinelli, mi ha ordinato un disco e oggi viene a ritirarlo, “Eccoti Barry Ryan”, lo guarda scandalizzato, “Barry Ryan? Ma io volevo Los Bravos!”, “Ma non volevi Eloise?”, “Appunto, Eloise dei Los Bravos”, “Senti, la prima volta che sei venuto volevi Black Is Black dei Rolling Stones, e invece è dei Los Bravos, poi mi ordini Eloise e la vuoi dei Los Bravos, mentre invece è di Barry Ryan, ce la fai ad abbinare i titoli delle canzoni con chi le canta?”. Il mio tono deve essere un po’ brusco, perché, dopo aver pagato il cd, andandosene mi dice “E va be’, non agitarti”. Chissà, forse l’ho respinto al mittente.
Ivano è un fiume in piena, dovrei riempire pagine su quello che ha detto oggi. Ve le risparmio, solo questo, un suo appello, “Amico, sai cosa faccio adesso? Cerco dei numeri di telefono di uomini, anzi vedi se anche tu ne hai, magari qualche tuo cliente, così lo presento alla mamma e, se se la sposa, non mi rompe più”.

LE PROSSIME USCITE

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Domani
ALTER BRIDGE THE LAST HERO
DENTE – CANZONI PER META’
GREEN DAY – REVOLUTION RADIO
NORAH JONES – DAY BREAKS
KAISER CHIEFS – STAY TOGETHER
MESHUGGAH – THE VIOLENT SLEEP OF REASON
ONEREPUBLIC – OH MY MY
SAXON – LET ME FEEL YOUR POWER
STEVE SEASICK – KEEPIN’ THE HORSE BETWEEN ME AND.
RAY WILSON – MAKES ME THINK OF HOME

11 NOVEMBRE
PINK FLOYD – The Early Years 1965-1972

LA CLASSIFICA DELLA SETTIMANA

1 VAN DER GRAAF GENERATOR – DO NOT DISTURB
2 JIMI HENDRIX – MACHINE GUN
3 NICK CAVE & THE BAD SEEDS – SKELETON TREE
4 MARILLION – F.E.A.R.
5 VAN MORRISON – KEEP ME SINGING
6 DRIVE-BY TRUCKERS – AMERICAN BAND
7 OPETH – SORCERESS
8 KING CRIMSON – RADICAL ACTION TO UNSEAT
9 ARAB STRAP – ARAB STRAP
10 BILLY BRAGG & JOE HENRY – SHINE A LIGHT

 

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